La posta in gioco al summit UE del 28 e 29 giugno

Mentre la politica italiana è ancora concentrata sulla propaganda elettorale e continua a cincischiare sulla chiusura dei porti alle navi delle ONG, sui vitalizi dei vecchi parlamentari e su proposte chiaramente inattuabili nell’attuale quadro della politica di bilancio, si svolge il 28 e il 29 giugno un summit dell’Unione Europea il cui esito avrà un enorme importanza per il nostro futuro. Un esito positivo, infatti, può determinare le condizioni per cominciare a sciogliere nodi da troppo tempo irrisolti. Un nulla di fatto, o peggio un palese fallimento, avvierebbe un processo di disintegrazione dell’area Euro dagli esiti drammatici. Fino a qualche mese fa si guardava a questo appuntamento con un cauto ottimismo per diverse ragioni. Sul piano economico, grazie alle politiche monetarie non convenzionali inaugurate da Mario Draghi nel 2015, l’euro era divenuto molto più solido – rispetto ai tempi della crisi Greca e della crisi del debito sovrano, innescata dalla perdita di credibilità del governo Berlusconi in Italia -, il calo della spesa per interessi sui debiti di Stati, famiglie e società aveva finalmente innescato una ripresa in tutto il Continente, pari a quella media che gli USA stavano conoscendo già dai primi anni successivi alla Grande Crisi del 2008. Sul piano politico il rischio di un dissolvimento dell’area euro era stato scongiurato dalla sconfitta della Le Pen in Francia, dalla formazione di una grande coalizione in Germania, non ostile all’Europa. Il Parlamento europeo, inoltre, era riuscito ad approvare, nel novembre del 2017, una riforma del trattato di Dublino che prevedeva criteri di riparto delle quote di migranti, tra i diversi paesi UE, e sanzioni economiche per quei paesi che rifiutavano di farsene carico (anche se questa riforma per diventare operativa richiede la ratifica da parte dei diversi governi nazionali su cui si registra l’opposizione dei paesi dell’Est Europa). Infine il nuovo presidente della Francia, Paese da sempre fortemente nazionalista, proponeva una Road Map per rifondare l’Europa, partendo dalla istituzione di un ministro unico delle finanze europee, dalla trasformazione del Fiscal Compact in Fondo di investimento, da un accordo sulla gestione dell’immigrazione. In poco tempo il quadro è profondamente cambiato, anche a causa del voto italiano e della costituzione di un governo di forze nazionaliste e populiste, in quello che è non solo uno dei paesi fondatori della UE e dell’Euro ma anche il terzo PIL dell’area. A preoccupare maggiormente è stato un “contratto di governo” oneroso e privo di copertura finanziaria che ha determinato una fuga dai titoli di stato italiani tale da far emergere la preoccupazione di una nuova crisi del debito sovrano. Lo spread con i titoli di stato tedeschi è poi calato, anche se si mantiene ben al di sopra del periodo preelettorale, grazie a dichiarazioni rassicuranti del nuovo ministro del Tesoro. La situazione tuttavia rimane ambigua perché a fronte delle dichiarazioni del ministro Tria sulla attuazione delle sole proposte a costo zero, continuano dichiarazioni in senso opposto da parte di altri Ministri. E’ questo un tema estremamente delicato perché è chiaro che per fare passi in avanti sulla condivisione dei rischi in Europa è necessario che vi sia anche una riduzione dei rischi. Tutto ciò rende ancora più difficile la discussione sulla riforma del meccanismo europeo di stabilità e complica la ricerca di un accordo sul completamento dell’Unione Bancaria, alla quale manca il pezzo decisivo di un meccanismo comune di tutela dei depositi bancari. A nessuno sfugge infatti, il legame stretto tra i due rischi: quello bancario e quello del debito sovrano. Un rischio bancario importante, infatti, avrebbe un riflesso immediato sulla situazione economica di un paese e di conseguenza sulla credibilità del debito pubblico. Una perdita di credibilità del debito pubblico avrebbe come conseguenza un rischio enorme per le banche, che sono piene di titoli del debito pubblico nei loro patrimoni (su cui si calcola l’attivo di bilancio e quindi la quantità di moneta che è possibile stampare mediante la concessione di credito). Sul piano delle politiche migratorie, inoltre, l’atteggiamento propagandistico e di chiusura del Ministro degli interni italiano sta dando forza al fronte dei Paesi da sempre contrari ad accettare quote di migranti (Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria), cui si è aggiunto, a causa del nuovo clima politico determinatosi in Europa, il Ministro degli interni della Germania, che rischia di provocare una crisi del governo di grossa coalizione ed elezioni anticipate nella maggiore potenza del Continente dagli esiti imprevedibili. In questo quadro difficile sperare in un esito positivo o comunque decisivo del vertice, mentre è chiaro che l’Europa non può più permettersi di restare in mezzo al guado mentre nel mondo cresce il rischio di una guerra commerciale globale che fa riaffacciare il pericolo di una nuova recessione, in una fase nella quale nessuna delle cause della grave crisi del 2008 è stata affrontata e risolta. Insomma c’è poco da essere ottimisti mentre è ormai chiaro che siamo di fronte ad un bivio: o si costruisce un vero stato europeo o si muore.

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