Per risorgere Capua ha bisogno di politica e di progetto

Oggi voglio parlare della mia città che andrà alle urne tra poco più di un mese per eleggere sindaco e Consiglio comunale, mentre è nel pieno di una crisi politica e morale senza precedenti, segnata da una inchiesta giudiziaria che travolge vicende politiche e persone e la accomuna ai casi più eclatanti di commistione tra potere amministrativo e criminalità organizzata registrati in una provincia pur così pesantemente inquinata come quella casertana. Non voglio assolutamente esprimere giudizi di carattere morale sulle persone coinvolte, alle quali auguro sinceramente di poter dimostrare la loro estraneità a vicende così gravi. Spetta alla magistratura fare chiarezza e accertare le responsabilità individuali. Tuttavia sul piano squisitamente politico è evidente come questa traversia si collochi, si è sviluppata ed è decodificabile solo dentro il quadro di degrado della vita pubblica e della politica, ormai da molti anni sempre meno legata a progettualità di ampio respiro – pur ispirata da valori tra loro alternativi – e sempre più terreno di scontro tra personalismi e interessi di parte. Parto da qui non perché sottovaluto la portata della crisi economica che attraversiamo ma perché convinto che è proprio la crisi politica e morale a determinare quella sociale, a generare smarrimento, a rendere particolarmente difficile il compito di ritrovare una via di uscita. È questa, sia chiaro, la condizione generale dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente. Ma per me è evidente da tempo che Capua vive sempre in modo esasperato i passaggi cruciali della storia, come quello dentro cui siamo immersi, sia per la complessità della sua stessa storia, sia per la natura e la qualità del suo tessuto urbano . Capua, infatti, è, più di tanti comuni della nostra regione, città nel senso vero e profondo del termine, in quanto antichissimo agglomerato pianificato per esercitare funzioni politiche, culturali, difensive e amministrative al servizio di un territorio vastissimo. Non dimentichiamo che la Capua medievale è sorta dopo le grandi invasioni barbariche per dare alle classi dirigenti dell’epoca un luogo sicuro dove ripensare, riorganizzare ed esercitare la loro egemonia. È stata città fortezza e di governo dello sviluppo per lunghi archi di tempo nella storia. I suoi palazzi nobiliari, i suoi complessi conventuali, le sue caserme e le sue fortificazioni hanno il valore che conosciamo perché hanno svolto una funzione vitale per tutto il territorio campano e meridionale. Un patrimonio di questa portata non può reggere oggi sulle spalle di una piccola cittadina. Si preserva dal degrado solo se riusciamo a farlo rivivere. Solo se ritorna ad esercitare un ruolo e una funzione. Solo se sappiamo ridefinirne un “riuso” qui ed ora, dentro il processo di riorganizzazione dell’ area metropolitana regionale della quale siamo parte. Da ciò è facile dedurre che la decadenza innegabile che attraversiamo ha origini lontane e non è semplice da fermare. Eppure il degrado terribile che oggi viviamo non coincide con il momento di maggiore marginalizzazione della città. Anzi, dopo i due terribili terremoti degli anni ottanta del secolo scorso, Capua è stata destinataria di investimenti in infrastrutture di valore regionale e nazionale proprio perché la sua “opportunità di sito” è risultata strategica per quel processo di razionalizzazione della grande area napoletana. Eppure realtà come il Centro Italiano di Ricerca Aerospaziale, il più grande investimento nazionale in ricerca e tecnologie degli ultimi 20 anni, la Scuola militare, la facoltà di Economia del secondo Ateneo della Campania, non hanno scosso la città dal suo torpore, non sono state accolte dal tessuto sociale cittadino come occasioni straordinarie di resurrezione della vocazione urbana del nostro patrimonio architettonico. Ciò testimonia la gravità della nostra condizione ma anche l’esistenza delle condizioni su cui lavorare per risalire la china. A patto però di chiudere la fase degli individualismi esasperati e del qualunquismo e di saper ritrovare la politica come visione di futuro, come progetto, come governo dei processi di trasformazione. Quella politica che nel pieno della crisi istituzionale e del caos globale riaffiora pian piano in Italia e in Europa riproposta come necessità ineludibile dalle trasformazioni epocali che attraversiamo. Una crisi che oggi richiede scelte decisive tra europeismo e nazionalismo, tra accoglienza e chiusura, tra salto di civiltà o barbarie, tra primato della politica o del liberismo sfrenato, tra democrazia rappresentativa o leaderismo autoritario, tra politica e qualunquismo, tra cedimento ai particolarismi o ricostruzione di un senso di comunità e di destino comune. A ben vedere nel buio e nella confusione di questo nostro tempo si comincia a delineare il riemergere di quelle dinamiche politiche e sociali, di quel conflitto tra capitale e lavoro, tra sinistra e destra, tra progresso e conservazione che ha sempre deciso il cammino storico, il futuro dell’umanità. Io lo intravedo anche in questa campagna elettorale locale, nella quale di fatto siamo già entrati, con la formazione di schieramenti che, pur tra contraddizioni e fatica, ritornano ad essere caratterizzati e ispirati dalle scelte politiche: un centrosinistra che ritorna a camminare unito e si apre alla società e soprattutto alle sue espressioni solidaristiche e progressiste; una destra che si riorganizza intorno alla lega e alle pulsioni più reazionarie che essa oggettivamente rappresenta; un qualunquismo che si manifesta in forme varie, che mantiene una sua forza e una sua presenza ma che comincia a cedere il passo allo scontro politico più autentico. Spero di non sbagliarmi perché Capua, per sua natura, ha un bisogno vitale di un ritorno alla politica intesa come confronto tra visioni e progetti alternativi.

