Una buona notizia è già arrivata.Ora non resta che incrociare le dita

In questa tormentata domenica elettorale italiana una prima buona notizia è già arrivata dalla Germania. La notizia della giornata certamente più attesa. Il referendum interno alla SPD ha visto passare con un maggioranza di oltre il 66% il si alla grossa coalizione. È una buona notizia perché in questa Europa in bilico tra dissoluzione e integrazione nuove elezioni in Germania sarebbero state un vero disastro. Ricordiamo la trepidazione con cui abbiamo vissuto il 2017. Nel 2016 l’improbabile era divenuto realtà con la vittoria della Brexit in Gran Bretagna e l’ascesa di un personaggio come Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare del mondo caduta nelle mani di un predicatore di protezionismo sostenuto apertamente dalla destra razzista. Il segnale era chiaro: il malessere determinato nelle classi medie dalla peggiore crisi che si era mai vista dalla fine della seconda guerra mondiale aveva prodotto una ondata nazionalista e populista che stava travolgendo le vecchie classi dirigenti, non per promuovere una rivoluzione progressiva – una riforma democratica della globalizzazione sregolata da cui era nata la crisi – ma un impossibile e pericoloso ritorno passato. I sondaggi sulle elezioni francesi segnalava il rischio concreto di una vittoria della Le Pen, apertamente schierata per la fine dell’euro e di quel poco di Europa faticosamente costruita lungo un cammino durato 60 anni. Per fortuna, nonostante il crollo dei partiti tradizionali, la vittoria di un giovane liberale – che metteva l’Europa prima della Francia  nel paese più nazionalista del continente – arrestata l’avanzata dell’ondata populista. Pochi mesi dopo anche in Germania, nonostante una preoccupante avanzata dell’estrema destra, i grandi partiti della tradizione politica tedesca riuscivano a tenere, nonostante i duri colpi subiti che hanno reso particolarmente complessa la costituzione di un governo, come mai era accaduto nella storia della Germania. Il nuovo esecutivo tedesco nasce con una forte connotazione europeista ed anche questa è una importante novità. È presumibile a questo punto che l’asse franco tedesco darà nei prossimi mesi un forte impulso al processo di integrazione politica dell’Europa, l’ultima possibilità per evitare una deriva reazionaria dagli esiti nefasti. Non fraintendete, non mi sono convertito al conservatorismo né al moderatismo. Mi sento sempre più a sinistra sia con il cuore che con la mente. Ma il necessario realismo politico e la consapevolezza del processo storico non mi fanno sottovalutare la grave crisi della democrazia e i pericoli che ne derivano. Per cambiare la politica europea degli ultimi anni è necessario innanzitutto che l’Europa vi sia. Senza di essa la dittatura di fatto delle multinazionali e della grande finanza è destinata a regnare ancora indisturbata. Non a caso i mercati sono poco interessati agli equilibri politici nazionali. Chiunque governi le vecchie nazioni ha scarsi margini di decisione sulle questioni che contano. La globalizzazione ha separato politica e potere. Una sinistra che vuole essere all’altezza dei tempi dovrebbe avere contezza delle ragioni della sua sconfitta storica e del suo compito prioritario di promuovere una larga alleanza per restituire alla politica quel primato sul mercato che i nuovi poteri globali gli hanno sottratto da tempo. Purtroppo tutta la sinistra, nelle sue troppe anime, appare ancora lontana da quella consapevolezza della fase e da quella maturità politica che portò la sinistra novecentesca a realizzare quella larghissima alleanza antifascista che fu decisiva per sconfiggere il nazifascismo e portare il mondo fuori dalla grande depressione degli anni trenta. Ecco perché spero che anche dal voto italiano arrivi un risultato che scongiuri un esito in contrasto con la fase nuova che si può finalmente aprire in Europa, in un momento nel quale arrivano fortissimi segnali di una pericolosa guerra commerciale mondiale, prima palpabile conseguenza dell’ubriacatura populista. Dai dati sull’affluenza alle urne pare scongiurata quella pericolosa crescita dell’astensionismo segnalata da tutti i sondaggi che hanno accompagnato la campagna elettorale, a questo punto di scarsa attendibilità. Non resta che aspettare poche ore per sapere in quale contesto le forze progressiste dovranno riprendere il cammino per ridefinire progetti e strategie e gruppi dirigenti.

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