I temi del debito e del cambiamento in Europa non vanno lasciati nelle sole mani dei populisti

Ciò che è scritto nella bozza di contratto di governo tra lega e cinque stelle, rivelata ieri dall’Huffington post, è oggettivamente demenziale. La richiesta alla BCE di cancellare 250 miliardi di euro e l’individuazione di procedure per uscire dall’Euro sono i punti di questa bozza più bersagliati e ridicolizzati stamane dagli organi di informazione. E’ giusto così. Tuttavia bisogna dire con chiarezza che il tema del debito e del cambiamento della politica di austerità che l’Europa ha seguito dallo scoppio della crisi del 2008 non può essere lasciato solo alla demagogia dei diversi populismi nostrani. Chi vuole uscire dalla crisi acuta in cui versa la politica in Italia deve cimentarsi in modo serio con questo tema ed elaborare proposte e strategie credibili per riuscire a cambiare il fiscal compact, questione ormai all’ordine del giorno del confronto in Europa. Bisogna ricordare che l’aver anteposto il pareggio di bilancio e un tetto al rapporto deficit/PIL ad una politica economica anticiclica – orientata al rilancio degli investimenti pubblici, alla crescita e all’occupazione – aveva portato l’Europa sull’orlo della deflazione e prodotto sofferenze inaudite negli strati sociali medio – bassi. La politica monetaria espansiva varata alla fine del 2014 dalla BCE di Mario Draghi ha consentito a Stati, imprese e famiglie, di risparmiare miliardi di euro di interessi e ha consentito l’avvio di un minimo di ripresa. Ma tutti sappiamo che non basta. Se tutto rimane affidato alla sola politica monetaria il giocattolo prima o poi si rompe. Da un lato infatti la politica dei tassi a zero produce effetti collaterali tossici, che mettono in seria difficoltà settori cruciali come i fondi pensioni e le assicurazioni. Dall’altro una stampa di moneta dal nulla destinata solo ai mercati finanziari, finisce per aumentare ulteriormente quelle disuguaglianze sociali che sono state una delle cause di fondo della grande recessione. Insomma senza riforme strutturali, a partire da quella della finanza, senza meccanismi di redistribuzione della ricchezza, senza un riequilibrio di poteri tra pubblico e privato, tra stati e mercati, basta poco per ripiombare in una nuova crisi che troverebbe tutti con le tradizionali armi per affrontarla ormai spuntate. La brusca frenata della crescita in Germania – causata dalla debolezza delle esportazioni e dai pericoli di una guerra commerciale legati al nuovo unilateralismo USA – rappresenta un duro richiamo alla realtà. Individuare proposte ed iniziative capaci di costruire, nella dimensione continentale, alleanze politiche e sociali e trovare nuove forme di lotta far pesare gli interessi e la voce della stragrande maggioranza della società Europea, è una necessità inderogabile. Lo è per tutte le forze responsabili ma lo è in particolare per la sinistra. Senza ricostruire una nuova sovranità monetaria le multinazionali e la finanza continueranno, infatti, a fare il bello e il cattivo tempo. Ma è illusorio pensare che questo nodo possa essere sciolto ritornando alla vecchia sovranità nazionale. E’ questo che rende velleitario ed in ultima analisi strumento nelle mani della peggiore reazione il populismo che monta in Europa ed in Occidente. Le nuove tecnologie, l’interdipendenza dell’economia, la dimensione dei nuovi attori globali, fanno dell’Europa la dimensione minima per dare forza e credibilità ad una rivoluzione dell’uguaglianza. Il limite che ha accomunato e fatto percepire come irrilevanti le forze del centrosinistra è stato quello di continuare ad impegnarsi e a dividersi su politiche non adeguate ad affrontare i problemi di questo nostro tempo. Bisogna prendere finalmente atto che il 900 è finito e attrezzarsi per compiere un grande salto culturale, politico ed organizzativo. Occorrono l’ambizione ed il coraggio di raccogliere le sfide che abbiamo davanti qui ed ora.

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