8 commenti

  1. Ogni popolo merita i politici che vota.
    Quindi, se la magistratura ha il dovere di comprendere colpevolezza o innocenza degli indagati per le ipotesi di reato, allora la popolazione capuana ha il dovere di comprendere le proprie responsabilita’ per quegli stessi fatti. E sono convinto che i capuani conoscono cose che altri umani non possono neppure immaginare.
    La gloria di Capua, come lei ha ben definito (anche se non basterebbero lavori enciclopedici), non e’ stata compromessa da un fato maligno che si e’ accanito su di essa ma da azioni precise e compiute degli stessi capuani. Forse e’ ora di esercitare un autocritica, cercare gli errori e procedere a ripararli. Non e’ difficile e Capua questo lo sa fare.
    Non sono daccordo sul parallelismo tra politica locale e politica nazionale. Sono convinto invece che i due mondi, il popolo delle citta’ ed il popolo dello Stato, siano due entita’ culturali nettamente separate. Le citta’ si regolano con politica e politici distinti dal governo centrale. Di fatto, si vedono allenaze trasversali tra entita’ e gruppi politici che nel parlameto non prendono neppure un caffe’ insieme. Perche’ la politica delle citta’ ha il vantaggio di essere sentimentale. Sono i cittadini delle citta’ che votano i referendum perche’ essi si sentono direttamente coinvolti e responsabili delle conseguenze. Le stesse persone si svestono delle loro cittadinanze per eleggere i parlamentari perche’ sanno bene che le regole e le logiche di quei banchi sono diverse da quelli di un comune.
    Un esempio di citta’ e’ anche Capua. E’ indubbio che alla guida del comune si sono alternati personaggi che hanno agito sulla base della loro moralita’ prima ancora che della loro capacita’ politica. E’ giusto che sia cosi’ in un comune come Capua. Perche’ la moralita’ di un individuo e’ un carattere esplicito, e’ frutto di una cultura nota a tutti e coltivata nel tempo. L’esercizio politico e’ piu’ soggetta ad improvvisazione e puo’ distrarsi dalla moralita’ si apersonale sia sociale. Soprattutto se tradisce il suo intento primo di esercitare per il benessere collettivo dedicandosi invece a quello personale. Non e’ un caso che i politici corrotti sono sempre queli che agiscono in “casi di emergenza”. La moralita’ sociale e’ la condizione di un individuo che e’ conforme ai principi della societa’ in cui vive. Quindi, l’elezione di un sindaco avviene anche attraversando per intero la moralita’ soociale di ogni individuo. Un popolo puo’ anche non avere colpa dei misfatti del politico che vota ma ne ha certamente la responsabilita’. Questo perche’ se non era a conoscenza di quei fattacci, allora vuol dire che non ha partecipato abbastanza alla vita politica; se ne era a conoscenza ma non ha fatto niente per evitare che accadessero, allora ne e’ complice. In fondo si parla di Capua, una cittadina di poche migliaia di abitanti che si conoscono tutti. O no?
    Capua sa fare autocritica e lo vedo ogni volta che la guardo. Ho vissuto a Capua a l’ho vissuta. Quando ci ritorno, parenti ed amici (che spesso sono la stessa cosa) mi dicono che loro non riconoscono piu’ la citta’. Io invece no. La citta’ c’e’. Certo, trovo cose nuove, iniziative diverse, associazioni ed anche persone che hanno cambiato vestito. Ma e’ il segno di una citta’ che cerca di muoversi. L’ultimo periodo politico e’ stato forse contraddistinto da un eccessivo lassismo da parte dei cittadini che hanno forse confidato troppo nella pratica di demandare ai politici responsabilita’ dei compiti che gli erano stati assegnati. Insomma, i cittadini hanno allentato il controllo, si sono fidati troppo di chi hanno eletto ma allo stesso tempo, hanno preferito scaricare le proprie responsabilita’ su di loro. Insomma, se Capua e’ sporca e’ anche colpa di chi sporca e non solo di chi non pulosce che non sono tutti politici. Capua ha grandi progetti in seno ma Capua ha anche a volte l’arroganza di voler crescere troppo in fretta, forse per competere proprio con il suo stesso passato.
    Quindi, Capua merita il sindaco che elegge. E poi, come si dice, ” i politici hanno le stesse caratteristiche dei pannolini. Bisogna cambiarli spesso e per la stessa ragione.”

