Ma i 5 stelle propongono un contratto sulle poltrone o sul programma di governo?

Alla vigilia dell’affidamento dell’incarico esplorativo al presidente della camera Fico lo stato di confusione che ha caratterizzato il comportamento dei 5 stelle nel corso di questi 50 giorni che ci separano dal voto si arricchisce di due nuovi capitoli. Da un lato, infatti, Di Maio avanza una nuova offerta a Salvini per un governo con lui presidente e con Salvini fuori, che però – in cambio del sostegno al governo Di Maio – avrebbe i ministeri chiave e importanti posizioni di comando nel sottogoverno, a partire dal controllo della RAI. Dall’altro il professor Giacinto della Cannanea, responsabile del comitato di esperti incaricato dal movimento a verificare il grado di convergenza con i programmi di Lega e PD, anticipa la consegna della relazione, di una settimana rispetto ai tempi previsti, rendendo noti i dieci punti del contratto di governo che i 5 stelle potrebbero sottoscrivere con la lega e con il PD. Con grande sorpresa non c’è quasi nulla delle promesse che il movimento ha sostenuto in campagna elettorale. Non c’è nulla delle posizioni anti-establischment e populiste che hanno caratterizzato il movimento fin dalla nascita. Anzi c’è da rimanere delusi per l’eccesso di moderazione e di realismo che caratterizza le loro proposte. Nel decalogo non c’è più il reddito di cittadinanza, la riduzione delle tasse, la riforma della Fornero, il contrasto dell’immigrazione. Al contrario si parla di salario minimo garantito, di politiche attive di sostegno al reddito nell’ambito di una riforma dei centri per l’impiego, di rispetto degli impegni assunti in sede europea e internazionale, di semplificazione fiscale e di riforma del processo tributario, di un diverso trattamento fiscale tra banche d’affari e banche commerciali, di ammodernamento delle infrastrutture materiali e immateriali. Si tratta di punti su cui è impossibile un accordo con la lega (a meno che Salvini non decida di rinunciare a tutte le promesse fatte in campagna elettorale a partire da quella sulla flax tax e sull’abolizione della Fornero) mentre la vicinanza con le politiche seguite dai governi degli ultimi anni anni li rende una base su cui è realistico discutere con il PD. Ma a questo punto una domanda è d’obbligo. Questo contratto su cosa lo si vuole veramente verificare? Sulla spartizione delle poltrone – come è avvenuto per gli uffici di presidenza di Camera e Senato e come Di Maio propone a Salvini – o sulle cose che il nuovo governo dovrà realizzare? Siamo in presenza solo di confusione e di tatticismo esasperato o di una frattura nel movimento? Chi vivrà vedrà. Intanto il voto in Molise ci dice quale sia il sentimento del Paese nei confronti di questo sistema politico. Quasi un molisano su due non è andato a votare. L’astensionismo è il vero primo partito italiano.

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