Perché D’Alema sbaglia

In una intervista apparsa stamane sul Corriere della Sera Massimo D’Alema chiarisce il suo pensiero in relazione al processo di costruzione di una nuova forza di sinistra. Una forza che afferma di ritenere necessaria perchè ” il PD ha fatto una politica non dissimile da quella degli altri partiti socialisti europei che non sono stati in grado di presentarsi come una forza alternativa al liberismo dominante”. Il che, sia chiaro, è vero. Ma il neoliberismo, fondato su un ruolo centrale della finanza nella gestione dei rischi  e del ciclo economico (questo è il liberismo dominante) non è certo nato oggi. Anzi con la grande crisi del 2008 è balzato all’ordine del giorno il tema del suo superamento. Eppure la sinistra, riformista o radicale che sia, è al punto più basso della sua influenza sociale e politica. E allora da un dirigente con il passato di D’Alema ti aspetti che, sulla base di un esame critico delle politiche degli ultimi trent’anni, indichi su quali basi culturali e con quale progetto una nuova sinistra può tornare ad esercitare la sua funzione di forza in grado di affermare gli interessi del mondo del lavoro. Invece, con grande sconcerto, ho letto che egli guarda ad “una sinistra più radicale che si afferma in Europa” e cita “Melenchon in Francia, Podemos in Spagna e Corbyn in Inghilterra”. Ora, pur volendo sorvolare  sull’assurda idea che si possa rispondere ad una crisi così profonda, come quella che la sinistra vive nel mondo di oggi, con un semplice richiamo ad un maggiore radicalismo, mi chiedo: come può un dirigente con alle spalle la storia che ha D’Alema, considerare allo stesso modo il confusionario e velleitario Melenchon, che esprime posizioni antieuropee e non riesce neppure a distinguere tra il pericolo rappresentato dalla Le Pen e un movimento moderato e liberale come quello di Macron, e un Corbyn che tenta di trovare sul piano programmatico una risposta di una sinistra di governo alla crisi che attraversa l’Occidente, conquistando la guida del più vecchio partito della socialdemocrazia europea, organicamente legato alle organizzazioni del mondo del lavoro, nel quale convive con gli amici di Blair? Come è possibile che proprio chi più di tutti si è sforzato in tutti questi anni di comprendere i cambiamenti che hanno consentito al neoliberismo di rendere inservibili tutti gli strumenti che la sinistra del secolo scorso ha utilizzato per affermare i diritti di lavoratori, arrivi a sostenere che “i grandi cambiamenti di cui ha bisogno la sinistra nascono sempre da un ritorno alle origini” e non invece dalla capacità di adeguare le proprie politiche e strategie alle gigantesche trasformazioni economiche, sociali e culturali prodotte dalle nuove tecnologie?  Confesso di non riuscire a credere che D’Alema possa davvero essere convinto che “i grandi cambiamenti necessari” per  “ridurre le diseguaglianze” “nascono sempre da un ritorno alle ragioni fondative”. Ma quale sinistra ha allora in mente? Forse la sinistra degli anni ’70 nei quali la società era tutt’altra, la globalizzazione muoveva i primi passi e gli stati nazione riuscivano ancora ad avere voce in capitolo nei confronti del grande capitale? O bisogna pensare che affermazioni così sorprendenti sono solo una forzatura finalizzata a motivare il vero messaggio contenuto nell’intervista? Il messaggio, evidentemente rivolto a Pisapia (che vuole una sinistra autonoma dal PD ma che non consideri il PD un nemico) “Mai alleati con il PD, sarebbe un disastro”  perchè “Renzi alla sinistra è totalmente estraneo”? Confesso che a questo punto dell’intervista pensavo che il mio sconcerto fosse arrivato davvero all’apice. Invece ho capito che era destinato a crescere ancora quando ho letto il passaggio nel quale afferma che “si deve votare con il proporzionale” e “se non ci fosse alcuna maggioranza, le forze politiche che vorranno salvare la democrazia dovranno sostenere un governo che sta al di sopra delle parti”. Ma dove è andata a finire quella convinzione caratteristica della nostra tradizione politica di  farci guidare sempre dalla ricerca degli interessi generali del Paese? O forse è lecito pensare che con maggioranze “al di sopra delle parti” si può meglio combattere il “liberismo dominante”?  Io ho lasciato il PD prima che arrivasse Renzi, perchè ad un certo punto è diventato chiaro che con le regole di selezione dei gruppi dirigenti, quantomeno avallate dallo stesso D’Alema, non si poteva arrivare che a Renzi e ad un partito assemblaggio di comitati elettorali. Tuttavia essendo cresciuto in un partito che fece del dialogo con i cattolici il perno della sua politica e che per liberare l’Italia dal nazifascismo si alleò perfino con i monarchici non mi sogno neppure di pensare “mai alleati con il PD”. Insomma l’impressione che si ricava da questa intervista è che ormai c’è una parte della sinistra che si muove senza una strategia, che ha smarrito il senso della sua missione, che si lascia guidare solo da una tattica cieca, con l’unico obiettivo di buttare giù Renzi, individuato come la causa più che l’effetto della crisi della sinistra. Devo confessare che in questa intervista ho trovato la conferma di ciò che ho cominciato a pensare da quando si è scelto di utilizzare il no al referendum costituzionale e lo schieramento variegato e confuso che lo sosteneva per cambiare la direzione del PD . La conferma che da tempo manca a sinistra una analisi seria delle vere cause della sua sconfitta. Una analisi su cui costruire politiche capaci di rianimarla. Una carenza di analisi che ha prodotto anche una sottovalutazione del rischio molto serio di consegnare il Paese al populismo dei cinque stelle o di una destra egemonizzata dalla lega. Una eventualità che avrebbe effetti devastanti  sul già fragile processo di integrazione europea, l’unica vera dimensione in grado di restituire alla sinistra la forza di battersi per ridurre le diseguaglianze e difendere le ragioni del lavoro. Senza scegliere come priorità della propria azione politica la costruzione di una vasta alleanza per l’Europa, la sinistra è destinata a doversi sentire per sempre come “il coniglio davanti al leone”, per dirla con Bersani che con questa metafora è riuscito a rendere bene l’idea del vero nodo che la sinistra deve sciogliere per tornare a contare. Il nodo di un governo democratico di una globalizzazione che, in assenza di istituzioni pubbliche capaci di indirizzarla e regolarla, ha spostato tutto il potere dalle mani della politica a quelle delle multinazionali e della grande finanza. Se dunque questo è il problema, la vera grande discriminante per qualsiasi politica delle alleanze dovrebbe essere l’Europa. E c’è qualcuno che possa seriamente pensare che su questo terreno sia forse più semplice l’intesa con quel pezzo di sinistra italiana che coltiva velleità antieuropee e non con il PD? O forse qualcuno ritiene davvero possibile ricostruire un centrosinistra capace di sbarrare il passo ai populismi senza l’elettorato del PD? Se MPD seguirà le idee manifestate da D’Alema in questa intervista rischia di sbarrare la strada ad ogni ipotesi di costruzione di una nuova sinistra di governo con Campo Progressista di Pisapia e di ritrovarsi a rabberciare un cartello dei tanti cespugli di una sinistra che dice tutto e il contrario di tutto pur di arrivare a quel 3% necessario a raggiungere una piccola rappresentanza parlamentare. Una logica minoritaria, una prospettiva che non dovrebbe essere presa neppure in considerazione da chi viene dalla tradizione di un grande partito di massa quale è stato il PCI.

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