Dal bombardamento del 9 settembre del ’43 al sacrificio di Carlo Santagata. Così Capua si liberò dall’occupazione nazista

Oggi ricorre il 74° anniversario del drammatico bombardamento di Capua del 9 settembre del 1943. Ritengo utile pubblicare il discorso che tenni il 5 ottobre dell’anno scorso nel salone municipale di Capua per commemorare il sacrificio di Carlo Santagata medaglia d’oro della resistenza, trucidato dai tedeschi.  Un atto eroico, per troppo tempo sottovalutato, che fu parte di una più estesa reazione dei cittadini di Capua all’occupazione tedesca che seguì al bombardamento della città del 9 settembre del 1943. Senza memoria, diciamo spesso, non c’è futuro. Eppure sulla portata politica di questi eventi, che rappresentano la base stessa della nostra democrazia e che mai come oggi possono rappresentare il collante valoriale del nostro riscatto morale, sociale e politico, c’è sempre stata, non per caso, una scarsa consapevolezza. Spero che il 5 ottobre di quest’anno sia possibile commemorare degnamente la resistenza capuana con la presentazione del libro pubblicato dal professor Gianni Cerchia, ordinario di storia contemporanea all’Università del Molise, “La memoria tradita – La seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno d’Italia” (Edizioni dell’Orso – Alessandria), da pochi mesi nelle librerie, che approfondisce la ricerca storica sugli eventi e i protagonisti capuani dell’autunno del ’43, collocandoli nel quadro più generale degli eventi che seguirono lo sbarco degli alleati e l’armistizio dell’otto settembre del 1943 in tutto il Mezzogiorno.

capua bombardata

Signor Sindaco Signori convenuti,

non fu un caso se la liberazione di Capua dall’occupazione tedesca avvenne il giorno successivo a quel 5 ottobre di 73 anni fa nel quale si consumò l’estremo sacrificio del giovanissimo Carlo Santagata, medaglia d’oro della Resistenza.

Tra questi due eventi e altri episodi di ribellione che si svolsero, dopo l’8 settembre del 1943, a Capua e in diverse citta della provincia di Caserta, c’è un legame molto stretto, carico di significati di importanza storica e politica.

Sta a noi saperli cogliere appieno, resistendo all’oblio del tempo, respingendo con forza rappresentazioni riduttive di ciò che avvenne allora, o peggio, letture banalizzanti che sono state proposte in passato e continuano a vivere in settori non trascurabili dell’opinione pubblica.

Diverse sono le cause di queste sottovalutazioni ma non ultima è la volontà di neutralizzare sul piano politico e sociale il ricordo di vicende che devono invece rappresentare la base, oserei dire i valori fondanti, della nostra convivenza civile e che meritano l’assunzione delle iniziative più idonee a preservarne la memoria.

Per intendere correttamente il senso e la portata di quegli avvenimenti è opportuno delineare il contesto nel quale essi maturarono.

A partire, innanzitutto, da una valutazione di ciò che rappresentò a Capua l’opposizione al fascismo, per quanto sottotraccia sia stato il suo agire, costretta alla clandestinità dalle leggi liberticide del regime dittatoriale, e per quanto sia molto flebile la conoscenza della storia poco indagata del ventennio nella nostra città.

Il primo fatto che occorre ricordare è che Capua dall’inizio del 1927 era città della provincia di Napoli. Il Consiglio dei Ministri, infatti, aveva soppresso la provincia di Terra di Lavoro, per diretto volere di Benito Mussolini. Il territorio delle cinque circoscrizioni, che ne costituivano l’articolazione amministrativa, da Nola a Gaeta, passando per Caserta, Piedimonte d’Alife e Sora, fu smembrato e ripartito tra cinque province di tre diverse regioni: la Campania, Il Lazio, il Molise.

Nella provincia di Napoli, il cui capoluogo, non dimentichiamolo, continuava a svolgere di fatto il ruolo di centro politico e culturale del Mezzogiorno, Capua rappresentava uno dei tre punti di forza dell’antifascismo insieme alla stessa Napoli e a Nola.

La ragione di questo ruolo forte era legata alla presenza del Laboratorio Pirotecnico dell’Esercito, con i suoi 4000 operai (che arrivavano sotto i 5000 nelle fasi belliche): a quel tempo una delle maggiori concentrazioni operaie del Mezzogiorno, insieme a Castellamare e alla zona Orientale di Napoli.

Non a caso nell’anno precedente il colpo di stato fascista, innescato dalla marcia su Roma del 1922, si registrarono proprio a Capua due delle azioni squadriste più violente: l’assalto al municipio e le minacce di morte rivolte al Sindaco socialista Colella, per indurlo alle dimissioni; la distruzione della sede della Società di Mutuo Soccorso fra gli operai del laboratorio Pirotecnico

Questo nucleo forte di classe operaia sindacalizzata alimentava la presenza in città di tre gruppi antifascisti. I due gruppi più consistenti avevano come riferimento due intellettuali di diverso orientamento politico, ma entrambi legati per tradizione familiare, e questo è un elemento di estremo interesse storico e politico, alle migliori tradizioni culturali del nostro Risorgimento che si erano manifestate a Capua negli anni dell’unificazione nazionale.

