Borse e salari. Volesse il cielo un 2018 da riscossa operaia

Trovo disgustoso che da parte di alcuni commentatori si mettano in relazione la settimana di ribassi dei mercati azionari e i tenui segnali di ripresa della spinta salariale che si stanno registrando in un anno nel quale i profitti sono visti in crescita di una percentuale doppia rispetto alla media storica. Secondo costoro i mercati sono spaventati dal pericolo che una crescita salariale possa determinare il rialzo dell’inflazione, in realtà ancora ben al di sotto del 2%, nonostante la più grande stampa di danaro dal nulla ad opera delle banche centrali che la storia ricordi, come quella che abbiamo visto a partire dalla grande recessione del 2008/2009.  E da cosa nasce questa equazione? Dalla costatazione che la settimana che ci lasciamo alle spalle ha registrato: una ripresa dei salari in USA, ai massimi dal 2009; l’indizione di uno sciopero in Germania, come non se ne vedevano da tempo, da parte del sindacato IG Metall, a sostegno di una richiesta di significativi aumenti salariali; una caduta dell’indice di Wall Street superiore al 2,54% e degli indici azionari europei poco sotto il 2%. Molto probabilmente lo storno dei listini azionari, che arriva dopo un lunghissimo periodo di crescita a due cifre, è il frutto della solita speculazione che prende profitto dei lauti guadagni realizzati. Anche perché nessuna delle ragioni che hanno sostenuto i listini per oltre un anno è venuta meno: né la sincronizzazione, per la prima volta dal 2010, della crescita globale; né il basso livello di inflazione; né l’approccio accomodante della politica monetaria; né la crescita dei profitti che vanno a gonfie vele. Certo non mancano preoccupazioni di carattere geopolitico, che sono tra l’altro una costante della situazione internazionale. In questa fase c’è una forte attenzione alle elezioni politiche italiane e agli effetti che possono avere le politiche protezionistiche di Trump sul commercio globale. Ma non si tratta di questioni che al momento possono giustificare sconquassi sui mercati. Possono tutt’al più indurre cautela che di questi tempi non guasta mai. Di contro la perdita di potere d’acquisto di lavoratori e ceti medi negli ultimi trent’anni è stata una delle cause scatenanti della Grande Crisi. I piccoli e medi risparmiatori non potrebbero che gioire di una effettiva ripartenza dei salari e delle buste paga. Anche perché se la ripresa è stata fin qui anemica è proprio per il suo legame esclusivo con gli acquisti di titoli governativi ed obbligazionari per oltre 15000 miliardi da parte delle banche centrali, che hanno favorito ancora una volta la finanza e solo in piccola parte l’economia reale. Solo una riscossa operaia, dopo decenni  di pesante perdita di potere contrattuale, può riequilibrare il rapporto tra redditi di lavoro (che interessano molti) e redditi da capitali (concentrati sempre più in poche mani) e far ripartire i consumi e gli investimenti, con vantaggi indubbi anche per giovani in cerca di prima occupazione e per i tartassati ceti medi. Insomma a cinquant’anni dal 1968 servirebbe un nuovo anno di contestazione forte. E stavolta da parte non solo di giovani e di operai ma anche di partite IVA e professionisti, sostenuti (perché no?) dal risparmio delle famiglie cui sono necessari stabilità della ripresa e sicurezza, non certo speculazione. E allora si che la classe operaia, ricordando il titolo di un vecchio film potrebbe andare in  paradiso.

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