Un bellissimo racconto autobiografico di un tempo cruciale e lontano che aiuta a capire il caotico presente

“Rosso Pompeiano” è un bellissimo romanzo storico autobiografico e al tempo stesso un interessante saggio politico. Un affresco fedele di un passaggio d’epoca delicatissimo della nostra storia contemporanea nel quale affondano le radici della Repubblica e della democrazia italiana. Un passaggio che l’autore vive da giovanissimo protagonista in un luogo privilegiato: la Salerno che, dopo lo sbarco degli alleati, divenne capitale provvisoria di un’Italia in gran parte ancora oppressa dall’occupazione tedesca. Sorprendono la lucidità e la nitidezza dei ricordi di eventi, personaggi e perfino di dialoghi lontanissimi nel tempo: una memoria certamente non comune. La scrittura è chiara, ti prende per mano e ti accompagna dentro la storia di un ragazzo dell’epoca un po’ ribelle e della sua famiglia, offrendoci uno spaccato significativo di ciò che rappresentò la crisi degli anni trenta del secolo scorso per la piccola borghesia cittadina del Mezzogiorno. La famiglia di Abdon Alinovi era, infatti, di modesto ceto delle professioni e conduceva una vita dignitosissima in un centro meridionale civilmente e culturalmente avanzato come Eboli, la città del famoso detto “Cristo si è fermato a Eboli”, che indicava come la modernità si fosse fermata in quella città di frontiera tra quella che era considerata la polpa del SUD, rappresentata dalla piana del Sele e l’osso, la zona più interna dell’Alta Irpinia e del Vallo di Diano, verso la Basilicata e la Calabria. La madre, Assunta Califano era una maestra di scuola primaria, originaria di Sana Maria Capua Vetere, e aveva frequentato l’Istituto Nipioigienico di Capua, fondato da Ernesto Cacace, il primo in Italia, un vero laboratorio della lotta alla mortalità infantile, grazie al legame con la Normale Femminile di Capua, prodotto avanzato della migliore tradizione risorgimentale di Terra di Lavoro. Il padre, originario di Eboli, era un impiegato statale, dirigente della segreteria della Procura reale di Salerno, che provava fastidio per certe rozze manifestazioni del fascismo. Vivevano in una bella abitazione all’interno di una villa chiamata “la casa rossa”, per il rosso pompeiano dell’edificio, nella quale Abdon ricorda i bei pranzi domenicali allietati dalla presenza di belle amicizie, dalla chitarra del padre e dalla mandola della madre. Una tranquilla vita di provincia disturbata dall’arrivo della grande recessione del 1929, i cui effetti furono durissimi per gli impiegati statali, colpiti dalla decurtazione degli stipendi, e per la classe operaia colpita dai licenziamenti. Con la crisi comincia una fase di ristrettezze aggravate dalla morte prematura del padre, nel 1934, quando Abdon aveva solo 11 anni e sulla madre ricade il peso della responsabilità di crescere quattro figli: oltre ad Abdon il fratello maggiore, Almo, e due sorelle, di cui la più piccola bisognosa di cure particolari. La morte del padre apre per Abdon la strada degli studi presso il convitto dell’Istituto Nazionale per gli Orfani degli impiegati dello Stato in Umbria, a Spoleto. Lontano da casa ma avendo la possibilità, all’epoca non per tutti, di studiare in un Ginnasio – Liceo, l’unico istituto che, a quel tempo, apriva l’accesso a tutte le facoltà universitarie. Quando nel ’41 rientrò a Eboli da diplomato l’Italia era già stata trascinata, dal patto d’acciaio con Hitler, negli eventi bellici che ormai incalzavano. Nel ’39 il fratello Almo era partito per la Libia con il ruolo di comandante di una compagnia di fanti in una zona semideserta a confine con l’Egitto. Si cominciava a soffrire la fame e con gli sviluppi della guerra e le sconfitte italiane su tutti i fronti arrivano anche lo sbarco degli alleati, la destituzione d Mussolini e i bombardamenti che non risparmiano Eboli. Poi lo sfollamento a 900 metri di altezza, ad Abriola, l’otto settembre del ’43, la disgregazione dell’esercito italiano, il ritorno di Almo dal fronte, il ritorno ad Eboli nella casa distrutta, nella quale erano rimasti miracolosamente integri solo lo studio con i libri, la disgrazia della morte del promesso sposo della sorella che va ad insegnare a Trieste e finisce in una foiba. E poi la vita che riprende tra mille difficoltà, la vincita di un concorso e la conquista di un posto di cancelliere alla Pretura di Tricarico. Ma soprattutto la “scelta di vita”, l’iscrizione al PCI, la politica a tempo pieno nella segreteria della federazione di Salerno, accanto a Pietro Amendola – figlio del ministro liberale martire del fascismo e fratello di Giorgio – e altri due compagni. In quattro non raggiungono i cento anni. A soli 21 anni lascia anche il posto di cancelliere per abbracciare una attività difficile che richiede grande sacrificio ma nella quale crede fino in fondo. A questo punto il racconto lascia sempre più spazio alla riflessione politica profonda. La sua scelta politica matura appena rientrato ad Eboli, grazie al rapporto con Mario Garuglieri, un calzolaio modellista fiorentino dal quale la mamma  lo manda per fargli il regalo del diploma: un paio di scarpe fatte a mano da un calzolaio che la mamma gli presenta come uno che “fa modelli mai visti da queste parti e parla meglio di un professore”. Mario Garuglieri era un confinato politico che era stato nel carcere di Turi con Antonio Gramsci. Il carcere per i perseguitati