La sinistra rilegga Bauman se vuole comprendere le ragioni della sua impotenza

Mi è capitata sotto gli occhi stamane una bella intervista di Zygmunt Bauman del gennaio del 2016. Rileggere il grande sociologo della “società liquida”, scomparso nel gennaio del 2017, è sempre illuminante. In questa intervista affronta il tema della crisi dello Stato nazione. Un tema cruciale per capire la crisi del nostro tempo che è soprattutto crisi della democrazia , della politica e dei partiti. Egli affronta, inoltre, il tema  del dilema tra libertà e sicurezza e del ruolo dei social media. Tre questioni su cui la sinistra si ostina a non voler capire e soprattutto a non voler trarre tutte le conseguenze sul piano del progetto e dell’iniziativa sociale ed istituzionale. Mi sembra utile riproporla proprio in questa campagna elettorale che ha messo a nudo tutta l’impotenza della sinistra italiana.

“Ecco le domande poste da Ricardo De Querol per El Pais nell’intervista uscita il 25 gennaio 2016.

La crescente diseguaglianza sta minacciando le basi della democrazia?

Siamo di fronte a una massiccia crisi della democrazia, che segue ad un drammatico collasso della fiducia popolare nelle istituzioni: si va diffondendo la convinzione che i nostri leader non siano semplicemente corrotti o stupidi, ma inetti, incapaci di agire.

Noi abbiamo un reale bisogno della politica per decidere sulle questioni che riguardano la società, ma il matrimonio tra il potere e lo Stato-nazione è finito. Mentre il potere si è globalizzato, la politica democratica è rimasta limitata ai confini nazionali e inevitabilmente il popolo ha finito col perdere la fiducia verso istituzioni che si dimostrano incapaci di mantenere le promesse, essendo impotenti di fronte ai grandi processi globali.

Pensiamo ad esempio alla crisi migratoria, un fenomeno globale che noi continuiamo ad affrontare secondo le logiche nazionali. Il punto fondamentale è che le nostre istituzioni democratiche non sono state progettate per affrontare le esigenze di interdipendenza che caratterizzano lo scenario contemporaneo. L’attuale crisi della democrazia quindi è una crisi delle istituzioni dello Stato rappresentativo ridotto ai confini nazionali.

Lei fa riferimento ad un’alternanza tra libertà e sicurezza nelle democrazie, in che direzione ci stiamo muovendo?

Sono due valori tremendamente difficili da conciliare. Se si vuole più sicurezza bisogna ridurre la libertà, e viceversa. E si tratta di un dilemma destinato a riproporsi.

Quarant’anni fa credevamo che la libertà avesse trionfato, e abbiamo dato il via ad un’orgia di consumismo. Pensavamo che tutto fosse possibile prendendo denaro in prestito: abbiamo comprato auto, case ecc… bastava pagare tutto dopo.

Dunque la crisi finanziaria del 2008 è stata per molti una sveglia amara e la catastrofe economica che ne è seguita ha colpito duramente le classi medie, trascinandole nella situazione precaria in cui si trovano ora: non sapendo se l’azienda in cui lavorano si fonderà con altre e se loro verranno licenziati.

Il conflitto sociale non viene più vissuto collettivamente tra classi contrapposte, ma individualmente tra ogni persona e la società. E questa non è semplicemente una mancanza di sicurezza, ma diventa una mancanza di libertà.

Lei afferma che il progresso sia ormai un ideale svuotato, perché le persone non credono più che il futuro sarà meglio del passato..

Viviamo in un periodo di grande transizione, sospesi tra un passato fondato su determinate certezze, e un presente in cui i vecchi approcci non funzionano più. Non possiamo prevedere dove ci porterà questa trasformazione, e stiamo sperimentando nuovi modi di agire e organizzarci.

In Spagna, con il movimento 15-M, hanno provato a mettere in discussione le convinzioni ordinarie sulla politica, il popolo si è ripreso gli spazi pubblici provando a sostituire le procedure parlamentari con una forma di democrazia diretta, purtroppo tutto ciò ha funzionato per un periodo limitato.

Le politiche di austerity continueranno, perché nessuno ha il potere di fermarle, tuttavia i movimenti possono comunque riuscire a sviluppare nuovi percorsi di soggettivazione, verso una nuova articolazione della conflittualità su scala sovranazionale.

