la sinistra può uscire dall’impotenza ma servono un salto di qualità e una lunga marcia

Ricostruire una sinistra in grado di uscire dalla condizione di impotenza che la caratterizza da anni, richiede una discussione che vada molto oltre gli angusti orizzonti dentro cui il centrosinistra italiano ha finito per dividersi e perdere. Parlo, ovviamente, di tutto il centrosinistra, sia quello renziano, sia la parte che ha rotto con la maggioranza di governo della scorsa legislatura su un terreno che non ha convinto nessuno. Entrambe queste anime si sono scontrate intorno a due diverse ipotesi di gestione dei ristretti margini di manovra che l’attuale struttura economica del mondo concede agli Stati Nazione. Ma dividersi sul dove indirizzare la piccola flessibilità di bilancio consentita dalle regole europee (gli 80 euro o il cuneo fiscale), su flessibilità del lavoro si o no (Jobs Act e articolo 18) o su come riformare il parlamento nazionale, è un terreno del tutto inadeguato per dare risposte al grande malessere che sta scuotendo la società occidentale dopo la grande recessione del 2008. Purtroppo questa insufficienza di orizzonte è la condizione di tutta la sinistra nel mondo che, pur nelle sue diverse anime riformiste o radicali, rimane legata a strumenti ormai superati e continua a brandire armi ormai spuntate. Pesa l’incapacità a fare i conti i conti con le ragioni della sua sconfitta storica, arrivata già alla fine del secolo scorso, e con la crisi del neoliberismo finanziario, che pure è la peggiore crisi dai tempi della seconda guerra mondiale e forse anche di più. Qual è l’abbaglio più forte che acceca le organizzazioni della sinistra e del mondo del lavoro? Non vedere che – se la crisi sistemica che ha aperto il nuovo secolo è la conseguenza di uno strapotere del mercato e delle grandi concentrazioni economiche e finanziarie,  causa di una crescita inaudita delle diseguaglianze  all’interno delle società occidentali e di un divorzio di fatto forte tra politica e potere – il tema del ripristino della sovranità – e cioè del potere originario e indipendente dello Stato da ogni altro potere – era ed è sempre di più decisivo per dare risposta alle contradizioni del nostro tempo: la concentrazione della ricchezza in poche mani, la scomparsa del ceto medio (che aveva già previsto Marx nel 1848), i cambiamenti climatici, la crisi dell’ordine internazionale ed il caos che ne consegue, le grandi migrazioni. Questa è la ragione per cui la nuova destra nazionalista appare più credibile, riesce a vincere perfino negli USA e continua a crescere in tutto l’Occidente, come è chiaro anche dall’esperienza italiana, dove la confusa esperienza dei cinque stelle finisce per rafforzare la destra più estrema, leghista e xenofoba, ormai saldamente divenuta il primo partito del Paese. Questa destra a suo modo prospetta una soluzione ai guasti prodotti da una globalizzazione sregolata e viene percepita, in mancanza di alternative credibili e convincenti, portatrice di un cambiamento vero. Ovviamente io so bene che questo cambiamento è illusorio ed estremamente pericoloso, perché -di fronte agli straordinari cambiamenti prodotti dalle tecnologie dell’informazione e alle dimensioni raggiunte dalla finanza e dall’economia globale sempre più integrata e interdipendente – è impensabile costruire muri e ritrovare la sovranità perduta dentro i confini delle vecchie piccole nazioni. E’ una illusione che costerà molto cara soprattutto a questa Europa che si sta sgretolando e finirà per conoscere una marginalizzazione ed una decadenza drammatiche, in un mondo ormai cambiato dove crescono e si confrontano grandi imperi continentali. Tuttavia l’incapacità delle vecchie classi dirigenti di governare il cambiamento e i ritardi accumulati sul piano della cultura politica della sinistra, hanno determinato una situazione nella quale è ormai difficile nel breve termine pensare di poter fermare l’ondata nazionalista e populista in atto ed evitare guasti profondi che ne deriveranno, di cui è difficile calcolare ora tutta la portata. Servono tempi lunghi, una lunga marcia che per cominciare richiede una valutazione degli errori gravissimi commessi  nel secolo scorso che la sinistra tutta si porta ancora dietro. Il più grave di questi, la madre di tutti gli altri, è certamente l’illusione di ieri che fosse possibile costruire il socialismo in un solo Paese e quella di oggi di pensare che sia ancora praticabile una via nazionale come risposta alla Grande Crisi. Aver pensato che la rivoluzione d’Ottobre potesse essere l’inizio di una esperienza in grado di diffondere la rivoluzione socialista nel mondo fu un grande inganno. Marx dopotutto lo aveva sempre detto: non può esserci rivoluzione socialista in paesi che non hanno neppure conosciuto la rivoluzione industriale. In Russia come in tanti paesi ex coloniali c’è stato solo un passaggio violento, come lo fu anche in Occidente, da una società arretrata alla società industriale. Una via all’industrializzazione per paesi che ne erano rimasti fuori. I risultati sono stati devastanti per l’idea stessa di comunismo. Ma anche la socialdemocrazia – che pure ha saputo utilizzare gli spazi aperti dal compromesso Keynesiano tra capitalismo e democrazia per  elevare le condizioni di vita delle classi lavoratrici – di fronte agli sconvolgimenti prodotti da una globalizzazione sregolata, si è illusa di poterne mitigare le conseguenze su lavoratori e ceti medi, rimanendo saldamente al governo delle vecchie nazioni, senza porsi il tema del governo democratico del processo di una globalizzazione che era inevitabile perché conseguenza di innovazioni tecnologiche e di comunicazione straordinarie. Solo partendo da questa autocritica e da un riscoperta della vocazione internazionalista della sinistra (“proletari di tutto il mondo unitevi”), vi potrà essere un nuovo inizio. Lavorare ad un progetto di ricostruzione di un nuovo ordine internazionale che sia in grado di ripristinare il primato della politica sul mercato (e quindi la sovranità e la democrazia), costruire una organizzazione sovranazionale che sia in condizione di realizzare mobilitazioni e lotte in grado di ridare potere al mondo del lavoro nei confronti del capitale(il solo a muoversi liberamente nei “flussi globali”), è certo una sfida faticosa e difficilissima. Ma non ci sono alternative. O la sinistra si attrezza, sia sul piano culturale che su quello organizzativo, per compiere questo salto di qualità, oppure sarà percepita come inutile e continuerà a consumarsi nella sua attuale impotenza.

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