La verità su vitalizi pensioni d’oro e dintorni

Chi pensa che l’ufficio di presidenza della Camera abbia approvato oggi l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari in carica si sbaglia. Infatti una proposta di legge che aveva come primo firmatario Enrico Letta fu approvata dal parlamento al tempo del governo Monti. In conseguenza di quella legge dal 1° gennaio del 2012 per i parlamentari in carica è stato introdotto il calcolo con sistema contributivo, anche se con coefficienti diversi da quelli delle pensioni normali, e l’innalzamento dell’età minima, per richiedere il vitalizio, a 65 anni. Ovviamente quella riforma escluse l’applicazione delle nuove norme  ai vitalizi in godimento, per evidenti e note ragioni di incostituzionalità del principio della retroattività. Le stesse ragioni che hanno portato ad escludere, ogni qual volta il parlamento ha approvato una riforma del sistema pensionistico, modifiche ai trattamenti pensionistici in essere prima dell’approvazione delle nuove norme che si andavano ad introdurre. Gli esempi sono tantissimi. In Italia vi sono oltre 530.000 baby pensionati di alcuni settori del pubblico impiego che hanno usufruito della possibilità, concessa dalla riforma Rumor del 1973, di andare in pensione a qualsiasi età con 15 anni di contributi, nel caso di lavoratrici madri o sposate, e con 20 anni di contributi versati per tutti gli altri lavoratori. La riforma Rumor fu abrogata nel 1992 dal governo Amato ma la nuova legge non mise in discussione i trattamenti in essere. Altro esempio è quello del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Su 16 milioni di pensionati almeno la metà percepisce un assegno calcolato con il sistema retributivo, molto più remunerativo di quello contributivo in vigore per tutti quelli che alla data del 1995 non avevano versato almeno 18 anni di contributi. Tutte le riforme pensionistiche, succedutesi dalla legge Amato fino alla riforma  Fornero, hanno sempre fatto salvi i trattamenti in essere calcolati con il sistema retributivo. La Costituzione vieta la retroattività. Se si vogliono eliminare i diritti acquisiti – senza incorrere in lunghi e costosi procedimenti giudiziari che possono costare allo Stato, in termini di spese legali, anche più dei risparmi attesi – si può sempre approvare una legge costituzionale. Ovviamente, a quel punto, il ricalcolo dei trattamenti in essere con il sistema contributivo potrebbe riguardare tutti i pensionati. Io credo che sarebbe ingiusto, tuttavia è lecito pensarla diversamente ma per passare dal pensiero all’azione non si può non ricorrere ad un criterio che possa valere per tutti e non solo per una categoria o per un determinato gruppo di persone. Oggi invece l’ufficio di presidenza di una sola camera ha approvato un atto amministrativo per provare, senza neppure l’approvazione di una legge parlamentare, a colpire i diritti acquisiti di poco più di 1200 ex parlamentari. Un provvedimento ad personam. Si dirà che alcuni di questi trattamenti sono scandalosamente alti. Ma, se questa è l’ingiustizia che si vuole sanare, sarebbe giusto intervenire su tutti i trattamenti pensionistici giudicati eccessivi per ragioni di equità sociale e non solo su quelli degli ex parlamentari. Questa si che sarebbe cosa buona e giusta. In questo caso lo strumento da utilizzare legittimamente per tutti, parlamentari e non, c’è ed è quello fiscale. Un prelievo progressivo che veda crescere l’aliquota IRPEF con il crescere del reddito. Ovviamente andrebbe fatto non solo per i pensionati ma anche  sui redditi da lavoro. Oggi l’aliquota Irpef più elevata si ferma alla soglia dei 75000 euro di reddito. Si potrebbero rivedere gli attuali scaglioni, nel senso di una effettiva progressività, abbassando le aliquote per i redditi medio bassi e aumentandole, anche in modo sensibile, per i redditi superiori ad una soglia giudicata scandalosa o comunque ingiustificata. Mi rendo conto, ovviamente, che questa logica contrasta decisamente con quella, sfacciatamente a favore dei più ricchi, che ha ispirato la flat tax prevista dal contratto di governo tra lega e cinque stelle. Come si può facilmente intuire, dunque, all’attuale governo interessa poco perseguire  una vera equità sociale. Da demagoghi e populisti quali sono, a loro basta dare in pasto all’ondata di antipolitica che c’è nel Paese un taglio ai vitalizi percepiti da qualche migliaia di vecchi parlamentari in pensione da diversi anni, lasciando credere che si stanno intaccando per la prima volta i privilegi della cosiddetta casta. Non è affatto così. Ovviamente si guardano bene dall’allineare i coefficienti previsti per i vitalizi dei parlamentari in carica a quelli utilizzati per tuti gli altri pensionati. E si guardano bene dal dire al Paese che non esiste una casta ma che esistono le caste. Tante caste che non vengono toccate. E soprattutto non si fa nulla per colpire la vera ingiustizia che determina il malessere non solo dei più poveri ma anche del ceto medio: una concentrazione della ricchezza in poche mani di grandi miliardari, come non si era mai visto prima. Un problema che pare non interessare più nessuno. Neppure le vittime di questo sistema di capitalismo selvaggio.

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