– I movimenti nati sulla scia del 15-M e del movimento Occupy hanno preso coscienza del potere contenuto nella società, ma non hanno saputo creare qualcosa di solido e duraturo..

La popolazione, in una sorta di esplosione di solidarietà, ha messo da parte le rispettive differenze  per raggiungere scopi specifici. Di solito, se l’obiettivo è opporsi a qualcuno, ci sono più possibilità di successo. E le esplosioni, si sa, sprigionano una grande energia, ma hanno vita breve.

A suo avviso non c’è spazio per una leadership forte nelle “coalizioni arcobaleno”, costrette a tenere insieme forze politiche molto diverse tra loro?

Movimenti così eterogenei possono sopravvivere proprio perché manca un leader, ma questa assenza complica la traduzione dei loro principi e delle loro battaglie in politiche concrete.

In Spagna il movimento 15-M ha aperto la strada alla nascita di nuove forze politiche..

Sì, ma sostituire un partito con un altro non risolve il problema. Non sono i partiti a essere sbagliati, il problema è che le istituzioni non hanno capacità di decidere. I problemi della Spagna sono parte dei problemi globali, ed è sbagliato pensare di poterli risolvere entro i confini nazionali.

Cosa pensa del progetto di indipendenza catalana?

E’ come se fossimo ancora fermi a Versailles, quando venne formulato il principio di autodeterminazione dei popoli. Ma questa è un’illusione nel mondo attuale, poiché non esistono più territori abitati da popolazioni omogenee, ogni società è una collezione di diaspore. Le persone si dimostrano leali verso le società di cui entrano a far parte, pagando le tasse, ma non vogliono abbandonare la loro identità culturale.

La connessione, prima automatica, tra il luogo in cui si vive e la propria identità culturale si è rotta. La situazione in Catalogna, così come in Scozia e in Lombardia, esprime la contraddizione tra un’identità etnica e un’esigenza di cittadinanza sovranazionale. La stessa logica sta emergendo in quasi tutti i paesi.

Stiamo ancora inseguendo i principi stabiliti alla fine della prima guerra mondiale, nonostante nel mondo sia cambiato tutto. Lo ripeto: le nostre istituzioni democratiche non sono predisposte per affrontare contesti di interdipendenza.

Lei si è dichiarato scettico verso le proteste condotte attraverso i social-media, verso il c.d. “attivismo da poltrona”, sostenendo che internet offra semplicemente forme di intrattenimento a basso costo. Pensa che i social network siano il nuovo “oppio dei popoli”?

L’identità si è trasformata dall’essere un carattere con cui si nasce a un obiettivo che si raggiunge:  sembra che ognuno debba crearsi la sua comunità. Ma le comunità non si creano a tavolino: o ne fai parte, o sei escluso. I social network stanno offrendo un sostituto al bisogno di legami, sono una risposta alla paura di isolamento.

La differenza tra una comunità e una rete è che nella comunità è il gruppo ad includerti, nella rete sei tu a decidere, e nella dimensione virtuale puoi aggiungere e togliere contatti a piacimento. Questo fa sentire le persone più sicure e meno sole, e in quest’epoca individualistica, la solitudine è paradossalmente la paura più diffusa.

L’esperienza virtuale abitua dunque a pensare di avere tutto sotto controllo senza sviluppare quelle capacità relazionali necessarie per affrontare la vita di tutti i giorni, quando ci si trova a dover interagire con persone molto diverse da noi.

social media non ti insegnano a dialogare con chi la pensa diversamente, perché è troppo semplice costruirsi una rete di persone simili, evitando contrapposizioni. Molte persone usano questi strumenti non per allargare la loro visione, ma per costruirsi uno spazio confortevole che confermi il proprio ego, in cui si sentano solo suoni che echeggiano la propria voce, e in cui si vedano solo immagini che rispecchiano il proprio viso.

Nota biografica

Bauman nacque in Polonia nel 1925 e i genitori si trasferirono in Unione Sovietica dopo l’invasione tedesca del 1939. Nel 1968 venne rimosso dal ruolo di insegnante ed espulso dal partito Comunista insieme ad altre migliaia di ebrei durante la guerra dei Sei Giorni, così decise di trasferirsi nel Regno Unito, grazie ad una cattedra offertagli all’Università di Leeds, dove risiede ancora come Professore Emerito in Sociologia.

Traduzione di Nicola Cucchi per Sinistra in Europa”

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