perché è importante la vittoria dei metalmeccanici tedeschi

L’accordo siglato tra il sindacato dei metalmeccanici IG Metall e l’organizzazione degli industriali tedeschi può avere una portata storica se riuscirà, come è probabile, ad influenzare i nuovi contratti delle altre categorie di lavoratori in Germania e in Europa. Gli stipendi aumentano del 4,3% e per i lavoratori sarà possibile ridurre da 35 a 28 ore la settimana lavorativa per un massimo di due anni. Un aumento, dunque, superiore all’inflazione e al tempo stesso un sistema di lavoro più flessibile dopo decenni di dure sconfitte e di sostanziale stagnazione dei salari. Perché si può parlare di una possibile portata storica di questo accordo? Perché la sconfitta del movimento operaio e la perdita di potere del sindacato nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso hanno avuto un ruolo non secondario nei processi economici e sociali che hanno causato la grande depressione degli anni 2008 e 2009. Infatti tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 il reddito del 10% della parte più benestante della società occidentale toccava il 30% del reddito complessivo ma nel 2017 è arrivato a toccare il 50%, mentre nello stesso periodo il reddito del 40% della parte più debole della società scendeva dal 18 al 14% e si riduceva il potere di acquisto dei ceti medi. All’inizio degli anni ’70 i redditi da capitale  rappresentavano il 30/35% del reddito complessivo, mentre nel 2007 raggiungevano il 50%. Questa tendenza alla concentrazione della ricchezza è proseguita nel corso degli ultimi 10 anni, anche per effetto di una gestione della crisi fondata esclusivamente su una espansione illimitata della liquidità, in gran parte ritornata a beneficio della finanza. Anche all’interno del mondo del lavoro la forbice tra retribuzione dei dipendenti medi e quella dei livelli manageriali si è allargata a dismisura. Se negli anni settanta il rapporto tra retribuzione del dipendente e quella del direttore di una azienda di media dimensione era di 1 a 50 oggi è giunta ad 1 a 500, senza considerare i bonus, che rappresentano una parte consistente dei redditi dei manager. Questo ribaltamento nei rapporti di forza tra lavoro e capitale è alla base di quell’aumento della concentrazione della ricchezza e delle diseguaglianze sociali che è una delle ragioni di fondo della caduta dei consumi, dell’impoverimento dei ceti medi, dello scoppio della grande crisi. Non a caso a spingere per l’accordo di questi giorni in Germania sono stati anche la BCE e il Fondo Monetario Internazionale, consapevoli che solo attraverso la spinta salariale sarà possibile raggiungere quell’obiettivo del 2% di inflazione ritenuto salutare per la crescita, obiettivo per il quale da anni le banche centrali hanno stampato moneta in quantità senza precedenti con risultati tutto sommato modesti. Ovviamente questo accordo può essere l’inizio di una nuova fase. E’ ancora molta la strada da fare. Le ragioni di questo prolungato periodo di debolezza del potere contrattuale del mondo del lavoro ha, infatti, cause complesse e strutturali. In primo luogo il processo di globalizzazione sregolata dei movimenti di capitale e delle delocalizzazioni produttive, in assenza di una globalizzazione dei diritti, che ha posto in una condizione di ricatto il sindacato ed ha sottratto agli Stati il potere di controllare il ciclo economico. In secondo luogo il trasferimento del potere di stampa della moneta alla finanza cui è stata trasferita nei fatti la gestione dei rischi. La crisi ha fatto saltare il sistema ma in questi anni anziché riformarlo, promuovendo un nuovo ordine internazionale, è stata usata la sola arma delle politiche monetarie espansive, che hanno certo evitato il baratro ma lasciando i nodi irrisolti. L’avvio della fase di rientro dall’espansione dei bilanci delle banche centrali  impone ora il trasferimento del testimone alle politiche fiscali. La ripresa dell’iniziativa del sindacato e del potere contrattuale dei lavoratori può dare una ulteriore spinta a questo cambio di fase. Ma è indispensabile che parallelamente si ricostruiscano le condizioni di una ripresa del controllo, da parte  della mano pubblica, dei processi economici. Ripresa che oggi passa attraverso la costruzione di stati continentali e, per quello che ci riguarda, dell’integrazione politica dell’Europa. Senza di ciò non si potrà mai dire di essere davvero usciti dalla più grande crisi dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche perché la storia ci insegna che il periodo di maggiore intensità della crescita e di maggiore diffusione del benessere coincide con quella riforma del capitalismo che consentì, nei trenta anni successivi alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, di affermare un nuovo ruolo dello Stato nella gestione dei rischi sociali e del ciclo economico, attraverso l’estensione dello stato sociale e l’intervento diretto in economia a sostegno dell’occupazione e della domanda di beni e servizi..

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