La speranza di una nuova sinistra rinasce negli USA

Mentre le sinistre europee – sia l’anima socialdemocratica sia quella radicale – hanno raggiunto il livello più basso della loro influenza politica e sembrano condannate all’irrilevanza, una speranza di rinascita di una nuova sinistra (capace di coniugare i sui valori fondanti, incentrati sul nesso inscindibile tra libertà e eguaglianza, con un progetto di governo credibile e adeguato al nostro tempo) arriva dal paese che è stato la culla dell’individualismo e del neoliberismo. Nelle elezioni presidenziali del prossimo anno negli Stati Uniti il miliardario populista Trump – che sta governando a colpi di  misure protezionistiche, di tagli fiscali per i più ricchi e di rilancio delle fonti energetiche più inquinanti – dovrà vedersela con un candidato del partito democratico molto diverso dalla signora Clinton, espressione del vecchio establishment.  Bernie Sanders – l’avversario di Hillary nelle primarie del 2016, che ha il coraggio di definirsi socialista in un paese che considera questa parola alla stregua di una bestemmia, è riuscito in questi due anni a cambiare il profilo politico del partito democratico americano, oggi nettamente collocato a sinistra. I volti nuovi di tante donne e tanti giovani portatori di nuove idee, entrati in parlamento nelle recenti elezioni di metà mandato, sono l’immagine di questa vera e propria rivoluzione. Dal dibattito che si sta sviluppando intorno alle primarie, che dovranno scegliere il candidato da contrappore a Trump nel 2020, è ormai chiaro che chiunque sarà il vincitore porrà al centro dello scontro elettorale con i repubblicani il tema della giustizia fiscale come questione fondamentale per garantire servizi sociali di qualità, dalla sanità all’istruzione, gratuiti per tutti. Infatti le proposte  degli aspiranti candidati del pd ruotano intorno a tre punti: aliquote fiscali progressive fino ad arrivare al 70% per cento per i redditi annui milionari; una  imposta di successione più elevata sui patrimoni miliardari; una vera imposta patrimoniale sulle ricchezze superiori ai 50 milioni che si aggiri intorno al 3%. Insomma il contrario della flat tax (attuata da Trump e promessa, ma non realizzata, dal governo giallonero italiano) che premia solo i più ricchi. L’opposto dell’imposta di successione varata a suo tempo da Berlusconi, che è servita soprattutto ai pochi come lui. Una idea alternativa alla patrimoniale sugli immobili varata da Monti nel 2011 – che tassa chi risiede nella prima casa ma è in affitto altrove, o chi possiede una seconda casa, allo stesso modo di chi ne possiede 100. Ed anche il contrario di quel prelievo annuale sugli investimenti finanziari delle famiglie e delle imprese con l’aliquota dello 0,20 uguale per tutti i patrimoni mobiliari. Nulla di paragonabile alla guerra tra poveri alimentata dai cinque stelle (che mettono in contrapposizione chi guadagna 800 euro al mese con chi ne guadagna 5000) e dalla lega (che individua nei migranti la causa della povertà della nazione). E neppure alla piccola politica di Renzi incentrata sulle manovre dello zero virgola qualcosa nella ormai superata dimensione delle piccole nazioni. Il progetto  che sta nascendo nella sinistra americana è una vera rivoluzione dell’uguaglianza, non la controrivoluzione dei populisti e dei nazionalisti di ogni dove. Una rivoluzione da esportare con una internazionale antisovranista. Perché il problema dei problemi, prodotto dalla rivoluzione tecnologica e dalla globalizzazione sregolata degli ultimi trent’anni, è tutto nel divario, arrivato a livelli mai visti nella storia, tra la ricchezza scandalosa che si è concentrata nelle mani di un pugno di grandi miliardari e la precarietà nella quale si dibatte il resto della società. In poche parole, lo sviluppo del capitalismo, dopo l’abbandono delle politiche Keynesiane del dopoguerra, è arrivato al punto previsto da Carlo Mark che nel “Manifesto dei comunisti” del 1848 scriveva come, ad un certo stadio dello sviluppo capitalistico, i ceti medi e interi pezzi delle stesse classi dirigenti “vengono precipitate nella condizione del  proletariato o sono per lo meno minacciate nelle loro condizioni di esistenza. Anch’esse recano al proletariato una massa di elementi di istruzione e di progresso”.  Purtroppo siamo di fronte ad un paradosso, che è la conseguenza della incapacità di comprendere le conseguenze delle enormi trasformazioni in atto: se la grande crisi del 2008 è stato l’effetto del fallimento del neoliberismo, ha tuttavia finito per spostare molto a destra l’asse della politica mondiale. Il malessere dei ceti medi – in assenza di una prospettiva credibile di rilancio della lotta per l’uguaglianza (che può avere successo solo dentro una dimensione sovranazionale del conflitto tra capitale e lavoro e del rapporto tra pubblico e privato) – ha fatto prevalere quella illusione – che si riaffaccia nella storia all’indomani di ogni crisi epocale – di poter “far girare all’indietro la ruota della storia”. Insomma la crisi – di fronte all’assenza di una forza e di una proposta credibili sul piano del governo del cambiamento – ha indotto i più nell’errore di credere possibile il ritorno al benessere precedente attraverso il ripristino della sovranità delle vecchie nazioni e dei vecchi confini, intesi come trincee di separazione e di chiusura e non come fattori di forte identificazione collettiva che aiuta le vecchie nazioni ad aprirsi verso gli altri. In questo quadro il segnale che viene dalla sinistra americana è un segnale di grande speranza perché ci dice che, nella più grande potenza economica e militare del mondo, ritorna al centro dello scontro politico il conflitto tra capitale e lavoro e il riequilibrio dei rapporti di forza tra pubblico e privato. La sinistra europea può uscire dall’attuale condizione di impotenza se prende esempio dalla nuova sinistra americana. Nella consapevolezza, però, che UE ed USA non sono la stessa cosa. Nel mondo di oggi solo i grandi imperi continentali possono imporre le loro regole alle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. L’Europa che abbiamo non lo è, mentre con gli staterelli non si va da nessuna parte. La lotta alle diseguaglianze in Europa ha una sola strada davanti a se. Prendere atto che servono gli Stati Uniti d’Europa e cominciare a costruire una forza continentale e un progetto che mettano in moto forze politiche e sociali intorno a nuove parole d’ordine e nuove lotte: tassazione unica delle imprese nel continente per combattere l’elusione fiscale delle multinazionali; armonizzazione fiscale con un forte carattere progressivo ed una patrimoniale che colpisca solo le grandi ricchezze; mutualizzazione dell’eccesso di debito pubblico e un grande piano comune di investimenti pubblici per il rilancio dell’economia verde (necessaria a combattere i cambiamenti climatici), delle infrastrutture e dell’occupazione. Non è facile ma è quello che serve: un “Green New Deal”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...