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    • Condivido molte considerazioni, a partire da quella sulla classe politica che è sempre lo specchio della società e che se la società non sa fare autocritica, non sa riconoscere i propri limiti e i propri errori, nulla di sostanziale può cambiare. Non condivido invece la differenza che di vuol fare tra il piano politico generale e quello locale. La modernità è caratterizzata dalla impossibilità di isolarsi dal contesto globale. Ed oggi nessuno può pensare che il proprio destino è separato dall’esito dello scontro di civiltà in atto che è uno scontro tra progresso e conservazione.

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  2. Ma lei mi dice cio’ che dovrebbe essere e sono daccordo. Il fallimento dell’Europa e’ caratterizzato proprio dall'”isolazionalismo”. Sono pero ancora daccordo con me stesso per quanto riguarda la realta’ delle citta’. I cittadini sono caratterizzati da un provincialismo che li tiene attaccati alla campana. Diciamo che “si fanno i fatti loro” senza capire che in realta’, il loro interesse e’ molto piu’ ampio di ci’o che e’ contenuto nel recinto del giardino di casa. Il politico viene eletto per soddisfare una propria esigenza immediata. Sono esempi classici ormai i voti comprati i cambio di un lavoro o qualche altro “favore” che poi sono diritti. Quindi tutto cio’ che e’ distante dal proprio condominio non e’ interessante perche’ non puo’, o comunque puo’ molto meno, soddisfare quella esigenza. Cio o colui che e’ distante da me non mi permette di “farmi i fatti miei”. Ecco perche’ Lega e M5S fanno presa. Essi speculano sulla rabbia ed altre emozioni, fanno retorica non politica, e la rabbia e’ un sentimento molto esteso, che tutti possono provare e sempre piu’ vicino alla pancia che alla testa. Le politiche di questi due gruppi sono robetta da quattro soldi, ma riescono a soddisfare l’esogenza di giustizia sociale che in questi anni si e’ effettivamente deteriorata. I guai non diminuiscono (anzi aumentano) ma crea la percezione e offre lo sfogo di cui molti hanno davvero bisogno.

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    • Io spero che la gravità della crisi faccia pian piano crescere la consapevolezza delle sfide che abbiamo davanti. Sfide che si vincono solo se le affrontiamo insieme. È la realtà concreta a spingere verso un ritorno alla politica del conflitto tra progetti alternativi.

