Altro che cambiamento. Questo è il governo della bancarotta.

E’ la prima volta che vedo ministri esultare e militanti politici sventolare bandiere in segno di vittoria perché il loro governo decide di aumentare il debito di un Paese che sarebbe già in bancarotta se non fosse stato sostenuto dall’Euro e dalla Banca Centrale Europea dopo la crisi del 2008. Tuttavia non riesco a meravigliarmi neppure di tanta stupidità. Vederne cose sempre più bizzarre e stravaganti è il segno del tempo che ci tocca vivere. Ho evitato di commentare la girandola di cifre e di promesse contrastanti agitate in tutti questi mesi e ho pazientemente atteso di valutare i numeri della manovra di bilancio. Ora abbiamo quelli che definiscono almeno il quadro generale entro cui si muoverà la finanziaria del 2019. La prima cosa che va detta è che anche sulla legge di bilancio i cinque stelle hanno smentito quanto promesso in campagna elettorale. Infatti non hanno rispettato i parametri europei (come più volte avevano detto di voler fare per rassicurare una parte dell’elettorato). Inoltre non sono riusciti a tagliare la spesa pubblica di 30 miliardi in 20 secondi (ricordate il comizio di chiusura a Roma di Luigi la qualunque?) per reperire le risorse necessarie alla realizzazione delle promesse faraoniche elargite a buon mercato. In sostanza il governo ha deciso di portare il rapporto tra deficit di bilancio e PIL dallo 0,8% richiesto dall’Europa – e dall’ 1,6% proposto dal ministro del Tesoro – al 2,4%. Che cosa significa in concreto? Per capirlo bisogna tenere bene in mente due cifre: la prima, i circa 1800 miliardi di euro che corrispondono al PIL dell’Italia del 2017; la seconda,  i circa  2230 miliardi di euro che corrispondono all’ammontare del nostro debito pubblico. L’accordo con l’Europa si basa sul principio che – per far scendere anche solo lievemente questa massa insostenibile di debito pubblico – il deficit annuale di bilancio deve tendere ad essere più basso dell’incremento del PIL. Per il 2019 la crescita del PIL è prevista in discesa rispetto all’1,5% dell’anno precedente e per questo l’obiettivo che ci chiedeva l’Europa era quello di tenere il deficit di bilancio allo 0,8%. Il ministro Tria – calcolando la riduzione delle entrate in ragione della riduzione del PIL e le risorse necessarie per evitare l’aumento dell’IVA, che avrebbe conseguenze negative sui consumi e sulle famiglie – proponeva di chiedere all’Europa una deroga per tenere il deficit all’1,6%, in modo tale da destinare le risorse provenienti dalla eventuale riduzione della spesa pubblica ad un avvio molto contenuto  delle misure previste dall’accordo di governo e a qualche investimento. Abbiamo visto come è andata a finire. Il duo Salvini – Di Maio ha imposto il deficit al 2,4% del PIL sia per quest’anno che per i prossimi due. In soldoni – considerando che ogni punto di deficit corrisponde a circa 18 miliardi – stiamo parlando di 41 miliardi di euro di deficit annuo per tre anni consecutivi per un totale di 123 miliardi di euro. E’ chiaro che con questi numeri il debito complessivo non solo non potrà scendere neppure di una piccola percentuale rispetto al PIL ma è destinato ad aumentare in modo considerevole. Ed è evidente che questa scelta ci metterà in conflitto con l’Unione Europea e ci condannerà alla procedura di infrazione. Tuttavia ancora più pesanti sono le conseguenze che stiamo già cominciando a pagare con i mercati. Mentre scrivo, infatti, lo spread con i titoli di Stato tedeschi è già schizzato a 280 punti, mentre l’indice di borsa perde oltre 4 punti percentuali, con le azioni delle banche in caduta libera. Perché lo spread aumenta? Perché se il debito pubblico cresce e diventa sempre più insostenibile i risparmiatori vogliono interessi più alti per comprare il nostro debito. La ragione è elementare: più alto è il rischio di andare incontro al dissesto dell’emittente maggiore è la possibilità di poter perdere del tutto o in parte i capitali investiti. Con l’aumento degli interessi sul debito aumenta la parte del bilancio dello stato destinata agli investitori (ogni punto in più pesa per 4 miliardi) e quindi una parte delle risorse recuperate con la previsione di un deficit più elevato verranno bruciate dall’aumento dello spread. Ma non è tutto. Siccome i titoli del debito pubblico sono anche nel patrimonio delle banche – che è (il patrimonio) il riferimento su cui si calcola la quantità di moneta che le stesse banche possono concedere a famiglie e imprese attraverso il credito – ecco che ci spieghiamo il perchè le azioni bancarie stanno perdendo mediamente circa il 10%. Se i titoli del debito italiano, che le banche hanno nel proprio portafoglio, perdono valore, gli istituti di credito dovranno tagliare il loro attivo, e cioè la quantità di moneta che possono stampare per sostenere famiglie ed imprese (mutui, prestiti, affidamenti ecc…). Possiamo immaginare con quali conseguenze sull’economia, già in precario stato di salute. Tutto questo per fare cosa? E’ chiaro che non ci sarà la flat tax ma solo una estensione del regime forfettario ad alcune partite iva. Non ci sarà vero reddito di cittadinanza (che per essere definito tale deve avere carattere universale) perché con le risorse di cui si parla non potranno riceverle più di un milione di persone (non i sei milioni indicati) a fronte di 500 mila famiglie che già ricevono il reddito di inserimento che non si capisce ancora che fine farà, non si potrà fare molto sulle pensioni, perché i costi di una vera quota 100 per tutti sono di gran lunga superiori a quelli indicati e sono destinati a crescere di anno in anno, per non parlare degli investimenti. Ma sulle singole misure ritornerò quando dal quadro generale si passerà ai particolari (entro il 15 ottobre) e allora parleremo anche dei tagli allo stato sociale, del condono per gli evasori, degli aumenti di alcune voci dell’IVA. Di cosa gioiscono allora i bulletti ignoranti? Qualcuno mi dirà: ma allora non si può fare nulla per uscire dall’austerità e garantire un po’ di equità? Io rispondo si, si può fare ma non in questo modo. Un paese indebitato come il nostro ha una sola strada: convincere l’Europa a procedere verso una maggiore integrazione politica, verso una tassazione unica delle imprese in tutto il continente (per recuperare la ricchezza elusa dalle multinazionali), verso l’emissione di eurobond per finanziare un piano comune di investimenti volto a rafforzare la crescita. La strada sulla quale il governo Renzi non ha saputo lavorare. La strada su cui il governo attuale non vuole neppure incamminarsi perché ha scelto l’avventura che porterà l’Italia nel baratro. Non chiamatelo più governo del cambiamento ma governo della bancarotta.

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