Il presidente Mattarella e le tasse delle multinazionali

Meno male che Sergio c’è. È il solo alto rappresentante istituzionale che dice la verità e indica con chiarezza e senza mezzi termini l’unica strada che abbiamo davanti per affrontare il delicato passaggio storico che stiamo vivendo. Il vecchio governo ha inseguito per mesi le chimere assurde della flat tax e di un reddito di cittadinanza – che, come svela il termine, per esser davvero tale dovrebbe essere garantito a tutti i cittadini italiani – senza mai indicare in modo credibile dove trovare le risorse. Lunedi le camere daranno la fiducia ad un nuovo governo che dovrà provare a predisporre una manovra più realistica e più equa che, oltre a trovare le risorse per impedire l’aumento dell’IVA, riesca a dare qualche segnale di equità, agendo sul cuneo fiscale, e a sbloccare un po’ di investimenti in infrastrutture per sostenere la crescita, in un momento di rallentamento dell’economia globale e di seri rischi di una nuova recessione. Nessuno però dice ai cittadini con chiarezza la verità. Non lo fecero neppure i governi di Renzi e di Gentiloni nella passata legislatura. La coperta è troppo corta per poter dare al malessere sociale le risposte giuste e necessarie. La sartoria nazionale non ha né la stoffa né i mezzi per allargarla. E non li avrebbe neppure se tornasse all’antica sovranità, ormai del tutto fuori del tempo e della storia. Assume perciò un grande valore il messaggio che il Presidente Mattarella ha inviato al Forum Ambrosetti in corso a Cernobbio, dove ogni anno si riuniscono imprenditori, economisti e politici di mezzo mondo. Il nostro Presidente ha detto senza mezzi termini che va affrontato il tema delle tasse delle multinazionali. Ogni anno, infatti, le multinazionali – libere di pagare le tasse dove è più comodo e ormai così forti da poter ricattare gli stati nazionali costringendoli ad accordi fiscali che li metteno in concorrenza al ribasso tra loro – eludono centinaia di miliardi di dollari nel mondo. Sono miliardi sottratti alle casse degli stati nazionali che – impossibilitati a tassare una fetta consistente di ricchezza prodotta di fatto nei loro territori – non hanno più la possibilità reale di utilizzare il fisco come strumento di redistribuzione della ricchezza e di sostegno alla crescita e all’occupazione. Se oggi l’Occidente è prigioniero della trappola della liquidità e non riesce ad uscire come dovrebbe dalla Grande Crisi del 2008 è innanzitutto per l’assenza di un investitore pubblico di ultima istanza di Keynesiana memoria. La politica monetaria non basta. Dà ossigeno al sistema ma senza la terapia delle politiche fiscali la crisi è destinata prima o poi a riproporsi – a causa degli effetti collaterali di un periodo troppo lungo di tassi a zero – senza che si possa nuovamente ricorrere all’arma, ormai spuntata, della leva monetaria. Purtroppo senza affrontare il problema dell’elusione fiscale delle multinazionali all’investitore di ultima istanza rimane solo lo strumento dell’aumento del debito (anch’esso ormai scarsamente utilizzabile in un mondo che galleggia su un mare di debiti pubblici e privati). Ovviamente solo una concertazione europea può affrontare queto nodo, attraverso una web tax e soprattutto una tassazione unica delle imprese in tutti gli stati europei. Non a caso Mattarella ha aggiunto all’invito di affrontare il problema delle multinazionali quello di cambiare le regole del patto di stabilità per “rilanciare gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca”. Insomma dalle parole di Mattarella si capisce bene che o si agisce nella dimensione europea oppure risolvere i problemi è impossibile. Chi continua a pensare che l’Europa politica sia una utopia in realtà non vede che la vera utopia è credere che si possano affrontare i tempi nuovi con gli strumenti e i mezzi vecchi. Un messaggio così netto non poteva arrivare in un momento migliore. E cioè all’inizio di una nuova legislatura europea e mentre sta per nascere un nuovo governo in uno dei paesi fondatori dell’UE come l’Italia, che può svolgere un ruolo decisivo per promuovere questa svolta. Speriamo che il nuovo governo PD – 5 stelle maturi la consapevolezza che è soprattutto questo il terreno su cui giocherà la sua partita.

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