“Segnali” per gli “auguri”

In questi giorni riceviamo e dispensiamo auguri. Essi rappresentano la manifestazione delle nostre aspirazioni, del nostro desiderio di vedere realizzati eventi positivi per le persone a noi care. E’ una usanza pagana che ha radici molto antiche. Ai tempi degli Etruschi e dei Romani gli àuguri erano sacerdoti chiamati ad interpretare la volontà degli dei mediante l’osservazione dei segnali che essi inviavano agli uomini attraverso il volo degli uccelli, eventi naturali – come i tuoni e le saette – o il comportamento di diversi animali. Nessuna decisione di carattere privato o pubblico veniva presa senza consultare gli àuguri e senza tentare di comprendere in qualche modo se le divinità avevano approvato o meno le decisioni già prese e le azioni già poste in essere dagli uomini. Oggi per fortuna siamo tutti disincantati e possiamo basare le nostre decisioni su una infinità di dati reali che ci consentono di trarre auspici dall’osservazione delle conseguenze concrete del nostro agire. Proviamo a valutare allora i segnali che arrivano dai dati dell’anno che si sta per chiudere. Il 2018 è stato caratterizzato sul piano politico dal proseguimento della tendenza al cambiamento iniziata nel 2016 con la Brexit e la vittoria sorprendente di Trump. Sul piano economico e finanziario, invece, si è registrato un contrasto molto forte tra il livello positivo raggiunto dalla crescita globale, uno dei più alti degli ultimi 10 anni, e il crollo dei mercati finanziari che ha bruciato miliardi di risparmi. Tra le nuove tendenze politiche e l’ anno nero dei mercati finanziari c è un rapporto molto stretto. Se i mercati finanziari hanno sofferto così tanto, proprio quando la crescita dell’economia è diventata robusta e generalizzata, vuol dire, infatti, che le aspettative sulle conseguenze dei cambiamenti politici non sono delle migliori. Dalle azioni ai bond alle materie prime, mai tante asset class erano andate in profondo rosso contemporaneamente, se non durante le peggiori crisi degli ultimi 50 anni. Evidentemente i mercati temono che una nuova recessione sia alle porte. Eppure nessuno degli indicatori anticipatori del ciclo economico, a differenza di quanto avvenuto in passato, segnalano un pericolo che possa far pensare che qualcosa di simile possa avvenire nel corso del 2019. Come spiegare allora questo paradosso se non con le grandi incertezze prodotte dalla svolta populista in atto sulle due sponde dell’Atlantico? Si sa che nulla più dell’incertezza è nemica degli investimenti. Quando gli operatori economici intravedono grosse nuvole nere all’orizzonte si fermano in attesa di capire se sta per arrivare una tempesta. E da tempo l’incertezza politica non disegnava un orizzonte così scuro. Il primo fattore di incertezza riguarda la politica protezionista del presidente Trump che rischia di scatenare una guerra commerciale tra le due superpotenza del nostro tempo: Cina e USA. Sono bastate, infatti, piccole scaramucce sui dazi per provocare un rallentamento della crescita internazionale ed è chiaro che se davvero si arriverà ad una vera guerra commerciale gli effetti sul commercio globale saranno devastanti. Il secondo fattore è rappresentato dai rischi di tenuta della UE e della stessa Eurozona. Da un lato il rischio che a fine marzo non arrivi un accordo sulla Brexit, dall’altro la preoccupazione che il nuovo quadro politico italiano possa provocare una crisi del debito sovrano in Europa – per ora evitata solo per un pelo – alla vigilia del voto per il nuovo Parlamento Europeo e in quadro di crescenti tensioni populiste in tutto il continente. Bisogna poi considerare sia l’aggravarsi dell’eterna instabilità mediorientale, con i suoi riflessi sui mercati delle materie prime, sia – soprattutto – la fine delle politiche espansive da parte delle Banche Centrali, che, non dimentichiamolo, hanno fin qui evitato la bancarotta del sistema finanziario internazionale dopo il crollo del 2008 e garantito, sia pure a fatica, l’ uscita dalla recessione. La Banca Centrale USA dopo anni di tassi a zero ha portato il costo del denaro al 2,5 con l’ intenzione di arrivare al 3 per cento nel 2019. La BCE ha posto termine al programma di acquisti e comincia a pensare al primo aumento dei tassi in Europa dopo la grande crisi. Una notizia che – in un mondo nel quale negli ultimi 10 anni è salito vertiginosamente il debito complessivo pubblico e privato – induce seria preoccupazione. Basta immaginare gli effetti nefasti che il rafforzamento del dollaro, diretta conseguenza della stretta monetaria, sta avendo sui paesi emergenti, notoriamente indebitati in valuta statunitense. Insomma dopo la crisi del 2008 l’incapacità della politica e delle classi dirigenti di concertare politiche fiscali adeguate ha prodotto una svolta populista che ha più il sapore di una restaurazione che non di una rivoluzione positiva. Il ritorno dei nazionalismi e il trionfo della demagogia, infatti, stanno aggravando le cause di quella che rimane la più grande crisi economica e soprattutto politica dalla fine della seconda guerra mondiale. Cause che si chiamano crescita delle diseguaglianze, incapacità degli Stati nazionali e del vecchio ordine mondiale di imporre regole ad un mercato ormai in balia delle grandi concentrazioni economiche e finanziarie e dei loro esclusivi interessi. Purtroppo una forza nuova, capace di dare credibilità ad una rivoluzione dell’uguaglianza, ancora non si intravede. Il 2019 sarà, dunque, un anno molto complicato. Gli auguri fanno piacere perchè servono a tenere viva la speranza ma vanno accompagnati da uno sforzo di comprensione del passaggio epocale che attraversiamo, dalla capacità di trarre auspici dall’attenta osservazione degli effetti delle nostre scelte e da una puntuale riflessione sul nostro agire.

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