Cosa hanno in comune la Brexit e i cambiamenti climatici?

Due eventi catalizzano l’attenzione degli organi di informazione e dell’opinione pubblica in questa settimana. Innanzitutto la lunga seduta della Camera dei Comuni britannica, che ha visto ieri l’ennesima bocciatura dell’accordo su una soft Brexit, raggiunto dal governo May con l’UE, e che vedrà oggi un nuovo voto destinato a sancire se, al punto cui siamo giunti, bisogna prepararsi a gestire il disastro di una uscita disordinata, oppure il prolungamento dell’incertezza con la richiesta di un nuovo rinvio fino a fine anno. Un rinvio, ovviamente, necessario per consentire un voto politico – e la conseguente nascita di un nuovo governo capace di trovare una intesa con l’Europa – oppure un nuovo referendum sulla materia. L’altro evento è rappresentato dal primo sciopero globale, programmato il 15 marzo, con cui gli studenti e i giovani del mondo intero vogliono sensibilizzare i governi a fare di più e presto per fermare i cambiamenti climatici e salvare il pianeta da una prospettiva catastrofica. Due eventi molto diversi tra loro che tuttavia ci consegnano un unico messaggio chiaro e forte: la netta svolta a destra in atto in tutto l’Occidente – alimentata dall’idea che un ritorno alle vecchie sovranità nazionali può restituirci quelle confortanti certezze spazzate via dalla globalizzazione sregolata degli ultimi trent’anni – rischia di produrre danni incalcolabili e di compromettere per sempre ogni possibilità di uscire dalla più grave crisi che la storia dell’umanità ricordi. Entrambi ci confermano, in sostanza, che la realtà è più forte della demagogia sparsa a piene mani da forze irresponsabili sempre pronte a speculare, per fini di puro potere, sulle paure prodotte dai grandi cambiamenti. Sono politicamente ormai lontani, infatti, i tempi nei quali lo slogan dei sostenitori della Brexit faceva breccia sulla classe media della Gran Bretagna devastata dalla crisi: “con la Brexit sarà come avere la botte piena e la moglie ubriaca” ripeteva Boris Johnson. Sono trascorsi poco più di due anni e, prima ancora che l’uscita dalla UE si realizzi concretamente, già si soffrono le prime drammatiche conseguenze di quella illusione: la sterlina svalutata, il potere d’acquisto delle classi medie che cade, la City che si svuota, le previsioni di crescita che si riducono. Senza contare gli scenari allarmanti disegnati dalla Banca Centrale in caso di hard Brexit. Così, anche per i cambiamenti climatici, l’intensificarsi di fenomeni estremi ci dimostra come l’allarme non riguardi solo i nostri nipoti e un lontano futuro ma tutti noi qui ed ora. Fa impressione sentire non il portavoce di movimenti ambientalisti ma un presidente della Repubblica equilibrato e prudente come Sergio Mattarella pronunciare quel monito ieri a Belluno: “Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale, per scongiurare la quale occorrono misure concordate a livello globale”. O leggere in un rapporto dell’Onu che è l’inquinamento la causa di un quarto dei morti nel mondo. Insomma nessuno può fare finta di ignorare che la crisi è grave. Non riguarda solo l’economia e la finanza ma anche le istituzioni e l’ambiente ed è tutta davanti a noi perché è la conseguenza di tante crisi che si alimentano a vicenda, che non sono state minimamente affrontare e che non sono affrontabili in una dimensione nazionale. Uscirne non è scontato né facile. Abbiamo una sola strada davanti a noi. Un strada difficile da percorrere ma senza alternative: battere ogni tentazione populista e nazionalista e procedere senza indugio verso una piena integrazione politica dell’Europa per contribuire a riscrivere l’ordine internazionale. Il tempo stringe e domani potrebbe essere già tardi.

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