la vera storia dell’Ospedale di Capua e le menzogne di questa destra disperata e inconcludente

La destra  continua la sua campagna elettorale fondata solo sulla menzogna e la mistificazione dei fatti. A corto di argomenti, disperata per il vantaggio  incolmabile, di circa 1200 voti, ottenuto al primo turno da Luca Branco (oltre il 46% ), riscopre la vecchia storia dell’Ospedale Palasciano per attaccare il centrosinistra. Lo fa con i soliti metodi: un video del candidato sindaco della destra – che accusa genericamente  Bassolino e  la sinistra per la chiusura dell’Ospedale – e il solito sito anonimo, dietro cui si nasconde qualche quaquaraquà loro amico  che non ha neppure il coraggio di metterci la faccia, che traduce l’attacco politico in un risibile attacco personale al sottoscritto, che dal 1995 al 2005 ha rappresentato la provincia di Caserta in Consiglio Regionale, insieme ad altri 7 consiglieri di diversi schieramenti politici. Si guardano bene, ovviamente, dal citare atti amministrativi che convalidino le loro accuse  e si limitano a racchiudere tutta la vicenda tra il 2000 ed il 2005. Non fanno alcun cenno alle politiche di riorganizzazione del sistema sanitario regionale –  dentro cui si è consumata anche la vicenda del Palasciano e della mancata realizzazione del nuovo ospedale di Capua – che hanno in realtà un orizzonte temporale molto più ampio (1994 – 2012). Fanno finta di non conoscere le diverse competenze politiche e amministrative coinvolte: il Ministero della Sanità, che stanzia i fondi del programma di interventi per l’edilizia sanitaria ex art. 20 legge 67/88 e ne detta le regole e gli indirizzi; i Consigli Regionali che definiscono le scelte di programmazione attraverso Piani Sanitari Regionali e i piani ospedalieri; le ASL (gestite dai manager – scelti dagli assessori regionali alla sanità, sulla base di bandi pubblici – e dai comitati eletti dai sindaci dei territori di riferimento di ciascuna delle Aziende Sanitarie Locali) che le attuano occupandosi della progettazione e dell’appalto dei lavori. Si comportano in questo modo sia per opportunismo politico che per assoluta incompetenza, di cui hanno dato ampia prova in 15 anni di malgoverno della città. Cerchiamo allora di raccontare questa storia che comincia nel 1994 con due leggi regionali di riforma del sistema sanitario campano che mirano a rivoluzionare il settore, anche in conseguenza della grande innovazione tecnologica che lo attraversa. L’obiettivo di queste riforme è di riequilibrare la rete ospedaliera sul territorio, che vedeva tutti i grandi ospedali di alta specializzazione concentrati a Napoli città e una rete di piccoli ospedali fotocopia disseminati nel resto della regione(ormai privi sia delle attrezzature minime che di tutte le specializzazioni necessarie per garantire una assistenza all’altezza dei tempi). Per attuare questo riequilibrio era necessario superare un modello di sanità incentrato sull’ospedale, come unico luogo di cura di tutti i mali, per affermare un nuovo modello nel quale ai grandi ospedali moderni e tecnologicamente avanzati, da riorganizzare su tutto il territorio regionale, si assegnava il compito di gestire le emergenze e prevenire il fenomeno delle migrazioni sanitarie fuori regione (nel campo della cardiochirurgia della ematologia e della oncologia), mentre venivano riservate a nuove strutture territoriali le funzioni di prevenzione, riabilitazione, diagnostica e Day Surgery (in modo tale da creare forme alternative al ricovero nell’ottica di una integrazione ospedale/territorio). Il compito di riorganizzare questo modello sui diversi territori fu affidato alle nuove ASL, che andavano a sostituire le vecchie e più piccole USL. In questo quadro l’ASL CE 2 evidenziò la situazione particolare dei due PSA (Pronto Soccorso Attivo) di Capua e di Santa Maria C.V. Due Ospedali che replicavano gli stessi reparti ad una distanza di soli 5/6 Km ed entrambi caratterizzati da  una situazione di degrado e di precarietà, sia per l’arretratezza tecnologica, sia per le gestioni fallimentari delle vecchie USL dalle quali dipendevano (i tempi gloriosi erano passati da un pezzo). Entrambi i presidi, inoltre erano ubicati in vecchi edifici, strutturalmente non idonei ad essere ristrutturati e adeguati ai requisiti previsti dalle nuove normative