I falsi rischi e i problemi veri

Dopo i ribassi della settimana scorsa è arrivato, nella tarda serata di ieri, un tonfo da  -5% dei listini azionari di Wall Street, seguiti nel corso della notte da cali analoghi a Tokyo e Hong Kong. Vedremo come chiuderanno stasera le borse europee dopo la pessima apertura di stamane. Che sta succedendo? Se valutiamo i fatti siamo in presenza della solita speculazione che prende profitto dopo più di un anno di crescita esagerata dei listini azionari di tutto il mondo. A fine gennaio scorso, rispetto al gennaio del 2017, le azioni USA segnavano mediamente un +24%, quelle europee un + 11% (con l’Italia al +26,3%), le azioni dei paesi emergenti a + 37%, quelle cinesi +10%. Erano giustificati quei numeri? In larga parte si perché nel corso del 2017 in Europa si scongiurava il pericolo di una vittoria dei nazionalisti in Francia e Germania e si registrava una crescita superiore a quella USA che comunque, nonostante l’avvio del rialzo dei tassi da parte della FED, è cresciuta ad un ritmo sostenuto, al pari degli utili delle imprese in tutte le economie avanzate. In Cina le autorità hanno saputo gestire bene una fase di rallentamento congiunturale con il varo di forti investimenti sulla “nuova via della seta”, mentre le economie emergenti hanno beneficiato del rialzo dei prezzi del petrolio di oltre il 20% negli ultimi 12 mesi. C’è un rischio concreto che possa finire questo ciclo positivo? Al momento tutte le principali case di investimento rivedono al rialzo le già positive prospettive di crescita delineate dal Fondo Monetario Internazionale. E allora cosa giustifica queste tensioni? Le motivazioni portate a supporto delle scelte dei ribassisti sono davvero risibili: la crescita dei salari in USA e qualche timido segnale di ripresa delle agitazioni sindacali in Germania fanno presumere un rialzo dell’inflazione, con la conseguenza di quattro rialzi dei tassi nel corso del 2018, anziché dei tre previsti, da parte della FED. Eppure tutti fino a qualche settimana fa riconoscevano che per dare la spinta decisiva alla ripresa globale mancava proprio la crescita delle buste paga, in quanto era stata proprio la perdita di potere di acquisto da parte di lavoratori e dei ceti medi una delle causa fondamentali della grande recessione del 2008/2009. Quanto all’inflazione non è forse vero che le banche centrali hanno stampato negli ultimi otto anni più di 15000 miliardi di dollari proprio per riportarla intorno al 2%, ritenuto il livello salutare necessario per difendersi dal rischio deflazione? E non è altrettanto vero che l’avvio di una riduzione dei bilanci delle Banche Centrali rappresenta un graduale ritorno alla normalità, reso possibile dal miglioramento dell’economia globale? O che la politica monetaria continuerà ad essere accomodante e cioè attenta all’andamento dei mercati e dell’economia internazionale come tutti i governatori ripetono da mesi? Ecco perché sarebbe un errore se i risparmiatori si facessero spaventare dal gioco della speculazione da cui dovrebbero, tra l’altro, essere ormai vaccinati. Ovviamente non bisogna rinunciare ad un approccio prudente. Se l’economia globale sta crescendo in modo sincronizzato, per la prima volta dopo molti anni, è anche vero che non mancano le incognite per il futuro. Ma bisogna capire bene da dove nascono queste incognite. Anche perché se si ha consapevolezza dei problemi veri ci si difende meglio e tutti potranno fare qualcosa per evitarli. Quali sono? Le elezioni italiane che se vinte dai populisti possono compromettere la situazione in una Europa sempre in bilico tra nazionalismi e maggiore integrazione. Gli aspetti protezionistici della riforma fiscale di Trump che possono innescare una corsa fiscale al ribasso (che avvantaggerebbe solo le multinazionali che già eludono gran parte della ricchezza prodotta) e una guerra commerciale che potrebbe davvero interrompere la ripresa dell’economia globale.

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