Quella paura di recessione che viene e che va

L’inversione della curva dei rendimenti dei titoli di stato USA, il meno 0,1% del PIL tedesco nel secondo trimestre dell’anno e il riaccendersi delle tensioni commerciali tra USA e Cina, hanno nuovamente interrotto la salita degli indici azionari in atto dall’inizio di questo 2019. La preoccupazione ancora una volta è che, con il rallentamento dell’economia globale iniziato nell’autunno del 2018 e un ciclo economico in espansione ininterrottamente nella prima economia mondiale dai primi mesi successivi alla Grande Recessione del 2008/2009, la sola politica monetaria, tornata nuovamente espansiva dopo il tentativo di normalizzazione avviato qualche anno fa dalla FED, possa non bastare a garantire la prosecuzione del ciclo. Tuttavia se lo sguardo rimane ristretto al solo 2019 è difficile farsi una idea di come stanno effettivamente le cose. Infatti è dall’agosto del 2015 che ogni tanto si riaffaccia la paura di una recessione globale provocando nelle borse cadute verticali degli indici, seguite da rapide e ancora più forti risalite. A quel tempo l’allarme parti dalla Cina, che si temeva non riuscisse a compiere quel passaggio da una economia fondata sulle esportazioni ad una più trainata dai consumi interni – resa necessaria dalla crescita strepitosa degli ultimi 30 anni che ha fatto di quel grande impero la seconda potenza mondiale, in grado di competere con la prima anche sul piano dell’innovazione tecnologica. Seguì la preoccupazione per la caduta del prezzo del petrolio al di sotto del limite oltre il quale i danni per i paesi produttori poteva riflettersi pesantemente sull’economia globale. La ripresa dei mercati, che iniziò quando quelle preoccupazioni rientrarono, fu interrotta dal colpo che subirono mercati dall’esito imprevisto del referendum sulla Brexit. L’altrettanto sorprendente vittoria di Trump fu invece seguita da una nuova accelerazione degli indici azionari, legata un po’ alle promesse di tagli fiscali e di forti investimenti in infrastrutture ma molto di più alla sincronizzazione della crescita globale, trainata oltre che dalla ripresa americana – cominciata subito dopo la recessione – anche da quella europea, spinta a sua volta dalla capacità di Draghi di convincere il comitato esecutivo della BCE, dopo la crisi del debito sovrano del 2011/2012 (Grecia e Italia), a seguire l’esempio della FED in materia di allentamenti quantitativi. Nel 2018 con l’insistenza di Trump sui dazi e la guerra commerciale aperta con la Cina e con l’Europa, unitamente all’avvio della fase di rialzo dei tassi da parte della FED, i mercati hanno conosciuto una caduta paragonabile solo a quella del 2008. La risposta accomodante delle banche centrali ha poi consentito nel corso del 2019 il recupero dei mercati finanziari. Fino alle nuove preoccupazioni di questo agosto nel quale le trattative sui dazi tra le due superpotenze si sono nuovamente complicate. Cosa ci dice questo sguardo più lungo sull’andamento dei mercati finanziari? Che dopo la crisi del 2008 una risposta delegata interamente alla sola politica monetaria ha prodotto una lunga fase caratterizzata da bassi tassi di interesse, bassa inflazione, bassa crescita. Una fase che può garantire un ciclo espansivo anche più lungo dei precedenti proprio per le sue caratteristiche peculiari. Ovviamente l’assenza di politiche fiscali decise e concordate da parte dei governi del G20 conferisce un carattere di fragilità alla crescita. Essa può durare a lungo grazie alla sua moderazione ma gli effetti collaterali di un periodo così lungo di tassi bassi rendono questo ciclo esposto all’emergere di rischi geopolitici. Questo spiega il ritorno così forte della volatilità sui mercati. Guai a farsi prendere dal panico e a farsi guidare dalle emozioni. Ma guai anche ad abbassare la guardia. Non si può dire che a causa della maturità del ciclo la recessione è alle porte. Ma le incertezze sono tante: dalla Brexit, alla guerra commerciale -che se dovesse sfuggire di mano ai protagonisti certo è potenzialmente in grado di fare danni seri alla crescita moderata cui l’economia globale è aggrappata. Insomma bisogna continuare a convivere con l’incertezza fino a quando la politica non si libererà dalle spinte nazionaliste e protezioniste, decidendosi a governare democraticamente la globalizzazione attraverso la ricostruzione di un nuovo ordine internazionale.

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