La posta in gioco altissima delle elezioni del 26 maggio

Tutte le elezioni sono importanti. Ma è da molto tempo che un passaggio elettorale non presenta una posta in gioco così elevata come quella in ballo per il rinnovo del parlamento europeo. Può apparire paradossale constatare come il peso di una scelta sia inversamente proporzionale al peso della istituzione che quella scelta è chiamata a rinnovare. Il parlamento europeo, infatti, nella complicata e singolare architettura istituzionale dell’Unione Europea, non è certo l’organismo che ha maggiori poteri. Il potere reale, come è noto, è in gran parte concentrato nel Consiglio europeo, che riunisce i capi di Stato e di governo dei Paesi membri, e nel Consiglio dell’Unione Europea, composto dai Ministri competenti degli Stati membri. È insomna nelle mani dei governi nazionali più che del Parlamento comunitario. Ma il paradosso si spiega se valutiamo gli effetti che il nostro voto avrà sul piano politico generale più che su quello parlamentare. Infatti in ballo, più che i seggi parlamentari, c’è la nostra vita, il processo di civilizzazione inteso come capacità di controllo delle pulsioni individuali e della natura irrazionale dell’uomo, come modernizzazione garantita dalla sovranità democratica, elemento essenziale di pianificazione del processo di sviluppo economico e culturale. Non sembri una esagerazione la mia. Se guardiamo alla nostra vita quotidiana è difficile non vedere che la grande crisi di questo inizio del nuovo secolo ci pone davanti ad un bivio. La grande trasformazione, nella quale siamo immersi da decenni, ha determinato problemi del tutto nuovi che mettono in discussione il futuro dell’umanità, proprio per la sopravvenuta inadeguatezza dello strumento che ha garantito quella sovranità, e quindi la nostra civilizzazione, attraverso la sua nazionalizzazione. Di quali problemi parlo dovrebbe essere chiaro: i cambiamenti climatici, che mettono in discussione il nostro rapporto con l’ambiente; le straordinarie innovazioni tecnologiche e nelle comunicazioni, che hanno reso unico il villaggio e l’economia globale e favorito un processo di frammentazione sociale e di crisi delle organizzazioni intermedie; le grandi migrazioni, figlie del superamento di frontiere che hanno separato per secoli culture radicalmente diverse, che impongono la sfida del multiculturalismo; la crescita delle diseguaglianze, prodotto della supremazia delle grandi concentrazioni economiche e finanziarie sui poteri pubblici e del conseguente ritorno al capitalismo selvaggio. Di fronte a questa realtà, al tempo stesso straordinaria e terribile, o si riesce a riformare l’ordine internazionale, attraverso il passaggio dalle nazioni agli imperi continentali – intesi come spazio minimo per riaffermare la sovranità democratica nel villaggio globale – oppure la delegittimazione delle forme di potere democratico nazionali spingeranno sempre di più verso quella irrazionalità delle pulsioni individuali e quelle chiusure particolaristiche che hanno sempre aperto le porte alle guerre e alla barbarie. È una alternativa molto evidente nel continente europeo che oggi è il punto debole di una situazione internazionale segnata da trend demografici, tecnologici, economici e politici che hanno spostato altrove l’asse dello sviluppo e dell’ equilibro geopolitico. E lo è perché siano rimasti in mezzo al guado nel processo di integrazione politica dell’ Europa. Siamo uno dei più grandi mercati del mondo ma privo di un vero Stato federale, di una autorità pubblica in grado di garantire il primato della politica e quindi dell’interesse generale, sull’economia e sulla finanza. L’ondata di populismo e di nazionalismo che attraversa il continente – con il suo carico di intolleranza di fascismo e razzismo che porta con sé- è la prova della deriva di irrazionalità individualista provocata dalla crisi. Una deriva che rischia di spezzare quel cammino di civiltà che ha garantito fin qui pace e benessere per oltre 70 anni dopo le tragedie delle due guerre mondiali che hanno avuto proprio qui il loro epicentro. Se questo è il punto cui siamo non dovrebbe essere così difficile capire che ci giochiamo l’unica via di salvezza che abbiamo: dare forza a chi vuole costruire gli Stati Uniti d’Europa e fermare la nuova destra xenofoba e nazionalista.

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