per il governo estate di fuoco dopo i tagli alle stime sull’Italia

La difficile prova della finanziaria 2019, che arriverà in parlamento in autunno, faceva già presagire una estate molto calda per il nuovo governo. La revisione delle previsioni di crescita ci dicono che invece sarà di fuoco. Il Fondo Monetario Internazionale, infatti, ha tagliato le stime di crescita del PIL italiano per il 2018 e il 2019 rispettivamente a +1,2 e + 1% (-0,3 e -0,1). Un taglio solo in parte legato al rallentamento in atto in Europa. L’Italia, infatti, non solo resta il fanalino di coda del continente ma registra un taglio percentualmente superiore alla media. Le ragioni di questa crescita del divario stanno, secondo il FMI, nella crescita dello spread che, pur essendo calato rispetto ai massimi dell’anno, si mantiene doppio rispetto a prima del voto del 4 marzo. E questo è un problema non solo per l’aumento degli interessi sul debito ma soprattutto per la riduzione della disponibilità di credito da erogare da parte delle banche. Insomma è l’incertezza politica sulle intenzioni del nuovo governo che sta già pesando sul calo degli investimenti. In effetti i numerosi recenti interventi del ministro Tria sono stati confermati anche nel dibattito in parlamento sul DEF: “il consolidamento di bilancio e il calo del debito sono condizioni necessarie per la fiducia dei mercati”. Tuttavia queste dichiarazioni perentorie vengono continuamente smentite dai due vice premier, intenti a promettere interventi su reddito di cittadinanza, flat tax e legge Fornero. Molti perciò sospettano che l’attacco al presidente dell’INPS, per le sue previsioni rispetto agli effetti del cosiddetto decreto dignità, nasconda in realtà un avvertimento e una polemica sotterranei in atto nei confronti del ministro del Tesoro. Gli impegni contenuti nel contratto di governo su assistenza, tasse e quota 40 erano già in contrasto con una manovra di bilancio che doveva trovare 12,4 miliardi per il 2019 e 19,1 miliardi per il 2020, per evitare l’aumento dell’IVA al 24,2% l’anno prossimo e al 25% nel 2020. Se le previsioni del FMI, che sono molto vicine anche a quelle dell’ufficio parlamentare di bilancio e della Banca d’Italia, si riveleranno corrette saranno necessarie altre correzioni e altri tagli. A questo punto – anche se l’Europa dovesse accettare una rimodulazione del processo di riduzione del rapporto deficit/PIL nel triennio 2019/2021 – sarebbe impossibile trovare un minimo di spazio anche solo per la meno costosa delle troppe promesse elettorali. Una prospettiva che il ministro del Tesoro dimostra di aver ben compreso ma alla quale i due vicepremier non intendono rassegnarsi. In ogni caso un dato è chiaro: per un Paese che a 10 anni dalla crisi del 2008 registra il reddito medio pro capite dei suoi abitanti inferiore dell’8%, un debito pubblico passato dal 106 al 131% e una disoccupazione di diversi punti più alta – rispetto al periodo pre crisi – non può permettersi di scherzare con i conti pubblici. Insomma fare propaganda sui temi economici sarà molto ma molto più difficile di quella a buon mercato su cui stanno raccogliendo consensi sulla pelle dei migranti

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