nazionali. L’Asl predispose una proposta, tra il 1994 ed il 1995, condivisa dai sindaci di Capua e di Santa Maria dell’epoca, che prevedeva la costruzione di un nuovo grande DEA di 2° livello di 350 posti letto, considerati la dimensione ottimale per  una gestione efficiente ed efficace di un moderno Ospedale, attraverso l’accorpamento dei due presidi preesistenti e la riconversione dei vecchi Presidi in strutture ambulatoriali territoriali. Il consiglio regionale nel 1998 accolse la proposta dell’ASL e stanziò nel Piano Ospedaliero Regionale del triennio 1998/2000 le risorse necessarie sia per mettere nelle migliori condizioni i due presidi esistenti (per Capua nuove sale operatorie e nuovi locali per Ostetricia e Ginecologia) fino alla costruzione del nuovo ospedale, sia per finanziare il primo lotto del DEA di II livello da localizzare nell’ex campo profughi, ritenendo quell’area la più idonea a servire le due città e il territorio di riferimento. Condizione essenziale – dettata dalla legge nazionale per l’edilizia sanitaria – per poter investire le somme stanziate dal piano regionale,  era  l’acquisizione in proprietà da parte delle ASL dei contenitori edilizi dei vecchi ospedali e dell’area prescelta per il nuovo ospedale, all’epoca di proprietà del demanio ed in affidamento alla Prefettura di Caserta. Successivamente con il Piano Sanitario Regionale e il nuovo piano ospedaliero per il triennio 2002/2004 il consiglio regionale integrò il finanziamento previsto del primo piano triennale con un ulteriore finanziamento sufficiente al completamento dell’opera. Con i fondi di quei due piani ospedalieri cambiarono il volto gli ospedali di Aversa ecco Caserta ( con il padiglione di cardiochirurgia e il nuovo dipartimento di emergenza), oltre a numerosi grandi ospedali napoletani ( dal Cardarelli al Monaldi, al Pascale e tanti altri). Capua fu tra i pochi ospedali della Campania che non riuscirono ad utilizzare le risorse disponibili. Perché? Purtroppo il comune di Capua trasferì prontamente  all’ASL solo la proprietà dell’ala dell’ex complesso conventuale dell’Annunziata di pertinenza dell’Ospedale Palasciano – consentendo l’utilizzo dei fondi stanziati per le sale operatorie e i locali della nuova Ostetricia  Ginecologia – ma non riuscì a portare a termine la sdemanializzazione dell’ex Campo Profughi, per cui nel 2008 il ministero della Sanità revocò i finanziamenti per l’edilizia sanitaria non spesi, e tra questi ovviamente quello destinato alla costruzione del nostro nuovo Ospedale di Capua, chiedendo alla regione Campania di riutilizzarli nell’ambito della rimodulazione degli interventi di edilizia sanitaria per il triennio successivo. Va detto che nel 2003, nonostante il mancato trasferimento del suolo all’ASL, il manager Franco Rotelli aveva avviato l’appalto concorso per la realizzazione del DEA di II livello, nella speranza di vedere conclusa la pratica di sdemanializzazione del suolo nelle more della conclusione delle procedure di appalto. Al tempo stesso aveva avviato l’accorpamento funzionale dei due ospedali (i cui conti economici non giustificavano più i doppi reparti) riorganizzandone le attività  sulle due strutture, fino al successivo trasferimento definitivo a Santa Maria qualche anno più tardi. Quali le ragioni addotte dall’ASL per quelle scelte? Furono motivate dalla presenza al Melorio della sala di rianimazione e dell’UTIC, che il Palasciano non aveva, ma anche dalla necessità di far digerire al comune di Santa Maria la scelta di realizzare a Capua il nuovo ospedale che, fin dai tempi dell’approvazione del primo piano regionale del 1998/2000, aveva prodotto un conflitto asprissimo tra i due comuni (non sempre gestito con equilibrio ed intelligenza dai nostri amministratori) che si rifletteva anche nella conferenza dei sindaci dell’ASL (il comune di Santa Maria di fronte ai ritardi del comune di Capua nel 2006 aveva messo a disposizione un suolo nei pressi del nuovo casello autostradale). Scelta discutibile? Certamente. Ma il danno più grave per il nostro territorio fu determinato dalla perdita del finanziamento del nuovo ospedale a causa del mancato trasferimento della proprietà del suolo all’ASL. Dovrebbe ormai essere evidente a tutti che è  finito, e non certo da oggi, il tempo dei piccoli ospedali e che lo stesso ospedale Melorio si sta spegnendo pian piano, essendo privo dei requisiti necessari per garantire le funzioni di un vero dipartimento di emergenza. