Capua langue? Sottovaluta Darwin

Per il 12 novembre sono stato invitato da due giovani amici, Veronica ed Antonio, ad una riunione convocata per discutere di un progetto per Capua. Nella bella addormentata città sul Volturno è già una rivoluzione il fatto che vi sia, di questi tempi, chi vuol fare politica scegliendo un approccio programmatico. Forse è il caso che non si arrivi a freddo a questo appuntamento e che si tenti di aprire un dibattito quanto più largo possibile. Non voglio però riproporre riflessioni da me già svolte, con scarso successo, nel corso degli ultimi anni, scrivendoci su anche un libro (Capua e gli ozi del 2000 – dalla città fortezza alla città cultura nella Campania che cambia – Edizioni CUEN Napoli 1996). Parlo dell’analisi sulle ragioni del processo di decadenza della città  (che è cominciato fin dai tempi dell’unità d’Italia, quando Capua perse l’unica funzione che le era rimasta, quella di città fortezza, antemurale della Città  Stato di Napoli) e della fase nuova aperta dai processi messi in moto nell’area metropolitana regionale dai due terremoti del 1980 e del 1984, che ha conosciuto una battuta d’arresto con la crisi degli ultimi dieci anni. A quelle riflessioni, che io ritengo ancora valide, rimando l’attenzione dei pochi che le hanno lette. Voglio invece tentare di offrire una chiave di lettura delle ragioni che hanno impedito ai Capuani di saper conservare ciò che hanno perduto in termini di servizi, di realtà produttive o di finanziamenti importanti (le caserme dell’esercito, l’Ospedale militare e il Distretto negli anni 60,  lo zuccherificio negli anni ’80, l’Ospedale Palasciano , la variante ANAS con il terzo ponte sul Volturno, gli alloggi per studenti universitari dell’EDISU dopo il 2000) ma anche di valorizzare le tante cose che hanno avuto (IL CIRA – il più grande investimento in ricerca effettuato dal nostro Paese negli ultimi 20 anni – la sede della Facoltà di Economia del II Ateneo Universitario della Campania, con i suoi oltre 3000 iscritti, Il Centro Addestramento Volontari dell’Esercito con ben oltre i 1000 addetti tra allievi ed ufficiali). Questa chiave la rubo a Darwin, scienziato celebre per aver elaborato la teoria della evoluzione delle specie animali e vegetali, o per essere più preciso, la rubo ad una sua frase famosa, che ha ispirato molte storie di successo nei campi più diversi: “Non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno quella più intelligente. Sopravvive la specie che risponde meglio al cambiamento”. Questa teoria di Darwin non va sottovalutata neppure per comprendere le nostre vicende sociali e urbane. E infatti a ben vedere è stata l’incapacità a comprendere ciò che cambiava in tanti campi (la sanità, la difesa, l’agroindustria, il rapporto tra tecnologia mobilità e territorio) ad impedire di lavorare e concentrare le energie per trasformare e adattare ai cambiamenti, in tempo utile, quel che c’era per non perderlo. Ed è stata la pervicacia nel conservare vecchie abitudini e  vecchie modalità di esercizio di mestieri e professioni, sedimentate nei secoli nel senso comune della nostra comunità, a non far cogliere le opportunità di sviluppo offerte dai nuovi bisogni e dalle nuove nuove domande che maturavano con l’arrivo di nuove e importanti realtà produttive sul nostro territorio. Proviamo a rileggere con questa chiave tante storie degli ultimi vent’anni – su cui spesso ripetiamo banalità o indugiamo con argomenti dettati dalle rozze esigenze delle inconcludenti lotte personali – e forse si riuscirà a partire nel modo giusto anche in uno sforzo di comprensione di ciò che occorre fare per uscire da uno stallo davvero preoccupante. Perché se nella nostra comunità è mancata l’apertura all’innovazione forse è necessario che anche la politica riparta da lì.

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