Il paradosso sociale del nostro tempo

Nei giorni scorsi Trump ha finalmente presentato le linee guida della sua attesa proposta di riforma fiscale. Il dibattito che si è aperto è concentrato su due aspetti: il taglio dell’imposta sui redditi d’impresa dal 35 al 20%; i dubbi sulla copertura finanziaria e sulla possibilità che la legge possa trovare la maggioranza necessaria (tenuto conto della contrarietà che si registra sia tra i democratici che in una parte degli stessi repubblicani). Poco, invece, si discute della parte delle linee guida che prevedono l’introduzione di una tassa ad aliquota ridotta sui profitti esteri delle multinazionali statunitensi, che la dice lunga sul paradosso sociale che stiamo vivendo. In sostanza anche un presidente conservatore come Trump si sta ponendo il problema di recuperare almeno una parte del gettito sottratto dall’elusione fiscale che le grandi multinazionali – come Apple, Amazon, google, Mc Donald’s ecc … – attuano spostando le loro sedi fiscali in paesi a bassa tassazione. Negli Stati uniti ha fatto molto rumore negli ultimi anni il caso di Apple che, spostando in Irlanda la sua sede fiscale, è riuscita ad ottenere una tassazione pari ad appena l’1%. La proposta avanzata da Trump segue di poche settimane la decisione di Germania, Francia, Italia e Spagna di procedere con decisione sull’introduzione, a partire dal 2018, di una Web Tax, che si pone obiettivi simili a quelli della riforma Trump, anche senza attendere il consenso degli altri paesi dell’UE. Insomma questi fatti ci segnalano come il livello delle diseguaglianze sociali, che è stato una delle cause maggiori della grande crisi del 2008, sia giunto ad un punto di tale ingiustizia ed intollerabilità da spingere gli stessi governi, che certo sono stati sempre molto teneri nei confronti degli interessi del grande capitale, a fare qualcosa per non dover continuare a spremere ancora di più il ceto medio, fino al punto da dare un colpo di grazia ad un livello dei consumi già inadeguato a garantire una crescita accettabile. Ma ci segnalano anche un altro dato sorprendente: l’assenza di una pressione del mondo del lavoro, e delle organizzazioni sociali e politiche che lo rappresentano, affinché finalmente si riduca quel divario insopportabile tra ricchi sempre più ricchi, e sempre più pochi, e ceti medi e poveri sempre più poveri e sempre più numerosi. Quello che sta spingendo alcuni governi dell’Occidente a tentare una azione decisa nei confronti delle grandi multinazionali, che sottraggono ogni anno al fisco centinaia di miliardi di dollari, è la necessità di dover alleviare la pressione fiscale sui redditi medio bassi ormai giunta a livelli tali da compromettere non solo la tenuta delle nostre società ma anche la tenuta del potenziale produttivo e del sistema economico e finanziario nel suo complesso. In questo quadro l’opinione pubblica (nonostante rappresenti in larghissima parte i ceti che subiscono questa situazione) è oggettivamente concentrata su altro: sulle paure legate ai flussi migratori; sui localismi che alimentano spinte secessioniste del tutto fuori del tempo e dello spazio; o sui privilegi della classe politica. Una sorta di guerra tra poveri che non intacca le vere cause delle diseguaglianze e della stessa crisi. La crisi della sinistra è anche questa. E’ nell’incapacità di saper prospettare una proposta politica e una iniziativa di massa capaci di unire i ceti sociali interessati  sulla grande vera battaglia che può portare un minimo di giustizia sociale: quella che sposta risorse dalla rendita al lavoro. Di questo passo, per ottenere un minimo di redistribuzione, non rimarrà che sperare si possa far strada – tra quel pugno di miliardari che ha in mano ricchezze e patrimoni mai prima d’ora così concentrati in poche mani – la consapevolezza che ingiustizie così inaudite rischiano di ritorcersi contro i loro stessi interessi. Non c’è che dire siamo messi davvero male.

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