Non servono 5 stelle se non sai trovare quella polare

Sono stato facile profeta quando il 5 marzo del 2018 scrissi su questo blog che quel 32% di voti ottenuto dai grillini il giorno prima sarebbe stato per loro, oltre che ragione di grande ma breve delizia, soprattutto una croce (Si conferma l’ingovernabilità. Dilemma dei 5 stelle). Quel risultato infatti aveva portato un movimento nato pochi anni prima – su iniziativa di un comico e di un imprenditore del web – ai più alti livelli di consenso raggiunti solo dai più importanti partiti della storia della Repubblica, dotati di un pensiero con solide basi storiche e politiche, di gruppi dirigenti di grande spessore culturale e di un forte radicamento sociale . E tuttavia era evidente fin da subito che le modalità attraverso cui avevano scalato la vetta avrebbero trasformato in poco tempo quella delizia in una croce. I 5 stelle, infatti, approfittando del malessere generato da una delle peggiori crisi economiche e sociali della storia, erano riusciti a raccogliere la delusione e la protesta degli elettori – di tutte le vecchie aree politiche di destra, di sinistra e di centro – utilizzando le armi classiche della demagogia qualunquista. E cioè alimentando rancori e odio verso la politica in quanto tale, utilizzando in modo spregiudicato la macchina del fango contro tutti i loro avversari, alimentando processi sommari e sguaiati nelle piazze, producendo su larga scala fake news da veicolare attraverso i social media. Ovviamente per raccogliere consenso mediante queste modalità hanno sempre espresso politiche ambigue su tutte le questioni più importanti: sull’euro e sull’Europa, sulle politiche migratorie e sulla politica internazionale, sulle grandi opere come sui diritti civili e la giustizia. Dopo il 4 marzo quel 32 per cento e l’impossibilità di costruire una maggioranza politica senza la loro partecipazione li poneva di fronte ad un dilemma. Questo è quello che io scrissi allora: “Rendere possibile un governo di grande coalizione segnerebbe la loro fine, perché significherebbe essere cooptati nel sistema politico che volevano demolire. Allearsi con il centro sinistra o con il centrodestra significherebbe perdere in ogni caso un pezzo consistente di elettorato”. Sappiamo come è andata a finire. Non solo si sono alleati con la peggiore destra, ma hanno lottizzato tutto, a partire dalle presidenze della camere, come i peggiori lottizzatori. Pur di rimanere aggrappati alle loro poltrone hanno dovuto pian piano smentire tutte le loro promesse, incalzati da un alleato di governo molto più strutturato sul piano organizzativo e molto più scaltro su quello politico. Il risultato lo abbiamo verificato prima in diverse tornate amministrative, poi nelle elezioni europee che hanno capovolto i rapporti di forza tra gli alleati di governo: la lega è passata dal 17% al 34%, i 5 stelle dal 32% al 17%. Ora il dilemma si ripropone. Che fare per non scomparire del tutto nel giro di qualche anno? Puntare ancora sull’esercizio del potere restando al governo, accettando tutti i ricatti della lega e ben sapendo che questa scelta può al massimo consentire di arrivare fino alle prossime politiche in condizioni di estrema debolezza? Oppure prendere atto che quando si arriva a certi livelli di consenso non si può rimanere nell’ambiguità e scegliere di dotarsi di un coerente progetto di governo e di una strategia adeguata per realizzarlo? Io al loro posto non avrei dubbi. Rimanere al governo in queste condizioni significa rinviare di qualche anno l’estinzione. Cambiare natura, darsi una politica chiara e netta, comporta certamente dei rischi, significa mettere in conto di dover perdere qualcosa e tuttavia consente continuare a svolgere un ruolo, di costruirsi una prospettiva. Ovviamente mi rendo conto che la seconda strada richiede una capacità di lettura della realtà e di elaborazione politica e culturale che, per un personale politico improvvisato, rappresenta un bella ma ardua sfida. Insomma non basta avere 5 stelle se non riesci a trovare quella polare: l’unica in grado di indicarti un cammino. Il dilemma continua.

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