2017 a bassa volatilità ma sul 2018 molte incognite a partire da Trump e Italia

Il 2017 per i mercati finanziari internazionali è stato l’anno dei nuovi minimi toccati dagli indici di volatilità. Gli indici azionari hanno avuto una crescita a due cifre, mentre le obbligazioni considerate più sicure hanno continuato a dare rendimenti bassi se non negativi. Insomma i buoni dati economici su crescita globale, fiducia e utili delle imprese hanno lasciato in secondo piano le tensioni geopolitiche che certo non sono mancate. Continuerà questo trend anche nel 2018? La risposta è davvero ardua e non sono pochi a prevedere un ritorno della volatilità. Certo le previsioni sulla crescita globale sono buone, nonostante un piccolo rallentamento pronosticato per USA, Cina e Giappone. L’Europa dovrebbe registrare un rafforzamento ed una diffusione della ripresa in atto, eccezion fatta per il Regno Unito, che sta pagando la svalutazione della sterlina e una conseguente diminuzione del reddito reale delle famiglie. Da dove nascono, allora, le preoccupazioni? Intanto dalle tensioni con la Corea del Nord e quelle che proprio in queste ore crescono in Medio Oriente a causa del riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte di Trump. C’è poi l’incognita degli effetti del cambiamento di politica monetaria da parte delle banche centrali. La riduzione del bilancio della FED è già partita e per il 2018 sono previsti tre nuovi rialzi dei tassi che seguiranno i due di quest’anno. La BCE ha cominciato a ridurre, sia pure cautamente, i suoi acquisti mensili di titoli, mentre in Cina dopo il congresso del PCC c’è incertezza in rapporto alle decisioni sul proseguimento o la riduzione dell’indebitamento. Anche se, bisogna dirlo, su questo fronte tranquillizzano le dichiarazioni sul fatto che la politica monetaria resterà accomodante. Ma forse non sono queste le preoccupazioni che più turbano  le aspettative. E non solo per la piega che sta prendendo negli USA il Russiagate. Ad essere attentamente monitorate saranno, infatti, innanzitutto gli effetti della riforma fiscale di Trump e le elezioni in Italia. Vediamo perché. Il taglio delle tasse alle società USA dal 35 al 20% era atteso e guardato con favore dai mercati. Tuttavia gli interrogativi sui suoi effetti sono diventati molto forti: da un lato la sicura impennata del deficit di bilancio e dall’altro i risvolti negativi nel medio termine sui ceti medi. Insomma dopo una politica monetaria che – se ha consentito una ripresa sia pure non eccezionale –  ha accresciuto le diseguaglianze, il passaggio alla fase delle politiche fiscali rischia di partire con lo stesso segno: un ulteriore accentramento della ricchezza mentre continua la caduta del potere di acquisto dei ceti medi. Insomma questa riforma può accrescere quelle diseguaglianze che sono state una delle cause fondamentali della grande recessione del 2008. Vanno poi considerati gli effetti che una riduzione così consistente della tassazione sulle imprese nella più grande economia del mondo avrà sul piano internazionale. Certamente accentuerà quella competitività fiscale che ha fin qui accresciuto il potere delle grandi multinazionali a scapito del potere politico  con il conseguente inasprimento della fiscalità sui ceti medio bassi. C’è poi da capire come finirà la partita dell’armonizzazione delle differenze tra la riforma approvata dal senato e quella approvata dalla camera, soprattutto in rapporto alle misure protezionistiche che possono avere un impatto negativo sulle aziende straniere. In ogni caso che sia il 10%, come previsto dal senato, o un più corposo 20%, siamo in presenza di una border tax, una tassazione di fatto su tutte le merci prodotte all’estero che entreranno negli USA. Si rischia, insomma, di aprire un conflitto di ampie proporzioni sul commercio internazionale che certo bene non farebbe alla crescita globale. Altra fonte di seria preoccupazione è il prossimo voto politico in Italia. Un esito negativo in termini di ingovernabilità o di eccessivo peso di forze nazionaliste e antieuro in parlamento, si sommerebbe alla già fragile situazione politica tedesca, con effetti imprevedibili sul processo di integrazione europea e su quella ripresa a lungo invocata ed appena ritrovata. Guardando al 2018 è davvero difficile sottovalutare, nonostante le buone previsioni economiche sulla crescita globale, il peso di queste incertezze.

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