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      • Capisco. Per estendere il discorso, credo che il problema in Italia e’ che l’esercizio del racconto della realta’ ha lo scopo di generare la percezione delle sue parti. Queste parti insieme ancora non riportano la realta’ nella sua interezza ma solo gli aspetti di cui il politico sa e puo’ gestire. Andrebbe bene se almeno queste porzioni della realta’ fossero un numero alto. Perche’ in un certo qualmodo, anche se erroneamente tenute separate, offrirebbero la rappresentazione di molti aspetti della societa’. Invece, queste percezioni vengono formate su pochissimi aspetti di un problema estremamente complesso. Questo avviene per una effettiva incapacita’ dei politici non solo di risolvere i problemi della societa’ ma addirittura non sono capaci di identificarli quei problemi. Credo che tra i tre del contratto, Di MAio, Salvini ed il Popolo, il primo sia quello piu’ genuinamente coinvolto dal punto di vista dell’impegno che data la sua condizione definirei persino “politico”. Un impegno in cui e’ assente l’ideologia e spesso l’idea ma almeno e’ impegnato nella giustizia sociale, o almeno in quello che lui crede sia la giustizia sociale. Del resto, un gruppo che si definisce “post-ideologico” ma che non ha la piu’ pallida idea di cosa siano state le ideologie che loro dicono di disdegnare, non ci si puo’ aspettare altro. Il secondo, Salvini, e’ un reale filibustiere, dalle poche idee ma fasciste, che applica con metodo fascista, e che maliziosamente sa smuovere gli intestini degli italiani. Entrambi, forzati dai loro limiti (ignoranza da na parte e fascismo dall’altra), come si dice… “fanno quello che possono” ed e’ proprio questo il problema, che proprio non possono fare di piu’. Poi c’e’ il popolo. Noi italiani che non siamo un popolo ma un gruppo di genti sparsi su un territorio estremamente frazionato non solo geograficamente ma soprattutto politicamente. TRadizioni diverse che spesso sostituiscono il valore della legge, familismo che ormai e’ degenerato in una condizione amorale e quindi campanilismo, provincialismo ecc… Non per questo siamo incapaci di guardare il resto del mondo. COme individui imfatti, quando “ce ne andiamo”, riusciamo ad integrarci bene nelle societa’ circostanti, per esempio veda gli immigrati nel resto d’Europa. Ma no siamo capaci di creare una condizione di popolo, di coesione che non sia tra di noi. I napoletano con i napoletani, i milanesi con i milanesi ecc… Quelli che rimangono sono costretti a guardare la realta’ come entita’ che appartiene solo a loro e quindi, si fanno i fatti propri. Sia che questo riguardi creare una condizione, spesso illegale, per coltivare i propri interessi (mi faccio i fatti miei) sia per trovare riparo nel proprio recinto quando invece vedono il malfatto nel recinto del vicino (mi faccio i fatti miei). La situazione di crisi di un “popolo” cosi’ sara’ solo se essa riguardera’ il singolo e mai la comunita’. Credo quindi che la crisi non e’ ancora finita perche’ sono ancora tanti i singoli che tutto sommato “campano”. Questo e’ il vero disastro, perche’ trovare una forza politica che sia capaci di risolvere tutti i problemi di tutti i singoli e’ praticamente impossibile. In questo la sinistra ha il dovere di infiltrarsi tra i singoli, queli di ogni parte della societa’, dalla citta’ al quartiere, ed “insegnare ” il valore del bene comune. E’ un processo di educazione ma in un paese vecchio come l’Italia, fatto di gente vecchia, non riuscira’ ad essere efficace fino a quando i giovani che saranno andati via potranno poi tornare. Ci vogliono decenni e l’Italia deve prepararsi ad un periodo di anarchia che poi sara’ sostituito da un periodo di dominazione che poi sara’ sostituito da un periodo di pseudo democrazia. Buona fortuna a noi. Per ora Zingaretti non mi sembra sia tanto incisivo…

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      • La politica gestisce molto poco. In realtà la globalizzazione ha separato politica e potere. Le grandi trasformazioni che cambiano di continuo il nostro modo di vivere e di lavorare sono prodotte da altri poteri. I problemi che ne derivano vengono scaricati sui territori dove la politica, ridotta a pura amministrazione, non ha i mezzi per affrontarli. Se non si affronta la crisi dello stato sparare sulla politica è come sparare sulla croce Rossa.

