Per chi suona la campana austriaca

Dal voto austriaco arriva un altro campanello d’allarme. I popolari, fortemente spostati a destra dal giovane leader Kurz, diventano il primo partito. L’ultradestra, che era già su percentuali molto elevate, segna un nuovo preoccupante balzo in avanti. La prova, insomma, che l’ondata populista è ancora forte. E’ vero che le elezioni francesi e tedesche erano riuscite a contenerla ma la situazione resta molto seria. Ora la palla è nel nostro campo. Se l’Italia non tiene, il rischio di un rigurgito nazionalista che può sgretolare l’Europa diventa difficilmente scongiurabile. Non c’è da meravigliarsi per ciò che è accaduto in Austria. Le ragioni che hanno alimentato il vento nazionalista in tutto l’Occidente non sono venute meno. La Grande Recessione del 2008 ha prodotto un malessere molto diffuso nei ceti medi delle società occidentali. L’incapacità delle classi dirigenti tradizionali di affrontare le cause di questa crisi e di dare risposte alle paure prodotte dagli effetti devastanti di un trentennio di dominio neoliberista (diseguaglianze giunte a livelli inauditi, tensioni geopolitiche alle stelle,  migrazioni bibliche, terrorismo, cambiamenti climatici, strapotere delle multinazionali e della grande finanza, crisi dello stato nazione) ha lasciato il campo ai demagoghi che strumentalizzano la situazione, diffondendo l’illusione che si possano dare risposte semplici a problemi complessi e che è possibile ritrovare la sovranità perduta a causa di una globalizzazione sregolata chiudendosi dentro i vecchi confini nazionali e rinunciando a governare la globalizzazione democratizzandola. Nel 2016 prima la Brexit, poi la vittoria di Trump negli USA hanno dimostrato che gli argini al populismo sono caduti anche nei Paesi che ci salvarono dall’ondata populista e nazionalista del secolo scorso, seguita alla Grande Depressione del 1929. Tutto sembrava perduto. Poi, proprio grazie alle difficoltà evidenti che la Brexit e Trump hanno determinato nei loro Paesi, prima la Francia e poi la Germania hanno segnato la sconfitta della Le Pen e la pur faticosa tenuta delle forze europeiste. Tuttavia ancora non c’è stato quello scatto necessario. L’Europa è rimasta in mezzo al guado e l’asse franco tedesco non mostra di voler mettere in discussione in modo deciso una politica economica anticiclica che ha prima rallentato l’arrivo della ripresa in Europa e ora lascia comunque indietro i ceti che più sono stati colpiti dagli effetti della crisi. Grandi sono le responsabilità della sinistra che non ha saputo analizzare la realtà e mettere in campo l’unica proposta credibile: quella di una accelerazione dell’integrazione politica ed economica dell’Europa che è la sola dimensione in grado di riaffermare il primato della politica sul mercato – e quindi di ripristinare una effettiva democrazia -, di rendere possibili politiche di redistribuzione della ricchezza e di governo delle grandi contraddizioni del nostro tempo. L’Italia non è l’Austria, ma non è neanche la Francia e la Germania. Qui impera il populismo dei cinque stelle, anche se indebolito dalle sconvolgenti prove di incapacità e di insipienza offerte nelle amministrazioni locali. Qui non ci sono né Macron e né la Merkel. C’è una destra che ha nella lega il suo punto di forza e in Berlusconi (che a ben vedere è stato l’antesignano del populismo più becero) il leader dell’ala più moderata. Per questo l’unica forza che può impedire il naufragio di questo Paese e garantire il suo sostegno al tentativo di rilancio della costruzione europea è il centrosinistra. Purtroppo il centrosinistra è diviso. La prima responsabilità di queste divisioni sono di Renzi, che in questi anni ha preferito strizzare l’occhio alle tendenze populiste concentrando la sua azione di governo su questioni di scarso rilievo (il Job Act, la riforma costituzionale, i bonus al posto di una politica per lo sviluppo utilizzando i pur scarsi margini che la dimensione nazionale può offrire), invece di costruire una politica di respiro europeo che, utilizzando gli spazi aperti dalla politica monetaria di mario Draghi, riuscisse a introdurre cambiamenti nelle politiche di austerità fin qui seguite. Egli inoltre ha ignorato i segnali critici evidenti arrivati in diverse tornate elettorali amministrative e poi dall’esito del referendum costituzionale. Vedremo quali altri segnali arriveranno il 5 novembre dalla Sicilia. Tuttavia la cosa più sbagliata che si possa fare a sinistra è lasciarsi prendere dalla tentazione di utilizzare il prossimo voto politico per arrivare ad una resa dei conti interna. Non è questo l’interesse del Paese. Se si guarda con oggettività e lucidità allo scenario politico che è davanti a noi sono ben altri gli obiettivi da porsi. Certo serve la costruzione di una forza a sinistra che sia autonoma dal PD ma che, però, non rompa i ponti con esso. Una forza che lo sfidi sul terreno della responsabilità verso il Paese e di una proposta politica di più lungo e profondo respiro, capace di dare risposte ai giovani e al mondo del lavoro, ai bisogni veri dell’Italia, di dargli un futuro che non sia di decadenza e di marginalizzazione. Per questo guardo con interesse al tentativo che Pisapia sta promuovendo con serietà e coerenza. Al punto in cui siamo è tutt’altro che semplice e scontato. Ma non c’e dubbio che è su questa scommessa che si giocherà il destino dell’Italia e, per ciò che questo Paese rappresenta in questa fase delicatissima, il destino dell’Europa.

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