La cicala Trump e il futuro dell’umanità

In quel 4,1% di crescita del PIL USA nel secondo trimestre del 2018 – ai massimi da 4 anni – c’è anche l’effetto della riforma fiscale di Trump. Tuttavia sarebbe un errore esaltare i risultati immediati sottovalutando i forti rischi nel medio termine della sua politica. È importante ricordare che gli Usa sono stati i primi ad uscire dalla recessione del 2008/2009, grazie alla prontezza della FED nel varare il QE e alle politiche di Obama, per quanto siano state insufficienti e parziali anche a causa dei limiti imposti dalle maggioranze repubblicane al Congresso. Obama operò su più piani: investimenti in economia; estensione dello stato sociale con la riforma sanitaria; prime misure volte a contenere la speculazione finanziaria; interventi tesi a limitare le emissioni di gas serra nell’atmosfera; una politica estera tesa a rilanciare il multilateralismo e la cooperazione internazionale. Insomma una politica che, sia pure troppo lentamente e timidamente, cercava di cominciare a percorrere una via d’uscita dalle tre crisi che si alimentano vicendevolmente ormai da diverso tempo: quella economica, quella finanziaria e quella ecologica. Si poteva intravedere in essa almeno la consapevolezza che una immissione di liquidità senza precedenti può servire ad arrestare la caduta e a dare un po di ossigeno al sistema ma quello che conta per voltare pagina davvero è aggredire le cause strutturali della grande crisi esplosa nel 2008. Queste cause si chiamano: crescita inaudita delle diseguaglianze, che hanno impoverito il ceto medio; strapotere della finanza, che ha prodotto il primato della speculazione e l’azzardo morale dei grandi manager del settore; primato del mercato e del profitto sull’interesse generale. Fino ad ora nessuna di esse è stata affrontata alla radice e oggi continuano a covare sotto la cenere, pronte ad accendere, alla prima inversione del ciclo, un fuoco forse ancora più distruttivo di quello che nel 2008 ha portato al crollo del sistema finanziario internazionale. Purtroppo la logica di Trump si muove con decisione e senza la timidezza di Obama nella direzione opposta. Togliere le tasse alle multinazionali e ai più ricchi può nell’immediato aumentare gli utili delle società, dare benefici all’occupazione e far crescere perfino i salari – e di conseguenza anche i consumi – ma finisce per alimentare debito pubblico, taglio delle politiche della sicurezza sociale e crescita ulteriore delle diseguaglianze. Se poi questa politica economica si sposa con il rilancio della produzione del carbone e la messa in discussione degli accordi di Parigi sul clima, che rappresentavano almeno una tenue speranza di poter fermare il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici prima che sia troppo tardi, ecco allora che si finisce per alimentare quelle tre crisi che hanno reso la grande recessione di questo inizio di secolo la più pericolosa della storia umana. Va inoltre considerato il rilancio del protezionismo – con l’imposizione di dazi che possono innescare una guerra commerciale e valutaria dagli effetti devastanti sul commercio globale e la stessa pace nel mondo – che coincide con l’avvio della fase  di progressivo rientro dei bilanci delle banche centrali cresciuti negli ultimi dieci anni in modo esponenziale determinando una crescita del debito ed una ripresa drogata. Ed ecco che, al di là degli effetti di breve periodo, la prospettiva che si profila all’orizzonte diventa chiara in tutta la sua drammaticità. Trump si muove con un ottica di breve periodo senza considerare minimamente le conseguenze devastanti che le misure adottate per  dare un contentino al proprio elettorato, in vista delle elezioni di metà mandato, possono determinare nel medio termine. Un comportamento che mi ricorda la cicala della favola di Esopo che, per trascorere cantando l’intera estate, senza agire per prepararsi ad affrontare il futuro, finì per morire di fame e di freddo. Purtroppo oggi la cicala è il presidente della prima potenza del pianeta e la sua irresponsabilità finirà per far pagare un prezzo molto alto al mondo intero.

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