Democratici riconquistano la camera dei deputati ma Trump è ancora forte

Le previsioni preelettorali sono state confermate: i democratici hanno ottenuto un significativo incremento di voti e riconquistato la Camera, mentre i repubblicani confermano il controllo del Senato. Ora Trump avrà meno potere e sarà costretto nei prossimi due anni di mandato a mediare con i democratici soprattutto sulle leggi di bilancio. Tuttavia l’illusione di un risultato ancora più favorevole per i democratici – cresciuta man mano che si confermava l’alta partecipazione al voto, erroneamente attribuita alla esclusiva mobilitazione dell’elettorato di sinistra – è stata delusa. Trump ha subito un colpo ma ha dimostrato di essere ancora forte. La sua decisa discesa in campo, in alcuni stati chiave e nel sostegno ad alcuni candidati repubblicani, ha pesato. Segno che il Paese rimane spaccato in due e che la partita per le presidenziali del 2020 rimane aperta. Personalmente ritengo che l’aspettativa di una sconfitta netta di Trump fosse velleitaria e valuto perciò molto significativo il risultato dei democratici. L’ondata nazionalista e populista ha cause profonde ed è un grave errore sottovalutarne la portata. Inoltre Trump ha goduto della crescita dell’economia USA, che sappiamo è stata il frutto della presidenza Obama ma che lui, bisogna riconoscerlo, ha saputo cavalcare in modo spregiudicato, attraverso la riduzione delle tasse alle imprese e il varo di investimenti nelle infrastrutture. Vero è che questa politica demagogica (e socialmente ingiusta) nel medio termine produrrà un forte aumento del debito pubblico USA e una crescita delle diseguaglianze e di conseguenza del malessere del ceto medio. Tuttavia nell’immediato il taglio delle tasse alle imprese e ai più ricchi ha dato una ulteriore spinta all’economia americana e all’occupazione ed è impensabile che questo dato non abbia pesato nel voto di ieri a favore del presidente in carica. In questo quadro il buon risultato dei democratici non era affatto scontato. Vedremo se sapranno valorizzarlo non solo riuscendo a contenere le politiche più pericolose di Trump sul piano dell’ambiente e del protezionismo ma soprattutto dando credibilità ad una risposta progressista alle cause della crisi del 2008 che non sono state affrontate nè negli USA nè nel Mondo. Mi riferisco alla inaudita concentrazione della ricchezza intervenuta nell’ultimo trentennio, all’eccesso di finanziarizzazione dell’economia, all’esaurirsi di un ordine internazionale ormai datato e del tutto inadeguato rispetto ai grandi cambiamenti intervenuti sul piano dell’innovazione tecnologica, dell’interdipendenza dell’economia globale, della crescita del peso e del ruolo dell’Asia e dei paesi emergenti. Tuttavia non devono sfuggire alcuni effetti immediati di questo esito elettorale. Non a caso oggi le borse hanno aperto in positivo. I mercati finanziari da mesi sono molto più condizionati dalle incertezze politiche che non dai buoni risultati economici. Se da inizio anno – a fronte di una crescita globale che continua ad essere su buoni livelli (nonostante un certo rallentamento in alcune aree economiche) – le borse europee e dei paesi emergenti segnano una caduta intorno al 15% e quelle cinesi addirittura del 25%, è perchè gli operatori sono preoccupati degli effetti devastanti che possono derivare da un lato dalla politica dei dazi di Trump, dall’altro dai seri rischi di un dissolvimento dell’eurozona. Un congresso capace di condizionare Trump, si spera, potrà almeno evitare che la “campagna” dei dazi possa trasformarsi in una vera, distruttiva, guerra commerciale. E questo per le prospettive dell’economia globale non è certo un elemento di poco conto.

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