Governo finito ma il contratto è una gabbia da cui è difficile uscire

5 stelle e lega sono ormai divisi su tutto: sulla TAV, sull’autonomia differenziata delle regioni, sulla politica fiscale, sui rapporti con l’Europa, sulle politiche migratorie, sul salario minimo, sul caso dei rapporti tra la lega e la Russia, sui rapporti tra politica e giustizia. Eppure il governo non cade. La crisi c’è ma non viene formalmente aperta. Il contratto è saltato ma nessuno dei contraenti può permettersi di lasciare le poltrone. L’esercizio del potere è l’unica ancora rimasta per evitare di essere risucchiati dalla tempesta. E badate questo vale per i 5 stelle, che vedono precipitare i loro consensi e temono di perdere tutto, ma anche per la lega, che nei sondaggi ha raggiunto la vetta più alta di sempre ma è ormai priva di una prospettiva in grado di conservare una parvenza di credibilità oltre il termine della presentazione della prossima finanziaria. Il governo giallonero, infatti, non è stato votato dagli elettori. È nato solo in Parlamento sulla base di un “contratto” tra due forze premiate dal voto ma che si erano presentare in campagna elettorale come alternative. Poi la mancanza di una maggioranza omogenea e l’ illusione di poter affermare per contratto i reciproci interessi e le diverse promesse elettorali hanno dato al governo un largo consenso, perfino più vasto di quello ottenuto dai due contraenti nelle elezioni del 4 marzo. I cinque stelle, che avevano quasi il doppio dei parlamentari della lega, hanno ottenuto la guida politica del governo e i ministeri chiave, oltre all’impegno di poter realizzare il loro cavallo di battaglia e cioè il reddito di cittadinanza, che è per definizione un reddito universale. La lega ha ottenuto in cambio via libera alla sua politica basata sulla promessa di una tassa piatta, che per definizione favorisce i più ricchi, di un forte contrasto all’immigrazione, di politiche della sicurezza smaccatamente di destra, del superamento della Fornero, di una autonomia differenziata che è di fatto l’anticamera della secessione. Solo degli sprovveduti come i grillini (a proposito ma Grillo che fine ha fatto?) potevano pensare che, con queste premesse, non avrebbero fatto la fine dei portatori d’acqua al mulino di Salvini, il quale in meno di un anno ha raddoppiato i voti a scapito soprattutto dei suoi alleati di governo. Così i 5 stelle si trovano ora a dover scegliere se andare avanti con il governo, per continuare a farsi cannibalizzare da Salvini, oppure rischiare il voto anticipato, che lascerebbe gran parte di loro senza arte né parte. Salvini apparentemente ha un vantaggio: può scegliere se andare avanti così ancora per un po’, fino a che il gioco fa crescere i consensi al suo partito, oppure optare per le elezioni anticipate e capitalizzare il patrimonio elettorale segnalato dai sondaggi. Tuttavia ha anche lui un problema molto serio. In questo anno di governo il suo programma si è rilevato inattuabile. Hanno fatto sentire solo l’odore delle promesse elettorali e subito hanno dovuto fare marcia indietro in modo clamoroso, prima accordandosi con l’Europa su norme di salvaguardia che smentiscono i loro impegni, poi accettando di fare una manovra correttiva dei conti pubblici e impegnandosi per il 2020 a stare dentro le regole europee, che equivale a mettere una pietra tombale su flat tax e superamento della Fornero. Insomma l’esperienza di governo ha dimostrato che una via nazionale per uscire dalla crisi, fondata sulla spesa a debito in contrasto con l’Europa, non è praticabile perché impedita dal contesto dei mercati globali. Il voto europeo ha isolato la lega e ha dimostrato che non c è una via d’uscita concordata con una Europa diversa dominata dai sovranisti (che tra l’altro si è capito sarebbero ancora più severi nei confronti di un Italia poco sensibile alla tenuta dei conti pubblici). Rimanere al governo significa arrivare alla manovra di autunno con le armi spuntate. Votare anticipatamente, capitalizzare i maggiori consensi, potrebbe portarlo al governo privo alibi. Senza cioè poter scaricare su altri la responsabilità del mancato rispetto degli impegni elettorali. Resta la via dell’uscita dall’Europa ma ormai dovrebbe esser chiaro anche ai bambini che provocherebbe in poco tempo un disastro dalle proporzioni inaudite. Insomma il governo non è in grado di governare ma neppure di cadere a causa della mancanza di prospettive credibili per i sottoscrittori del contratto. Per loro è un vero rompicapo. Per l’Italia un vero disastro.

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