Ma non veniva prima il programma?

Non so come finirà la trattativa tra PD e 5 stelle per la formazione di un nuovo governo. Spero che si lavori per fare in modo che se fioriranno rose possano durare fino alla fine della legislatura. La situazione del Paese, infatti, è davvero pesante. Quella internazionale vede crescere i rischi di una recessione. È un quadro estremamente complicato che richiede chiarezza e realismo nella definizione degli obiettivi e forte determinazione nel perseguirli. Tutto sommato il cammino non era partito male. I 5 stelle infatti avevano presentato 10 punti sui quali discutere. Certo non c’è stata da parte loro chiarezza sul piano politico perché nelle consultazioni con Mattarella non hanno chiuso del tutto la porta ad una riedizione del governo giallonero. Il PD da parte sua, pur chiedendo giustamente che venisse chiuso il forno leghista, aveva convocato 6 diverse riunioni tematiche per approfondire i contenuti di un possibile accordo programmatico. Insomma tutto sembrava prefigurare che la concreta possibilità di risolvere la crisi politica poteva e essere verificata sulla base di ciò che si poteva offrire al Paese e non delle solite lottizzazioni di poltrone ministeriali e di sottogoverno. Purtroppo nel giro di poche ora tutto è cambiato, dopo che Di Maio è passato dal “ci interessano solo le risposte ai nostri 10 punti” a “o accettate Conte come presidente del Consiglio o non se ne fa nulla”. La domenica è così passata senza che ci sia stato alcun confronto sul merito e oggi, ultimo giorno prima delle nuove consultazioni, ancora non si capisce su cosa ci si confronterà oltre che sulla proposta di Conte premier avanzata da Di Maio al PD e quella di Di Maio premier avanzata da Salvini ai 5 stelle. Eppure qualsiasi sarà la scelta sui nomi non sarà facile definire un programma serio. Infatti non si tratta di dire sì o no a 10 richieste ma di stabilire innanzitutto quali sono i margini reali di manovra dal momento che bisogna trovare 23 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA e poi coprire le maggiori spese ordinarie. A quel punto, tenendo conto di quel che resterà – e nella consapevolezza che con il debito pubblico che ci ritroviamo con il deficit non si possono fare miracoli – si potrà discutere e decidere cosa effettivamente è possibile fare attraverso la gestione del bilancio nazionale e quali sono le priorità. Perché un punto deve essere chiaro: puoi avere la volontà di fare tutto il bene possibile, di coprire tutte le più sacrosante esigenze, ma la coperta nazionale è molto stretta. L’unica possibilità per fare di più può arrivare solo da un cambiamento delle politiche europee. Forse oggi su questo piano c’è qualche spazio in più proprio a causa della brutta congiuntura internazionale e dei problemi che questa situazione sta creando al motore tedesco e di conseguenza all’economia di uno dei più grandi mercati al mondo. Le parole del nuovo commissario UE sulla necessità di investimenti per l’ambiente e la possibilità che la Germania smetta di pensare solo a non fare debiti e metta mano al portafoglio per un ammontare di 50 miliardi di euro, rappresentano una occasione molto ghiotta per tentare di cambiare la politica di austerità fin qui prevalsa in Europa. Ma è chiaro che l’Italia deve darsi una strategia di alleanze e operare di conseguenza in sede comunitaria. E’ lì che ci giochiamo la possibilità reale di evitare la stagnazione e di dare ai lavoratori e ai ceti medi le risposte che attendono. Decidere, prima di ogni altra cosa, quale manovra finanziaria e quale strategia europea il nuovo governo deve mettere in campo è il terreno decisivo per capire se è davvero utile evitare il voto anticipato. Perché dovrebbe esser chiaro che fuori da questa cornice non ci sono nomi e equilibri di potere in grado di farci uscire dal pantano.

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