Altro che crescita all’ 1,5 % qui c’è aria di recessione

L’Istat ha rivisto al ribasso la valutazione sul PIL del terzo trimestre del 2018. L’Italia non si è solo fermata, come avevano detto nei giorni scorsi, ma è andata indietro dello 0,1%, mentre il dato sulla crescita della disoccupazione la dice lunga sulle reali prospettive dei prossimi mesi. E’ vero che un rallentamento è in atto in tutta Europa ma il nostro dato è il più preoccupante soprattutto se consideriamo che siamo l’unico Paese della UE nel quale il PIL è ancora al di sotto di quello precedente allo scoppio della grande crisi del 2008. Certo ciò è dovuto a carenze strutturali dell’economia italiana che non si possono attribuire all’attuale governo e neppure solo a quello precedente. I nostri problemi vengono da lontano, dagli anni ottanta del secolo scorso, e nessuno ha saputo fin qui affrontarli. Anche quando negli anni ’90 è arrivato qualche governo che aveva cominciato a farci i conti (Prodi) non ha avuto la forza ed il tempo di andare avanti a causa della frammentazione politica e della mancanza di maggioranze omogenee. Tuttavia nessuno può negare che sulla brusca caduta degli ultimi mesi c’è anche il peso delle scelte sbagliate dell’attuale governo giallonero. Non si era mai visto, infatti, un bilancio fondato su previsioni palesemente false e lontane anni luce da quelle elaborate da tutti gli organismi internazionali e nazionali preposti al governo dell’economia. Di fronte ai dati che da qualche mese sta sfornando l’Istat, come è possibile insistere nel fondare le entrate dello stato per il 2019 su una previsione di crescita dell’1,5% che neppure un miracolo è in grado di produrre? Tutti gli indicatori ci dicono ben altro e cioè che la prospettiva più realistica davanti a noi è quella di una recessione (si ha dopo tre trimestri in calo che per il primo è già certificato e per il secondo è lo scenario già probabile). Possibile che una manovra economica non ancora approvata definitivamente stia già incidendo in modo così pesante sull’economia? Nessuno deve meravigliarsi di ciò. L’economia moderna si basa soprattutto sulla fiducia e sulle aspettative. E se un governo abbassa la guardia sulla tenuta di conti pubblici già problematici, ecco che gli investitori stranieri abbandonano il nostro Paese, provocando l’aumento dello spread e con esso l’aumento della spesa per interessi sui nostri titoli di stato, la riduzione dei patrimoni delle nostre banche e il conseguente restringimento del credito per imprese e famiglie. Nulla più dell’incertezza è nemica dei consumi e degli investimenti privati. Se poi aumentano il deficit di bilancio non per far crescere gli investimenti pubblici ma per finanziare la spesa corrente – ed in particolare le sue voci più assistenziali – allora accade che oltre alla caduta degli investimenti si alimenta il lavoro nero. A quanti di voi è capitato di constatare che c’è già chi pensa a separazioni fittizie o a rinunciare alla partita IVA e al lavoro ufficiale a tempo determinato, per poter sommare  reddito da lavoro nero e reddito di cittadinanza (per il quale tra l’altro sono state stanziate cifre che contribuiscono ad aumentare il deficit pur essendo del tutto insufficienti ad assicurare quel minimo ritenuto vitale per i sei milioni di poveri)? E cosa sta accadendo al gettito fiscale dopo l’annuncio di un nuovo condono? Sono curioso di verificare quanti contribuenti hanno rinunciato a versare l’acconto del trenta novembre in attesa di capire se grazie al condono in arrivo  potranno dargli un bel taglio, pur mettendo in conto il rischio di dover pagare tra un po di mesi con gli interessi. E quanti italiani sono ritornati ad aprire conti correnti fuori dai nostri confini per paura che dopo i danni dello spread arriverà un nuovo prelievo sugli investimenti e sulla liquidità depositata presso le nostre banche? Basta guardarsi intorno per sentire che questa è l’aria che si respira nella società italiana. Qualcuno nel governo ha cominciato a rendersene conto ed ora cerca una intesa con l’Europa, mostrandosi disponibile a rivedere qualcosa. Ma la verità è che questa manovra non è riformabile. Non basta qualche piccolo taglio alla spesa per evitare la recessione alle porte. E’ necessario cambiare radicalmente la manovra (provando in questo modo a convincere l’Unione Europea a varare un più sostenibile piano di sviluppo comune) anche se questa strada appare incompatibile con la natura di un governo che si regge sulla reciproca esigenza dei contraenti del cosiddetto “contratto” di far sentire ai propri elettori almeno l’odore delle impossibili promesse su cui hanno fondato la loro campagna elettorale. I due vice premier vogliono l’impossibile: evitare la procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea senza rinunciare all’impostazione assistenziale della finanziaria. Per questo frenano il ministro Tria e continuano a dire che andranno avanti, anche  se ormai è evidente che questo significa far correre all’Italia rischi tremendi. Rischi aggravati dai venti di guerra commerciale tra le due grandi potenze economiche mondiali, gli USA e la Cina, e dalla fine delle politiche espansive delle Banche Centrali dell’Occidente (in un mondo che ha visto crescere negli ultimi dieci anni in maniera impressionante il debito delle famiglie, delle imprese e degli Stati) che stanno già impattando negativamente sui mercati finanziari vittime ad ottobre e a novembre dei peggiori mesi da molti anni a questa parte. Insomma all’orizzonte si addensano pericolose nuvole nere che non turbano i nostri governanti. A loro non interessa cosa può perdere il Paese. Interessa solo catturare i consensi necessari a conservare le loro poltrone. Un calcolo spregiudicato ma anche miope perchè è evidente che così non possono andare lontano.

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