Ora serve un nuovo progetto per fermare la destra

I risultati elettorali delle tre regioni nelle quali si è votato negli ultimi mesi – Sardegna, Abruzzo, Basilicata – e i sondaggi di tutti gli istituti demoscopici non lasciano dubbi di sorta. Appare pertanto perfino ridicolo lo sforzo di chi si attarda a proporre confronti con le precedenti elezioni amministrative nel tentativo di attenuare la portata della sconfitta e di tirare su il morale dei suoi fedelissimi provati da cocenti delusioni non solo elettorali. Tutti sanno che le elezioni precedenti il voto del 4 marzo 2018 appartengono ormai alla preistoria della politica. Le nuove tendenze elettorali sono evidenti, inequivocabili. Dopo il terremoto elettorale dell’anno scorso il sistema politico italiano torna al bipolarismo tra una nuova destra nazionalista, xenofoba e antieuropea e un centrosinistra che si va riorganizzando come federazione di forze progressiste. I cinque stelle non hanno retto la prova del governo – che ha messo in luce tutta la loro inadeguatezza – e si avviano verso un inesorabile declino. E’ facile raccogliere la rabbia facendo opposizione sulla base di una ambiguità di fondo che consente di pescare in tutte le direzioni. Molto più difficile è riuscire a dare risposte governando. La storia, d’altronde, aveva già ampiamente dimostrato che il qualunquismo finisce sempre per rilanciare la peggiore destra. Per capire ciò che sta accadendo da noi bisogna guardare allo scenario internazionale. La crisi del 2008 è stata la conseguenza di una globalizzazione sregolata che ha tolto lo scettro alla politica consegnandolo alle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Un processo che ha finito per accentrare la ricchezza in poche mani e provocare la scomparsa dei ceti medi. L’incapacità delle classi dirigenti  tradizionali di riequilibrare i rapporti di forza tra stato e mercato, attraverso il superamento degli Stati Nazione e la riforma dell’ordine internazionale, ha lasciato ampi spazi alla destra estrema che ha rispolverato il suo armamentario classico, fondato sulla risposta nazionalista e protezionista, sull’illusione dei muri come strumento di protezione “dei popoli” dai pericoli esterni. La Brexit, la vittoria di Trump e la crescita dei partiti populisti in Europa, di cui è figlio anche il governo giallonero in Italia, sono la conseguenza del disastro sociale prodotto in Occidente da trent’anni di neoliberismo e dall’illusione di poter tornare indietro. La dura realtà dei fatti comincia però a mostrare come la risposta nazionalista sia solo una illusione molto pericolosa e alimenta tra le forze più avvedute una consapevolezza nuova creatrice  di una spinta a ricostruire un fronte in grado di fermare questa deriva pericolosa. E’ una spinta presente nelle grandi manifestazioni di massa contro la Brexit in Inghilterra, nel processo di rinnovamento che ha investito il partito democratico negli USA, consentendogli di conquistare la maggioranza in una delle due camere, nel voto che incoraggia in Italia la svolta del PD, ormai deciso ad archiviare la pretesa di vocazione maggioritaria in favore della ricostruzione di un campo largo di forze progressiste. Tuttavia è evidente che non basta costruire una alleanza contro. Serve un progetto alternativo al nazionalismo che vada ben oltre la difesa dello status quo, ben oltre l’Europa così com’è. Serve l’indicazione di un cammino nuovo verso una effettiva integrazione politica che consenta rapidamente di mettere in campo politiche comuni capaci di affrontare i problemi del nostro tempo: dai cambiamenti climatici, alle grandi migrazioni, allo sviluppo economico, alla sfida tecnologica, alla riduzione delle ormai intollerabili diseguaglianze sociali. E’ un cammino tutto da compiere e la scadenza delle elezioni per il parlamento europeo rappresenta una occasione da non sciupare. Servono chiarezza e coerenza sulla scelta europea e poche ma qualificate proposte concrete su cui costruire alleanze e iniziative politiche e sociali. E serve far presto. Solo su questo terreno si può vincere una partita che rimane estremamente difficile.

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