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. I due comuni avevano una sola possibilità per continuare ad ospitare un moderno ospedale: utilizzare i 150 milioni di euro disponibili per costruire un nuovo grande e moderno DEA nell’ex campo profughi. Perché il comune di Capua non è stato in grado di portare a termine il trasferimento della proprietà del suolo all’ASL? Anche questa verità è scritta negli atti amministrativi. L’amministrazione Mariano avviò la richiesta di sdemanializzazione nel 1998 in base alla legge 127/97. Dal 2001 la palla passò nelle mani dell’amministrazione Pasca. Ma solo nel settembre del 2005 il Commissario prefettizio deliberò di vincolare la zona ex Campo profughi a zona ospedaliera. Lo stesso Commissario nell’ottobre dello stesso anno approvò una variazione al bilancio di previsione, al fine di istituire i capitoli  di entrata e di spesa per l’acquisizione dell’area – stimandone il costo in 1.085.000,00 – per arrivare poi nel marzo del 2006 alla contrazione del relativo mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti. Subentrò dopo qualche mese l’amministrazione Antropoli, che di fatto congelò quei fondi fino a spingere Paolo Romano, che era il loro consigliere di riferimento, ad intervenire nel 2007 pubblicamente più volte (io dal 2005 non ero più in consiglio regionale), come testimoniano diversi articoli di stampa, per invitare l’Amministrazione Comunale di Capua, della sua stessa area politica, a completare l’acquisizione dell’area e scongiurare il rischio di perdere il finanziamento. Tuttavia l’Amministrazione non ritenne di dover portare a termine la pratica avviata dal Commissario e solo nel luglio del 2009, cioè dopo la revoca del finanziamento per il nuovo ospedale, propose di acquisire la proprietà dell’ex campo profughi mediante una permuta tra il suolo di proprietà dello Stato e l’immobile di proprietà comunale sito nel Rione Carlo Santagata, da destinare a sede del distaccamento della Polizia Stradale. Il Ministero dell’Interno espresse il proprio nulla osta il 16 febbraio del 2010.  Intanto con delibera di consiglio n. 4 del 26 febbraio 2010 la maggioranza di centrodestra cambia la destinazione d’uso dell’area, destinando  40.000 mq dell’ex campo Profughi ad edilizia residenziale sociale in variante al PRG. E qui comincia un’altra storia incredibile, su cui prima o poi sarà necessario far luce. Ma torniamo alla vicenda dell’acquisizione del suolo. La permuta non fu perfezionata perché le nuove norme sul federalismo fiscale, approvate dal governo nel maggio del 2010, consentirono  il trasferimento dell’area a titolo definitivo e gratuito a favore del comune di Capua. Intanto alla Regione si era insediata la nuova giunta di centrodestra guidata da Caldoro.  E’ evidente che sono altri a dover spiegare il perché di questi ritardi incredibili che causarono prima la revoca dei finanziamenti da parte del Ministero della Sanità e poi l’impossibilità di far rientrare il progetto del nuovo ospedale nella rimodulazione della programmazione regionale successiva, che di fatto a Napoli era ormai nelle mani della nuova giunta Caldoro. Infatti ancor prima dell’acquisizione definitiva del suolo, avvenuta solo nel 2011, l’amministrazione di centrodestra ne aveva cambiato la destinazione d’uso per poi arrivare, con diverse delibere fino agli anni 2014/2015, alla folle decisione di deliberare l’affidamento della realizzazione di diversi palazzi, in cambio della bonifica dell’area, ad una impresa. Nuovi palazzi nell’ex campo profughi, in una città nella quale il mercato della casa è fermo da anni, con le agenzie immobiliari cittadine che non hanno più spazio nelle loro bacheche per pubblicizzare le troppe richieste di vendite (che non trovano acquirenti). Una vicenda avvilente che ricorda quelle, altrettanto gravi, che ci hanno fatto perdere la variante ANAS con il terzo ponte sul Volturno e gli alloggi per studenti universitari nell’ex Convento dei Gesuiti. Le accuse della destra nei nostri confronti sono perciò ridicole e svelano tutta l’inadeguatezza di questi signori a gestire una città come la nostra.

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