E ora il faro dei mercati è puntato sull’Italia

Dopo il voto di Francia e Germania l’attenzione degli organi di stampa e dei mercati finanziari internazionali, non appena si capirà quale governo riuscirà a costituire la Merkel in Germania, sarà via via sempre più rivolta all’Italia, dove nella prima metà del 2018 si voterà per il rinnovo del parlamento. Un appuntamento che assume in questa fase un rilievo che va molto al di là dei nostri confini. Il nostro Paese, infatti, rappresenta per l’Eurozona il primo debito pubblico in valore assoluto, la seconda manifattura e il terzo Prodotto Interno Lordo. Insomma non siamo la Grecia. Se salta l’Italia salta l’Europa che è pur sempre il primo mercato al mondo, dal momento che l’economia della UE supera, in termini di produzione di beni e servizi, quella degli Stati Uniti d’America. Perciò non è esagerato dire che la tenuta del sistema politico italiano, in quanto decisiva per la tenuta dell’Unione Europea, è di vitale importanza per una economia globale ancora fragile e sempre più interdipendente. Le elezioni in Francia ed in Germania hanno mostrato quanto siano diventate forti, a partire dalla grande crisi del 2008, le spinte nazionaliste e disgregatrici. E’ vero l’ondata populista – che dopo la Brexit e le elezioni di Trump sembrava inarrestabile – è stata contenuta, forse proprio grazie ai guai prodotti da quelle scelte, dettate più dalla rabbia per gli effetti sociali devastanti della crisi che dai reali interessi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Ma è chiaro che se nel giro di pochi anni non si arriverà agli Stati Uniti d’Europa – e ad una effettiva democrazia sovranazionale – la deriva nazionalista sarà inevitabile, con tutte le conseguenze che dovrebbero essere ormai chiare e presenti a chi ha consapevolezza del mondo dei giganti nel quale viviamo. Se è evidente l’importanza delle prossime elezioni politiche italiane, grande è invece l’incertezza sul risultato. In primo luogo per il guazzabuglio rappresentato dall’attuale legge elettorale che prevede due sistemi diversi per Camera e Senato. Per il senato un sistema elettorale proporzionale puro, senza premi di maggioranza e senza capolista bloccati, con soglia di accesso dell’8%, per le liste non coalizzate, e del 3% per le liste coalizzate (a patto che la coalizione di appartenenza superi il 20%). Per la Camera dei deputati, invece, è previsto un premio di maggioranza alla lista che supera il 40%. Se nessuna lista supererà quella soglia (come è più che certo) si passerà al riparto proporzionale dei seggi tra tutti i partiti che avranno superato il 3% nei 100 collegi plurinominali. In pratica se il parlamento attuale non sarà in grado di modificare questa legge l’ingovernabilità è assicurata. E qui veniamo all’altra causa dell’incertezza: la fragilità degli attuali schieramenti politici che rende complicata l’approvazione di una nuova legge elettorale prima dello scioglimento del parlamento, dal momento che tutti i partiti, nessuno escluso, mettono in primo piano gli interessi di bottega. I 5 stelle, infatti, non vogliono alleati e, dopo le prove deludenti nelle amministrazioni locali (a partire da Roma), sono in fase calante, come ha dimostrato anche la recente consultazione online per la scelta del candidato alla presidenza del consiglio. Di conseguenza non sono disponibili ad approvare una riforma elettorale che premi le coalizioni. Di contro il PD, indebolito dalla sconfitta al referendum costituzionale e dalla scissione, ha l’esigenza opposta. E’ vero che anche Forza Italia ha un interesse analogo, tanto da aver concordato con il governo una proposta di modifica della legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum. Ma è anche vero che quella proposta – nonostante al pari della legge in vigore non sarebbe, nella sua attuale stesura, comunque in grado di garantire una governabilità certa (dal momento che introduce il maggioritario solo per 1/3 dei seggi che verrebbe attribuito in colleggi uninominali con divieto di voto disgiunto) – avrà vita difficile perchè gli scissionisti di MDP, che non vogliono una coalizione a guida Renzi, in caso si proceda alla sua approvazione, minacciano di far cadere il governo sulla manovra di bilancio. Lo stesso Berlusconi ha un problema. Infatti il suo tentativo di costruire una larga alleanza di centrodestra- unica condizione per avere qualche possibilità di successo – deve fare i conti con la questione leadership, dal momento che le divergenze tra FI, la lega e fratelli d’Italia investono la stessa partecipazione dell’Italia all’area Euro e la lega non è disponibile a rinunciare a correre per la guida della alleanza elettorale attraverso primarie di coalizione che Berlusconi non vuole. Insomma per le grandi case d’affari internazionali che muovono i mercati finanziari all’enigma Trump si aggiunge un enigma Italia destinato ad avere un peso crescente nelle scelte di allocazione degli investimenti man mano che si ci avvicinerà alla scadenza elettorale. C’è da scommettere che saranno soprattutto gli sviluppi di questi due fattori a dettare i movimenti delle borse internazionali nei prossimi sei mesi.

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