La paura della recessione e i nuovi cicli del capitalismo finanziario

Quante probabilità ci sono di un imminente recessione nell’economia internazionale? E’ questa la domanda che turba i sonni di politici, economisti ed operatori dei mercati finanziari. Infatti di norma i cicli economici durano dai 5 ai 7 anni mentre la fase di espansione dell’economia statunitense continua ininterrottamente da 10 anni. Tuttavia, nonostante la paura sia palpabile, l’opinione dei più è favorevole alla tesi di un suo ulteriore prolungamento, salvo però sorprese sul fronte dell’instabilità politica. Ed è questo il fronte che ripropone il “tormentone”. Ne è la prova la crescita delle borse internazionali da inizio 2019 che però segue il crollo del 2018, per i mercati finanziari il peggiore da molti anni a questa parte (per ragioni legate soprattutto ai rischi politici, quali la guerra dei dazi e la tenuta dell’area Euro in vista del voto europeo). L’instabilità politica ovviamente resta ma la sua attenuazione ha riportato il focus sulla crescita globale, che certo rallenta ma si mantiene su livelli accettabili. La verità è che la Grande Crisi del 2008 ha fatto saltare tutte le vecchie certezze. Quella crisi ha segnato la bancarotta del sistema finanziario internazionale e la fine dell’illusione del primato di un mercato capace di autoregolarsi grazie al passaggio dal capitalismo riformato (che nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale si affidava più che alla finanza al motore produttivistico, allo stato sociale e all’intervento dello Stato nell’economia) al capitalismo finanziario, che di fatto dagli anni ’80 in poi tornava al vecchio liberismo (definito nuovo perché riverniciato con la scelta di affidare la sua capacità di autoregolazione ad un ruolo abnorme di una finanza deregolamentata e autorizzata a sfruttare in modo illimitato la leva monetaria).Quella scelta ha prodotto una crescita inaudita delle diseguaglianze sociali e una contraddizione ambientale enorme. Due fattori che sono alla base di una crisi politica, prima ancora che economica e finanziaria, senza precedenti. Una crisi sistemica non affrontata minimamente nelle sue cause ma solo tamponata da una immissione di liquidità senza precedenti da parte delle Banche Centrali. Insomma galleggiamo su una montagna di carta ma non siamo in grado di navigare. Galleggiamo perché il danaro non costa nulla, il debito pubblico e privato cresce a dismisura ma la spesa per il debito incide – sui bilanci di famiglie imprese ed istituzioni pubbliche – in maniera meno dirompente. La crescita che ne è derivata ha evitato il crollo ma rimane molto più bassa di quella seguita alle precedenti crisi, perché strutturalmente impossibilitata a garantire lo sfruttamento di tutto il potenziale dell’economia globale e la piena occupazione. Non a caso è stato coniato il termine di “stagnazione secolare”, volendo intendere con esso una lunga fase caratterizzata da basso costo del danaro, bassa inflazione e basso livello di crescita. Un equilibrio precario che necessità di una politica monetaria sempre accomodante. Lo ha capito Trump che non a caso ha fermato la fase di rialzo dei tassi negli USA e ora addirittura pretende dalla FED di ritornare ai vecchi tagli. Il ciclo, insomma, nell’era del capitalismo finanziario, può avere una durata molto più lunga e un atterraggio meno duro ma rimane in balia dell’instabilità politica che deriva dagli effetti collaterali dell’eccessiva leva finanziaria, il primo dei quali, ma non il solo, è l’ampliamento delle diseguaglianze sociali. La paura della recessione rimane dunque legata all’instabilità politica che ha già prodotto il disastro della vittoria (negli USA) o della crescita (in Europa) delle spinte al protezionismo nazionalista. Il pericolo di una guerra dei dazi è potenzialmente in condizione di rendere tutt’altro che secolare la stagnazione e molto concreto il rischio di una nuova pesante recessione. Si può uscire dalla trappola della liquidità non eliminando la leva finanziaria ma regolamentandola e ponendola al servizio non solo della politica monetaria (utilissima ma non sufficiente per uscire dalla crisi) ma soprattutto di una politica fiscale fondata su grandi investimenti pubblici a favore di un nuovo modello di sviluppo sostenibile e sulla redistribuzione della ricchezza. Ma perché sia praticabile un new deal di questo tipo occorre una riforma dell’ordine internazionale. La politica purtroppo vira a destra in direzione opposta e cioè quella del protezionismo. Una nuova forza internazionalista in grado di realizzare un nuovo “compromesso” tra capitalismo e democrazia ancora non si scorge all’orizzonte.

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