Il patto franco – tedesco, l’Italia e l’Europa in mezzo al guado

Che significato politico assume il patto di Aquisgrana tra i governi di Francia e Germania in questa fase segnata da una drammatica difficoltà del cammino europeo? Per tentare di dare una risposta occorre partire dai suoi contenuti e da una valutazione del contesto politico nel quale esso si colloca. Sbaglia chi propone una lettura riduttiva di questo accordo tra le due più grandi potenze economiche e militari dell’Europa, pensando che sia limitato al sostegno di Parigi alla richiesta di Berlino di avere un posto tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, al bisogno di superare ogni ostacolo alla realizzazione dei progetti transfrontalieri nelle regioni di confine, e ad una mera manovra per rafforzare l’asse franco tedesco in Europa. I contenuti dell’accordo sono troppo impegnativi per non considerarlo un tentativo – al punto in cui siamo certamente molto arduo – di salvare e cambiare l’intero impianto europeo. Lo dimostrano: la decisione di una forte cooperazione in materia di difesa (spinta fino al punto di inserire nel documento una clausola di assistenza reciproca in caso di aggressione e l’impegno ad istituire un consiglio franco – tedesco di difesa e sicurezza), che prefigura nei fatti il progetto di puntare ad un esercito comune; la prospettiva di dare vita ad una politica unitaria nei confronti dell’Africa; la volontà di definire progetti comuni in materia di transizione energetica; l’istituzione di una zona economica franco- tedesca dotata di regole condivise (con la creazione di un consiglio franco – tedesco di esperti economici); l’indicazione di programmi pluriennali comuni in materia di piattaforma digitale e di intelligenza artificiale; la pratica della partecipazione una volta a trimestre di un membro dei due governi al Consiglio dei ministri dell’altro. Se davvero Francia e Germania passeranno dalle parole ai fatti potrebbe prendere forma quell’Europa a tre velocità di cui si parla da tempo. Attuare il patto di Aquisgrana, infatti, significa aggiungere all’Unione Europea del Mercato Comune e all’Eurozona della moneta comune, il primo nucleo forte di una Europa Politica. Diverse velocità di integrazione sono diventate da tempo una necessità di fronte alle continue difficoltà di mettere d’accordo tutti i ventisette Paesi dell’UE sulle grandi questioni aperte dentro il quadro delle attuali regole macchinose fondate sull’unanimità. Una esigenza sempre più stringente, dettata dai grandi problemi del nostro tempo: i cambiamenti climatici, le grandi migrazioni, il potere sempre più incontrastato delle concentrazioni economiche e finanziarie (che ha prodotto livelli insostenibili di diseguaglianze sociali), l’impossibilità di regolare il mercato, l’incapacità di pesare nella costruzione di un nuovo ordine mondiale e di competere con i grandi imperi continentali cresciuti nell’ultimo trentennio. Sfide nuove, delicate e complicatissime che nessuna nazione è in grado di affrontare da sola. C’è da chiedersi perché ci si arriva con tanto ritardo. Un ritardo che ha lasciato uno spazio enorme ai rigurgiti nazionalisti: dalla Brexit, al governo populista in Italia, alla crescita di movimenti xenofobi, di estrema destra ed euroscettici in tutto il continente, fino al punto di indebolire seriamente gli stessi governi di Francia e Germania, che ora devono intraprendere una impresa quasi disperata senza poter contare sulla partecipazione al gruppo di testa dell’Europa politica di un Paese strategico e fondamentale come l’Italia. Certo oggi nessuno può dire che l’Italia è stata esclusa a causa della volontà egemonica di tedeschi e francesi. Fa ridere Conte che critica il patto di Aquisgrana in chiave europeista. La verità è che il governo italiano sulla politica estera è di fatto guidato da Salvini che ha come obiettivo l’alleanza con i paesi di Visegrad fautori del ritorno ad una Europa minima e alle vecchie sovranità nazionali, che segnerebbero la marginalizzazione e il declino definitivo del nostro continente in un mondo profondamente cambiato che ha già visto il centro dello sviluppo spostarsi dall’Atlantico al Pacifico. Sulla carta il tentativo di Merkel e Macron di salvare il salvabile c’è. Ma per avere successo non c’è solo da colmare la distanza abissale tra le parole ed i fatti. Bisogna anche cambiare radicalmente l’approccio anticiclico della politica economica della Germania di questi anni e il nazionalismo dei francesi che è stato una delle cause non ultima, insieme alla diffidenza della Germania verso i paesi del Mediterraneo, di una Europa rimasta per troppo tempo in mezzo al guado. A noi italiani non resta che l’amaro in bocca per non aver avuto in tutti questi anni governi capaci di svolgere in Europa il ruolo che il nostro paese meritava, insieme alla certezza dell’importanza cruciale della partita che nei prossimi mesi si giocherà per il destino dell’Europa e di tutti noi.

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