2018: passaggio di testimone alle politiche fiscali

Il 2017 è stato il primo anno, dopo la Grande crisi del 2008, nel quale si è registrata una crescita sincronizzata dell’economia globale. Al di là delle chiacchiere il merito va tutto alle politiche monetarie delle banche centrali che hanno ridotto ai minimi i tassi di interesse e  aumentato i propri bilanci di circa ventimila miliardi di dollari mediante stampa di moneta dal nulla utilizzata per acquisti di titoli in una misura senza precedenti. Il 2018 sarà l’anno nel quale inizia una riduzione di questa liquidità in modo più spinto da parte della banca centrale USA, che per prima avviò nel 2009 queste misure di “allentamento quantitativo”,  con più lentezza da parte della banca centrale europea che seguì la strada della FED con cinque anni di ritardo. Tuttavia anche se la politica monetaria rimarrà accomodane e cioè attenta ai suoi effetti sui mercati e sull’andamento dell’economia reale, è ormai del tutto evidente che con il 2018 la gestione della crisi vedrà il passaggio del testimone dalle politiche monetarie alle politiche fiscali, intendendo con questo termine manovre di spesa pubblica che potranno esplicitarsi in molteplici direzioni: dalle manovre sul fisco, allo stato sociale, agli investimenti in infrastrutture e ricerca. Al momento è stato Trump ad aprire le danze con l’approvazione in congresso della sua riforma fiscale che porta un doppio segno di destra e nazionalista: riduzione permanente dal 35 al 20% delle tasse sugli utili delle imprese; una riduzione temporanea delle tasse sulle persone fisiche a partire dai redditi più alti; l’istituzione di una tassa alla frontiera del 20% su tutte le merci prodotte fuori dagli USA. E’ una riforma di destra perché favorisce i più ricchi (il primo a risparmiare diversi milioni di dollari sarà proprio Trump), penalizza i ceti medi, riduce lo stato sociale, a partire dalla sanità, per tentare di contenere l’esplosione del debito pubblico conseguente ai tagli fiscali.  E’ una riforma nazionalista perché chiude l’economia più forte determinando una guerra commerciale dalle conseguenze imprevedibili. La Cina ha già reagito annunciando la detassazione degli utili prodotti dalle società estere che saranno investiti nei settori strategici del Paese. E l’Europa? Per il momento ha solo battuto un colpo attraverso una lettera dei cinque paesi più grandi (Regno Unito compreso e questo è significativo) con la quale avvertono il presidente USA che la sua riforma causa una divergenza molto seria tra le due aree, dal momento che mette in discussione unilateralmente gli accordi commerciali. Ma è chiaro che per passare dagli avvertimenti ai fatti l’Europa dovrà spingere sull’acceleratore del processo di integrazione economica e politica interna. Insomma se per il nuovo anno la buona notizia è che le previsioni della crescita globale continuano ad essere buone, bisogna sapere che ce ne è anche una cattiva: il passaggio di testimone dalla politica monetaria a quella fiscale potrebbe far imboccare alla gestione della crisi definitivamente una strada opposta a quella auspicabile. Sarebbe bene che tutti ricordassero che le cause principali della grande recessione del 2008/2009 sono state l’eccesso di finanza e la crescita delle diseguaglianze. Ma è proprio quella la direzione verso cui il mondo si sta dirigendo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...