voto del 4 e dati macro metà marzo cruciali per l’andamento dei mercati nel 2018

Dopo i pesanti ribassi della prima metà di febbraio (solo in parte recuperati nelle settimane successive) l’attenzione degli operatori è concentrata su due scadenze importanti, destinate a pesare molto sull’andamento dei mercati finanziari nei prossimi mesi. La prima è indubbiamente il 4 marzo giorno del voto politico in Italia e del referendum nella SPD che deciderà il destino della grande coalizione in Germania. A giudicare dallo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, vicino ai minimi dell’anno, non ci sono eccessive preoccupazioni sull’esito del voto italiano. Non tanto perché si ritiene probabile la formazione di un governo stabile ma, paradossalmente, per la ragione opposta. I sondaggi segnalano che con grande probabilità avremo un parlamento senza maggioranza e – tenuto conto della scarsa credibilità delle tre coalizioni più forti, tutte basate su programmi demagogici e insostenibili – questa condizione è giudicata quella meno pericolosa per il Paese e per l’Europa. Infatti un governo di compromesso tra le maggiori forze politiche – finalizzato a guidare il Paese fino a nuove elezioni, possibilmente sulla base di una legge elettorale diversa da quella attuale – rappresenterebbe nell’attuale quadro di fragilità della politica italiana la soluzione meno problematica. Il solo esito che i mercati temono, ma al momento ritenuto improbabile, è una maggioranza tra 5 stelle e lega che potrebbe minare l’area euro. Se l’Italia è tornata ad una crescita accettabile, infatti, è grazie alle politiche espansive della Banca Centrale Europea, che hanno ridotto drasticamente la spesa per interessi sull’enorme debito pubblico giunto al 132% del PIL. Un governo ostile alla UE è perciò considerato dai mercati un serissimo pericolo, non solo per la tenuta della ripresa dell’Italia ma anche per la stessa tenuta dell’area euro, in presenza di una esplosione del debito pubblico italiano che rappresenta pur sempre in valore assoluto il 25% del debito complessivo dell’Unione. Per questa ragione gli occhi saranno puntati sull’esito del referendum interno alla SPD. E’ chiaro infatti che se salta la grande coalizione in Germania cadono le speranze, riposte nel rilancio dell’asse franco tedesco, di accelerazione del processo di integrazione politico dell’Europa, ultimo presidio alle spinte populiste e nazionaliste. Uno scenario che spaventa non solo per il futuro dell’Europa ma per la tenuta della stessa crescita globale. Se il 4 marzo non deluderà le aspettative allora l’attenzione si concentrerà sui dati macroeconomici che saranno resi noti a metà marzo: andamento dell’inflazione in Europa e in USA e soprattutto le variazioni dei salari non agricoli in USA. Questi dati, infatti, daranno qualche prima risposta alle preoccupazioni emerse a febbraio di una ripresa dell’inflazione che nei tempi lunghi, dato l’alto livello dei debiti dei settori sia pubblico che privato, potrebbe compromettere la ritrovata sincronizzazione della crescita globale. Ho già espresso la mia opinione su questo punto in precedenti articoli. Un pò di inflazione non guasterebbe in presenza di un approccio accomodante da parte delle banche centrali. Tra l’altro i recenti ribassi del prezzo del petrolio degli ultimi giorni, legato all’attesa di un aumento della produzione, dovrebbero ridimensionare queste aspettative. Ciò che invece preoccupa davvero sono le misure protezionistiche di Trump. Infatti, dopo l’approvazione di una riforma fiscale che ha introdotto una tasse alla frontiera per le merci prodotte fuori dagli USA, Trump ha annunciato dazi salatissimi su acciaio e alluminio per proteggere l’industria siderurgica americana. Non a caso dopo le forti reazioni della Cina alla riforma fiscale USA oggi è arrivato l’annuncio di contromisure da parte della Unione Europea che si sente sempre più minacciata dal protezionismo di Trump. Il rischio di guerre commerciali cresce. E questa credo sia la peggiore notizia per il futuro del commercio e dell’economia internazionali.

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