politici del fascismo fu come una Università e Mario aveva avuto un maestro d’eccezione. Le idee del confinato lo affascinano, il loro rapporto diventa sempre più stretto, mentre con l’incalzare degli eventi bellici e della crisi economica si sgretolano le basi di consenso del regime e intorno a Garuglieri si allarga il gruppo di giovani e di operai che partecipa alle “attività seminariali clandestine” nelle quali si discute delle riflessioni carcerarie fatte nei dialoghi con Gramsci. A queste attività partecipa anche Angelo Iacazzi che sarà poi deputato del casertano per molti anni. Dopo la caduta di Mussolini cominciano anche i contatti con altre forze antifasciste. Poi c’è l’arrivo di Togliatti, il famoso discorso al cinema “Modernissimo” di Napoli, dove si annuncia il “partito nuovo” che “non vuol fare come in Russia”, che si fa carico degli interessi generali del Paese, il partito che vuole “aderire a tutte le pieghe della società” e lavora per una vera democrazia progressiva, per sollevare le classi subalterne al livello di protagoniste della Storia. Abdon è entusiasta, è pronto a recepire queste novità – sconvolgenti per i vecchi gruppi vissuti nella clandestinità – grazie ai seminari di Garuglieri ispirati dalle idee innovative di un grande pensatore che pur stando in carcere percepiva i tempi nuovi che maturavano sotto i colpi della grande depressione. La sua scelta ne è dunque una conseguenza e si ritroverà a costruire il partito nuovo in una provincia grande e complessa come Salerno  dove deve fare i conti con le resistenze che vengono anche dall’influenza avuta in Campania da Bordiga, portatore di una visione più ortodossa e meccanicistica del marxismo e del partito. Il racconto di questa esperienza è istruttivo e interessante. Ma ancor più interessante è la sua esperienza negli organismi dirigenti regionali e nazionali del partito. Abdon si ritrova tra i mille delegati al V° Congresso nazionale del PCI che si tenne alla Sapienza a Roma, tra il Natale del 1945 e le befana del 1946. IL primo congresso dopo la liberazione, il congresso della vittoria. Abdon lo vive con grande partecipazione ed entusiasmo ma si accorge che non coinvolge il suo primo maestro, Mario Garuglieri,  che nel frattempo era rientrato a Firenze e che incontra a Roma nei giorni del congresso. E’ di grande interesse la ricostruzione dettagliata del colloquio tra i due. Certo Togliatti ha confermato la sua impostazione  e Luigi Longo relaziona addirittura sulla costruzione di un partito unico dei lavoratori italiani insieme ai socialisti  per realizzare una democrazia progressiva, ma, lo avverte un Garuglieri profondamente deluso, il dissenso nella base e in parti rilevanti del gruppo dirigente nazionale verso l’impostazione innovativa di Togliatti è molto forte, anche se apparentemente silenzioso. C’è una diffusa mentalità massimalista, un “sinistrismo estremista” che rema contro e lavora per esercitare una azione frenante: la conferma dell’adesione all’internazionale comunista e l’inserimento nello statuto del PCI di un richiamo al marxismo – leninismo, rappresentano un ostacolo insormontabile sulla strada della costruzione del partito dei lavoratori italiani. I fatti successivi dimostreranno che quelle resistenze peseranno sugli sviluppi della politica italiana e sulla politica del PCI che non a caso arriverà in ritardo a molte svolte della storia. Il libro è incentrato sugli anni trenta e sulla prima metà degli anni ’40, ma le incursioni nell’attualità da parte dell’autore non mancano. La più significativa è la lunga lettera che Abdon invia a Pietro Ingrao in occasione del compleanno dei suoi 100 anni,e che pubblicata alla fine di un capitolo del libro nel quale Abdon racconta il primo incontro tra il giovane dirigente della federazione di Salerno e il giovane Ingrao, allora sergente dell’esercito, che passando per Salerno si reca in federazione a salutare i compagni del partito. Ma in realtà è tutto il racconto a stimolare di continuo nel lettore riflessioni sul presente. Tra la grande depressione degli anni trenta del secolo scorso e la grande recessione del 2008 ci sono molte assonanze, se non sul piano del contesto certamente su quello delle tendenze sociali e politiche che hanno determinato. Il contesto è profondamente diverso: non c’è più l’URSS; la Cina è assurta a seconda potenza mondiale, ad un passo dallo strappare il podio agli USA in alcuni campi; i paesi cosiddetti emergenti  rappresentano una parte rilevante del PIL mondiale; la crisi dello Stato e della politica sono giunti a livelli inauditi, di fronte ad una economia mondiale sempre più interdipendente e governata di fatto dalle multinazionali e dalla grande finanza; la contradizione ambientale è vicina ad un punto di non ritorno. Ma le tendenze che la crisi produce nella società e nelle classi medie – in termini di chiusura, di paure, di incomprensione dei cambiamenti e di tentativi illusori e pericolosi di cercare risposte in un impossibile ritorno al passato – sono sempre le stesse e sono rese oggi ancor più pericolose dalla crisi degli Stati nazione e del vecchio ordine internazionale che mettono in discussione la civile convivenza e i cardini del sistema democratico. Il libro di Alinovi è dunque prezioso non solo per capire il passato e, quindi, il presente, ma anche per orientarci a camminare verso il futuro.

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