i miliardi di elusione fiscale delle multinazionali ci indicano la cifra della crisi della politica

E’ di ieri la clamorosa notizia della scelta di Facebook di pagare le tasse nei Paesi dove vende la pubblicità e non più a Dublino, sede internazionale nella quale sono contabilizzati i ricavi. Per dare una idea del rilievo della notizia basta dire che con il vecchio sistema Facebook, su 700 milioni di fatturato realizzato in Italia nel 2016, ha pagato solo 9 milioni di tasse. La svolta annunciata ieri è un primo successo della decisione delle quattro più grandi nazioni dell’area Euro di procedere unilateralmente all’istituzione di una Web Tax, di cui abbiamo parlato ampiamente sulle pagine di questo blog. Si apre così una breccia importante nel muro di gomma opposto fin qui dai colossi della  Internet Economy contro ogni ipotesi di smantellamento dei meccanismi che hanno consentito in questi anni elusioni fiscali per migliaia di miliardi. Secondo una indagine Mediobanca queste società hanno pagato negli ultimi 5 anni 46 miliardi di tasse in meno, mentre  una un’indagine sui bilanci delle 21 principali multinazionali del web ha rivelato che, sempre nel 2016, i 2/3 degli utili sono stati tassati in paesi dove la pressione fiscale è inferiore rispetto ai paesi di origine dei gruppi. Bastano questi pochi dati per dimostrare come  la situazione di forza nella quale si trovano le multinazionali rispetto ai vecchi Stati nazione incide pesantemente sui bilanci pubblici e sui sistemi fiscali che , non a caso, finiscono per stritolare i ceti medi. E’ chiaro che, senza il recupero delle ingenti risorse che vengono sottratte al fisco dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie, parlare di riduzione del prelievo sui ceti medio bassi, di investimenti a favore della crescita e dell’occupazione, o di espansione dei servizi sociali è puro esercizio verbale. Il paradosso di fronte al quale siamo è che la situazione è talmente insostenibile che è bastato una avvio di discussione in sede europea per avere un primo concreto risultato. Ormai le stesse multinazionali sono consapevoli che hanno osato troppo. Ma questo ci svela anche un altra verità: la nostra politica continua ad occuparsi e ad accapigliarsi su questioni che certo parlano alla pancia dell’elettorato ma che sono del tutto marginali rispetto ai problemi reali che andrebbero affrontati. Cosa volete che contino i costi della politica, il Job Act, le riforme costituzionali, tanto per citare gli argomenti più gettonati nella polemica politica nostrana, rispetto al  grande tema del rapporto tra capitale e lavoro, tra mercati e stati? Se volete la cifra della crisi della politica – e soprattutto della inconsistenza programmatica ed organizzativa di chi ha come ragione fondante la tutela degli ultimi – provate ad immaginare l’ammontare dell’elusione fiscale che è consentita da decenni al vertice della piramide sociale. La verità è che occorre una analisi seria dello stato di cose presenti su cui ridefinire programmi e strategie. Ma per questo non servono i partiti personali né il vacuo nuovismo dei demagoghi di turno.

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