Il dilemma d’autunno

I primi passi del nuovo governo non lasciano dubbi. E’ la lega a dettare la linea e ad avere nelle proprie mani il destino dell’alleanza giallo blu. I 5 stelle devono accontentarsi di mantenere le posizioni di potere conquistate e di stemperare almeno un pochino le posizioni più oltranziste dello scomodo alleato. Lo hanno fatto sul tema dei migranti con grande fatica e scarsi risultati. Ma in autunno, quando si tratterà di predisporre e approvare la legge finanziaria, non ci sarà spazio per mediazioni e annacquamenti. Oggi Salvini è stato estremamente chiaro: su tasse e pensioni “siamo pronti a superare i vincoli europei per il bene degli italiani”. Che questo epilogo fosse inevitabile era già chiaro valutando i contenuti del “contratto di governo”. Il ministro Tria ripetere tutti i giorni che l’equilibrio dei conti pubblici sarà rispettato e che in presenza di un rallentamento della crescita, già certificato dal Fondo Monetario Internazionale, non potrà non rallentare anche l’attuazione del programma. Ma solo di Maio, che evidentemente non è debole solo sui congiuntivi, può ancora sostenere che per fare le cose che vuole Salvini, più il reddito di cittadinanza caro ai cinque stelle, possano bastare un piccolo margine di flessibilità concesso dalla UE e qualche sforbiciata alla spesa pubblica. La matematica non è una opinione. La lega è un partito vero e ha sempre saputo che per tener fede alle promesse elettorali bisogna rompere con l’Europa. Questo, d’altronde, coincide con il suo progetto politico. La lega di oggi non è più quella di Bossi e della secessione. E’ la lega che con Salvini è approdata nella nuova destra nazionalista europea, di cui vuole essere la punta di diamante, grazie al suo ruolo di forza di governo che ingenuamente i 5 stelle le hanno consentito di svolgere. A Pontida Salvini è stato chiaro. Lui sta lavorando per la lega delle leghe e cioè un’alleanza, che va dalla Le Pen ad Orban, tra tutti i nazionalisti e i populisti europei che vogliono cancellare Maastricht per tornare ad una Europa che sia solo un grande mercato comune di Stati nazionali di nuovo sovrani anche sulla moneta. Sa bene che la UE non concederà mai la flessibilità di bilancio necessaria per attuare un programma folle che condurrebbe il Paese al dissesto finanziario. Ma vuole lo scontro perchè è funzionale al suo disegno politico. Ecco perché sulla finanziaria andrà fino in fondo. Tra l’altro se il braccio di ferro dovesse concludersi con una crisi di governo per lui non sarebbe un problema. Anzi. Come dicono i sondaggi la lega è al 30% ed il centrodestra a guida leghista è saldamente sopra il 40%. Spazio per mediare dunque non c’è. Saranno i 5 stelle a dover scegliere tra elezioni anticipate, che li riporterebbe all’opposizione, oppure la trasformazione del movimento in una forza apertamente di destra, partecipe del progetto di internazionale europea dei movimenti nazionalisti e populisti caro a Salvini. Tuttavia a pensarci bene il vero dilemma non è quello che si prospetta per i 5 stelle. Si sa che lo sbocco del qualunquismo è sempre stato a destra. Il dilemma che conta, invece, è se, come e quando prenderà corpo una alternativa all’ondata nazionalista e alla nuova destra europea che punta alla spallata finale alle prossime elezioni del 2019 per il rinnovo del Parlamento europeo. Una alternativa che non può essere rappresentata da una grande alleanza per il mantenimento dell’Europa che c’è ma solo da una alleanza basata su un progetto credibile che acceleri la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. La grande crisi di inizio secolo ha la forza di uno tzunami e non consente a nessuno di rimanere in mezzo al guado. La scelta è tra un illusorio ritorno alle sovranità nazionali oppure una nuova vera sovranità sovranazionale. Non c’è più spazio nè tempo per terze vie.

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