Tante crisi nella crisi

Nel momento in cui scrivo c è una sola certezza. Mattarella domani un incarico lo darà. La direzione del PD infatti ha deciso di “dare al capo dello Stato la nostra disponibilità a verificare con il presidente incaricato la possibilità di dare vita ad un governo per il Paese“. Difficile dire se questo governo ci sarà. Il presidente della Repubblica ha chiesto fin dall’inizio di questa crisi un governo basato su coesione politica e chiaro programma. Al momento mancano entrambe le condizioni. Fino ad ora, infatti, PD e 5 stelle hanno parlato soprattutto di nomi senza poter sciogliere il nodo di Di Maio, che pretende di fare il vicepresidente perché, in modo davvero singolare, ritiene che Conte – da lui indicato con un vero e proprio aut aut – sia un superpartes e non un 5 stelle. La discussione programmatica è stata solo avviata ma anche su questo Di Maio ha sparato a zero lamentandosi delle posizioni del pd su opere pubbliche, ambiente ed altro. È un lamento strumentale, destinato cioè a svanire se sarà soddisfatto il suo capriccio, o un ostacolo insormontabile? A questo punto mi viene da dire: ai posteri l’ardua sentenza. Ciò che in questo momento preoccupa di più chi ha buon senso non è se ci sarà o meno un governo e se e quando si andrà al voto. Ma cosa resterà del sistema politico italiano – appena rivoluzionato dal voto del 4 marzo 2018 – e se ci sarà ancora in campo tra qualche mese una forza da sostenere che abbia la credibilità di poter fare qualcosa per evitare la definitiva decadenza dell’Italia. Dentro questa crisi di governo, infatti, si sono palesate tante crisi latenti che possono deflagrare tutte insieme se la sua soluzione sarà dettata solo da interessi occasionali. La prima crisi è quella dei cinque stelle arrivati in parlamento da partito di maggioranza relativa che voleva cambiare tutto per rifare l’Italia ed è ora ridotto a dover salvare in primo luogo se stesso. Purtroppo lo sta facendo nel modo peggiore. All’interno del movimento non prevale un dibattito critico sulla esperienza di governo con la lega, che è stata causa di un dimezzamento netto dei consensi elettorali. Il tentativo di Grillo di imporre Conte come leader, l’unica carta che gli rimane per evitare l’estinzione, si scontra con le ambizioni di Di Maio che vuole salvaguardare in qualche modo il suo ruolo e ormai sta perdendo la faccia pur di imporre per se la carica di vicepresidente del consiglio. Il grosso dei gruppi parlamentari, eccezion fatta per l’ala sinistra di Fico e quella destra di Di Battista, vuole solo la garanzia che non si vada al voto ed è in rivolta contro Di Maio e anche contro l’ipotesi, insostenibile dal punto di vista istituzionale, di far votare gli iscritti sulla piattaforma Rousseau non prima ma dopo l’incarico a Conte. Senza tentare un chiarimento politico rischiano non solo di perdere qualche pezzo, che non gradisce l’alleanza con il PD, ma di lacerarsi in un conflitto interno tutto guidato dai contrapposti interessi personali. L’altra crisi è quella del PD che ha dovuto accettare un confronto sulle persone – prima di verificare se ci sono le condizioni di una base programmatica comune qualificata – per non rompere con la parte consistenze del gruppo parlamentare che segue Renzi, ossessionata dalla paura di dover tornare al voto senza avere il paracadute offerto dal controllo diretto della direzione politica che deciderà le candidature. È chiaro che se accetterà di entrare in un governo con gli stessi premier e vicepremier di quello precedente e un programma poco chiaro sarà la fine delle speranze di cambiamento suscitare dalla segreteria di Zingaretti, della prospettiva di ricostruire una larga alleanza di centrosinistra e di arrestare in questo modo la caduta dei consensi registrata nelle scorse elezioni politiche. L’ altra crisi è quella della destra centro così come si è delineata nel corso dell’esperienza del governo giallo nero. Oggi appare unita dalla richiesta del voto subito e dalle buone possibilità di uscire vittoriosa dal voto anticipato. In realtà le contraddizioni al suo interno sono state rese manifeste dalla crisi di governo. Salvini ha rotto con Conte sui rapporti con l’Europa, dopo il voto per il parlamento europeo che ha segnato il successo della sua linea sovranista in Italia ma la sconfitta del tentativo dei sovranisti europei di dare una spallata all’UE. Di fronte a quel dato Salvini ha deciso in modo solitario, anche all’interno della lega, di inseguire l’avventura della battaglia contro l’Europa andando al voto, capitalizzando i consensi crescenti in modo da poter poi con un governo interamente sovranista portare la sfida alle estreme conseguenze mettendo in conto anche l’uscita dall’euro. Ha pesato non c è dubbio una buona dose di delirio di onnipotenza indotta da un successo senza dubbio vertiginoso. Una prospettiva destinata però a scontrarsi con Forza Italia, e questo lo aveva messo in conto, ma anche con quel pezzo della lega che rappresenta i ceti produttivi del Nord che hanno sempre pensato alla secessione dell’Italia come soluzione per poter meglio integrarsi in Europa senza la palla al piede del Mezzogiorno. Sono forze che sanno bene come una uscita dell’Italia dall’Europa darebbe un colpo mortale all’economia del Paese e all’apparato produttivo di tutto il Nord Est. Le parole critiche di Giorgetti (ha deciso tutto da solo) e la sua marcia indietro, con l’offerta della presidenza del Consiglio a Di Maio nel tentativo di rilanciare una maggioranza giallo nera, si spiegano così. Se la conclusione di questa crisi di governo non sarà in grado di ricostruire una prospettiva di governo per l’Italia si potrà forse anche evitare il voto subito ma non la certezza che, con la cancellazione di ogni possibile credibile alternativa al populismo, prima o poi arriveranno le macerie. Non credo che possa a quel punto consolarci la costatazione che anche un grande Paese come la Gran Bretagna sarà chiamato a rimuovere le macerie prima di noi. La sospensione del parlamento fino al 14 ottobre, proposto alla Regina dal nuovo premier inglese per dare meno tempo agli oppositori della Brexit di tentare di evitare il “no deal”, ci dice che lì si stanno già avviando verso la guerra civile.

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