Parte male la campagna elettorale

La campagna elettorale per le politiche del 4 marzo 2018 è partita nel peggiore dei modi. Non solo a causa di una legge elettorale che condannerà inevitabilmente l’Italia all’ingovernabilità ma soprattutto per l’assoluta mancanza di consapevolezza della reale posta in gioco da parte dei suoi attori. Il livello del confronto politico oscilla tra il demenziale e l’inconsistenza. Da un lato c’è una gara a chi la spara più grossa, dall’altro ci si accapiglia per stabilire da che parte tirare una coperta che è troppo corta per dare le risposte che sono necessarie. Nessuna forza in campo mostra di avere l’ambizione di voler almeno provare a delineare un progetto in grado di fare i conti con i problemi strutturali del Paese. Eppure mai come ora l’Italia è davanti ad un bivio: o riesce a sfruttare questa finestra di opportunità che si è aperta nell’anno che sta per chiudersi o è condannata ad un destino di progressiva marginalizzazione che la allontanerà per sempre dal novero dei paesi più avanzati di cui è stata parte per tutta la seconda metà del secolo scorso. Quali sono le opportunità? In primo luogo la sconfitta del populismo che, contrariamente a quel che è accaduto negli USA, non è riuscito a passare nei due più grandi paesi del continente: la Germania e la Francia. In secondo luogo l’arrivo di una crescita accettabile dell’economia europea, ormai decisamente oltre quel 2% che ha rappresentato la media annua della crescita USA dopo la grande recessione del 2008 e del 2009. Certo l’Italia continua a segnare un divario negativo rispetto alla media europea ma comunque sta dando il suo contributo al risultato. Se sgombriamo il campo dalla facile propaganda dovremmo tutti sapere che questa novità è il risultato solo delle politiche monetarie espansive adottate dalla BCE dalla fine del 2014, con cinque anni di ritardo rispetto alla banca centrale degli Stati Uniti d’America.Tutti inoltre dovremmo sapere, però,  che l’arma della politica monetaria è ormai spuntata. Il suo lo ha fatto e di più non può fare. Solo se entra in campo una forte politica fiscale è possibile dare un ulteriore spinta alla crescita per poi consolidarla. Perchè è chiaro che senza spingere i salari, l’occupazione, gli investimenti e quindi i consumi la crisi non sarà mai davvero alle nostre spalle. Purtroppo è anche vero che con un debito superiore al 130% del PIL e con regole europee votate all’austerità lo spazio per politiche fiscali significative non c’è. Tuttavia pensare di risolvere il problema tornando alle vecchie sovranità nazionali è pura follia in un mondo nel quale si compete con giganti di dimensioni continentali. E’ solo una illusione ed è anche molto pericolosa. Davanti a noi c’è una sola strada: dare impulso al processo di integrazione europea e cambiare quella politica di austerità che senza l’intervento della BCE ci stava portando alla deflazione e a conseguenze ancora peggiori di quelle dell’immediato dopo crisi. La possibilità di chiedere questo cambiamento  e di kavorarci seriamente oggi c’è. A fine dicembre scade il Fiscal Compact, quel complesso di regole incentrate sull’equilibrio di bilancio e la riduzione del debito per la parte che supera il 60% del PIL ( oggi condizione comune per tutti, Germania compresa). Dare priorità al taglio del debito in una fase di crisi significa avvitarla su se stessa. Se si decidesse di confermare l’attuale Fiscal Compact nei trattati europei la prospettiva di una stagnazione sarebbe certa e a quel punto l’onda nazionalista e populista non la fermerebbe nessuno, con tutte le conseguenze facilmente immaginabili, per chi è consapevole della realtà di questo tempo. Ebbene quali sono le proposte e le strategie delle coalizioni politiche italiane per affrontare questa partita che sarà decisiva per il nostro futuro? Il confronto elettorale dovrebbe incentrarsi soprattutto su questo per mettere in condizione gli elettori di decidere il proprio destino. Anche perchè tutti i problemi veri che abbiamo di fronte – dalle diseguaglianze sociali, alla disoccupazione, ai cambiamenti climatici, alle grandi migrazioni, al terrorismo – si possono affrontare solo in un nuovo contesto europeo. Se non ci saranno novità rispetto al quadro politivo con cui entriamo in campagna elettorale l’Italia sarà in panchina e tutte le nostre speranze saranno affidate a Macron e alla Merkel,  che tra l’altro ancora non è riuscita a fornare un governo. Tutto ciò non è affatto rassicurante. Certo a nostro favore c è la costatazione ovvia che se salta l’Italia dopo un po’ salta anche l Europa. Chi ha in mano la partita sa bene che non può consentirsi di non trovare il modo di tamponare gli effetti della ingovernabilita’ dell’Italia del dopo voto. Purtroppo la situazione politica è estremamente precaria in tutta l’Eutopa perché le spinte nazionaliste rimangono forti, come  l’esito della elezioni austriache dimostra, mentre lo spirito riformatore è ancora troppo debole e confuso. Il vero dramma per molti elettori italiani è non sapere come contribuire ad un esito diverso da quello che oggi pare scontato. La politica purtroppo parla d’altro. Una parte sempre più piccola dell’elettorato la segue ancora e si appassiona alle diatribe sul nulla, alla propaganda più becera. Ma una larga maggioranza è rassegnata o disperata. La cosa peggiore  è sentirsi impotenti e sapere che allo stato dell’arte gli italiani consapevoli della fase possono essere solo spettatori.

Un commento

  1. Come si fa a non essere d’accordo con questa lucida analisi di Adolfo? Chi è politicamente strutturato, si pone il problema di che cosa fare in questo drammatico vuoto di dibattito politico serio sulle scelte programmatiche da fare almeno al momento del voto. È possibile che ci dovremo porre il problema se astenerci o votare per il male minore; non è facile capire quale possa essere il male minore.
    Speriamo che almeno il PD e LeU cercheranno di elevare il livello del dibattito e ci possano far capire quali saranno le loro proposte circa i grandi temi illustrati da Adolfo, anziché accapigliarsi ed insultarsi quotidianamente come hanno fatto fino ad oggi.

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