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  3. Daccordo. La politica non e’ piu’ il luogo della decisione. I politici per decidere guardano all’economia. Ma neanche l’economia ha poteri decisionali in quanto questa, per decidere, guarda alle risorse. Non credo pero’ che sia la “globalizzazione” il problema. Ne e’ parte ma non la causa. La globalizzazione e’ la conseguenza della razio estrema che regola il nostro agire dal dopoguerra in poi. Questa razio e’ riassumibile nella frase: raggiungere il massimo risultato con il minimo impiego di risorse. Di conseguenza, tutti apparteniamo ad apparati in cui siamo esecutori senza preoccuparci dell’effetto finale. Tornando a cio’ che lei diceva pocanzi, non e’ che la politica non ha i mezzi per affrontare i problemi bensi’ i politici sono preoccupati a risolvere il compito assegnato dall’apparato di appartenenza senza preoccuparsi degli effetti finali. Per esempio, il politico deve portare quanti piu’ voti possibili al partito (Massimo risultato). Lui/Lei lo fa utilizzando il populismo (minimo impiego di risorse). Il populismo infatti e’ il modo piu’ semplice e meno costoso per raccogliere consenso. Si basa sulal retorica, non sulla politica. E quindi, mentre prima servivano i libri (quindi tempo) oggi basta un tweet o uno slogan. Il concetto di “Massimo risultato con minimo di risorse” e’ afferrabile da tutti. Tutto sommato e’ anche utile perche’ porta inevitabilmente allo sviluppo. Sviluppo si ma progresso no, dove per progresso si intende il moglioramento dell condizioni di vita. Se lo sviluppo e’ fine a se stesso, esso aumentera’ perdendo il suo senso di servire il progresso. Quindi, se lo sviluppo serviva come strumento per soddisfare l’esigenza di ottenere beni, ora e’ diventato esso stesso il bene da ottenere. Le faccio un esempio. Sono tornato da poco dalla Cina. Ci hanno detto molto chiaramente che loro NON hanno idee. Hanno i soldi per comprarle. Significa che io gli dico cosa fare e loro lo fanno alla perfezione. Ognuno e’ perfettamente inserito in quell’apparato ed aspetta di eseguire gli ordini. Infatti, come ben si sa, i cinesi sanno imitare. Ci si aspetterebbe che questo modo di fare porterebbe all’autodistruzione. Invece, i cinesi dominano nell’economia. Stesso principio, Massimo risultato con minimo impego di mezzi. Generare un idea costa? Allora io la compro e poi la faccio sviluppare (tra l’altro in maniera disumana) da coloro che sono inseriti in questo o quell’apparato. La politica cade nella stessa trappola. Oggi infatti non servono i politici bensi servono i tecnici, i competenti. I competenti (come la stragrande maggioranza di quei cinesi di quegli apparati) sanno fare le cose (sviluppo). Il politico, che invece sa quando e se quelle cose si devono fare, si abbandona all’idea di sviluppo perche’ se una cosa fa bene o fa male non importa purche’ essa porti sviluppo. E da qui, il suo e mio caro argomento sullo sfruttamento ambientale, ma questo e’ un altro discorso. La societa’ occidentale non riesce a reggere. Sembrera’ una banalita’ ma noi abbiamo ancora, da qualche parte, il senso del bello. Se ci pensa un attimo, la bellezza e’ un valore inutile. Nel senso che non puo’ essere utilizzata ai fini dello sviluppo. Quest perche’ produrre bellezza non ubbidisce alle regole razionali e quindi neanche alla regola massima dell’era moderna; Massimo risultato con minimo sforzo. Se noi riusciamo a far capire che attraverso l’educazione alla bellezza si possono raggiungere risultati che promuovono il progresso (e non solo lo sviluppo), allora si possono risollevare le sorti di un paese come il nostro. Se unsindaco viene indagato per concussione, legami con la camorra, noi da un punto di vista giuridico non possiamo dire molto, ma possiamo certamente dire che e’ brutto, e’ una bruttura. La crisi dello Stato si affronta attraverso la valorizzazione del bello. E’ quell “sentimento” per la politica caratterizzato da Berlinguer. Una discussione e’ bella, un progetto e’ bello, la protezione dell’ambiente e’ bella, lo studio e’ bello, la buona reputazione e’ bella, la collaborazione e’ bella. Insomma, promuovere la bellezza in tutte le sue forme possibili. Capua ha ancora tanto di bello da mostrare, sia nella forma che nel sentimento. So che sembra banale ma credo invece che e’ piu’ difficile di quanto sembri.

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