I conti non tornano ancora

Alla vigilia della presentazione al Parlamento della nota di aggiornamento un solo numero della manovra del nuovo governo è certo. Il deficit di bilancio del 2019 sarà pari  al 2.4% del PIL. Per il resto è tutto avvolto nella più totale incertezza. A partire dalle stime di crescita del PIL nei prossimi tre anni. Secondo dichiarazioni rilasciate alla stampa, il governo prevede una crescita dell’1,6% nel 2019, per mantenersi poi intorno allo stesso livello nei due anni successivi. Se così fosse – dal momento che dalle stime sul PIL dipendono le previsioni delle entrate del bilancio – saremmo in presenza di una ulteriore mancanza di credibilità dei conti pubblici, in grado di alimentare ulteriormente la fuga, già in atto, degli investitori esteri dai titoli di stato italiani e non solo da essi. Infatti, la crescita globale è prevista in calo nel 2019 dal Fondo Monetario Internazionale. Per l’Europa il rallentamento è già cominciato da alcuni mesi. Secondo la maggior degli istituti di previsione, la crescita del PIL italiano si attesterà intorno all’1%. Gli esponenti della maggioranza continuano a dirsi certi che le misure previste per investimenti e per il sostegno ai consumi avranno l’effetto di trascinare in su il PIL. Tuttavia per la spesa di investimento il ministro Tria parla di un aumento pari allo 0,2% del PIL, mentre per le misure di sostegno ai consumi (anche volendo considerare realistiche le cifre annunciate per reddito di cittadinanza ed estensione della FLAT Tax alle partite IVA con reddito non superiore ai 65.000 euro) siamo in presenza di circa 20 miliardi di euro. Anche uno studente del primo anno di economia sa che con lo 0,2% di PIL di maggiori investimenti l’effetto sulla crescita è pari a zero. Allo stesso modo si può ritenere che non potranno dare un grande contributo neppure i 20 miliardi distribuiti non si sa ancora come. Basta considerare, infatti, che con gli 80 euro di Renzi  (che pure hanno impegnato oltre i 9 miliardi l’anno) l’Italia è rimasta ugualmente il fanalino di coda di un’Europa che certo è tornata a crescere ma solo grazie, come tutti riconoscono, agli allentamenti quantitativi (QE) operati da Mario Draghi con la BCE. Insomma perché la spesa pubblica possa funzionare da “moltiplicatore Keynesiano” sono necessarie ben altre cifre (che, dato il livello di indebitamento del nostro Paese, solo una politica di investimento comune dell’Europa sarebbe in grado di mobilitare) e ben altre politiche di sostegno allo stato sociale e agli investimenti pubblici nei settori strategici dell’economia. Ma i conti non tornano neppure rispetto al balletto di promesse che quotidianamente rilanciano, contraddicendosi tra loro, Salvini e Di Maio. Infatti il 2% di indebitamento – da quanto dichiarato dallo stesso ministro Tria – servirà a coprire la minore crescita, le spese improrogabili e la sterilizzazione dell’IVA. Rimane, per finanziare le misure annunciate, lo 0,4% di deficit/PIL, pari a circa 7 miliardi, contro gli oltre 20 miliardi annunciati per reddito di cittadinanza e riforma dei centri per l’impiego, flat tax per una parte delle partite IVA, taglio dell’IRES per le aziende che reinvestono gli utili, interventi per le pensioni (quota 100), assunzioni straordinarie per le forze dell’ordine, premio per le famiglie numerose,  risarcimento per i cittadini truffati dalle banche. Senza parlare delle risorse necessarie per far crescere gli investimenti in infrastrutture. Prima ancora di verificare quali misure concrete si potranno attivare con le risorse promesse c’è da chiedersi quali saranno le coperture dei 13 miliardi che mancano all’appello. Ci saranno tagli alla spesa pubblica? E quali dal momento che dai soliti tagli lineari ai ministeri si calcola potranno essere recuperati massimo 2 o 3 miliardi? Taglieranno la spesa per la sanità e per le detrazioni fiscali? Aumenteranno selettivamente l’IVA? Rimane, infine, ancora un altro mistero da chiarire. Dopo le batoste arrivate dai mercati e le critiche dell’Europa, il consiglio dei ministri ha ridotto le previsioni di indebitamento per il 2020 e il 2021, rispettivamente al 2,1% e all’1,8%. Dal momento che le misure previste per il 2019 non sono una tantum ma strutturali – e quindi destinate a incidere anche sui bilanci dei prossimi anni – come si arriverà a queste riduzioni (tra l’altro non sono state ancora scritte neppure le cifre sul deficit strutturale)? Difficile rispondere, anche senza voler considerare che le misure promesse per quest’anno sono annunciate come un primo piccolo assaggio delle promesse contenute nel famoso “contratto di governo” da spalmare su tutta la legislatura. Insomma la confusione è molto grande sotto il cielo d’Italia. Entro il 15 agosto le cifre dovranno per forza essere messe tutte nero su bianco. Nel frattempo mi sembra evidente che i nostri governanti non possono accusare nessuno dell’aumento dello spread se non loro stessi. I fatti sono sotto gli occhi di tutti noi. La loro manovra di bilancio, prima ancora di vedere la luce, sta già tartassando il popolo che lavora e produce con l’aumento della spesa per interessi sul debito pubblico, la diminuzione di valore degli investimenti in titoli di stato in mano ai risparmiatori, la restrizione del credito per i mutui e gli affidamenti a famiglie e piccole imprese (in conseguenza della sforbiciata durissima che l’aumento dello spread ha già inferto ai patrimoni e quindi agli attivi delle banche italiane).

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