Alberto Iannone, di formazione marxista, era il nipote di Alberto Bellentani, intellettuale mazziniano di Piacenza, chiamato da Salvatore Pizzi a dirigere la Normale Femminile di Capua. Pizzi -dopo essere stato l’animatore principale del risorgimento casertano e dopo aver svolto funzioni apicali di governo in Terra di lavoro, quale prodittatore di Garibaldi, si era dedicato a tempo pieno alla istituzione a Capua di una scuola che si ponesse un duplice scopo: la promozione dell’emancipazione delle donne, cui affidare un ruolo pionieristico nella lotta alla antica piaga dell’analfabetismo. La Normale Femminile di Capua per prima introdusse in Italia il metodo didattico tedesco poi adottato nella successiva riforma delle Magistrali. Pizzi e Bellentani conoscevano entrambi il tedesco e tradussero importati testi di didattica. Intorno a questa ardua impresa si mobilitarono le migliori energie del mazzinianesimo capuano che faceva capo a Luigi Garofano Venosta (figlio di quel salvatore Garofano Venosta che fu discepolo nella scienza medica e nelle idee rivoluzionarie del grande botanico di fama internazionale Domenico Cirillo, tra i promotori della Repubblica partenopea del 1799, morto per le sevizie patite nelle carceri borboniche).










alberto Iannone

E così, grazie a questa cultura illuministica, che come un fiume carsico riemerge nei momenti più bui della nostra storia, ritroviamo anche nel ventennio un Luigi Garofano Venosta (i nomi Luigi e Salvatore ricorrono per diverse generazioni della famiglia), direttore del Museo campano, intellettuale di cultura liberale, a capo di un gruppo di antifascisti. Questo gruppo, chiamato gruppo del Museo, perché si riuniva nelle stanze del palazzo Antignano, agiva con la copertura che gli forniva l’adesione dei suoi componenti alla Associazione denominata “Brigata per la salvaguardia dei Monumenti di Capua”, di cui facevano parte diversi capuani tra i quali quell’Andrea Mariano, il cui nome è legato agli studi sulla Porta di Capua, che sarà poi scelto dal CNL quale primo Sindaco della città a liberazione avvenuta.

Vi era poi un terzo gruppo politico legato alla Chiesa e al partito Popolare diretto da Mario Zaccaro e dall’ingegnere Giuseppe Raimondo.

Dei tre gruppi quello del professore Iannone era l’unico ad agire in collegamento con gruppi di altri centri della provincia, avendo stretto un legame con l’organizzazione clandestina del PCI napoletano e casertano, tanto da consentirsi di stampare a Capua l’unico giornale clandestino presente al Sud: il giornale “Il proletario”, che un ferroviere capuano, Aniello Tucci, coadiuvato dal fratello nel cui retrobottega veniva spesso stampato, distribuiva in tutta la Campania.

aniellotucci 001Alla redazione del giornale contribuivano anche esponenti napoletani ed a Capua impegnava persone di diverso orientamento politico: dal tipografo napoletano Iazzetta, sposato con una capuana, di orientamento liberale, ad Antonio Affinito, socialista, che lo diffondeva nel Pirotecnico, ai citati fratelli Tucci, a Magherita Troili, moglie del professore Iannone, infiltrata nell’organizzazione dei Giovani Universitari Fascisti, all’Universitario Pugliese Michele Semeraro, militare di leva in servizio presso la caserma Fieramosca, che garantiva il rapporto con le cellule di antifascisti presenti anche nelle caserme. Negli anni del progressivo coinvolgimento dell’Italia nella guerra -a partire da quella d’Etiopia fino al patto di acciaio con Hitler-  si diffuse un forte malessere nel Paese e nelle stesse organizzazioni di massa create dal regime. Nei centri dei partiti di opposizione, che operavano all’estero e mantenevano un collegamento con i gruppi operativi nel Paese, era così maturata, non senza divisioni e contrasti, una nuova strategia politica di penetrazione nelle organizzazioni sindacali, universitarie e militari fasciste, che era stata adottata dal gruppo capuano e aveva dato i suoi frutti.

Dopo la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini, avvenuto a fine luglio del ‘43, l’opposizione tentò di riorganizzarsi. Si convocò a Napoli una riunione a Cappella dei Cangiani. Ad essa parteciparono diverse anime della sinistra: comunisti, socialisti, anarchici, azionisti. Da Capua partirono Tucci, Semeraro e Iannone. Purtroppo la fretta e alcune imprudenze commesse dagli organizzatori, che allargarono la partecipazione in modo eccessivo, date le condizioni di clandestinità che perduravano nonostante la destituzione di Mussolini, provocarono l’intervento della polizia. Come si può leggere nel verbale redatto all’epoca dalla questura di Napoli, gran parte dei partecipanti furono arrestati, e tra questi Tucci e Semeraro, mentre Iannone riuscì a scappare.

Alla vigilia dell’8 settembre, dunque, l’opposizione antifascista non era riuscita a darsi una organizzazione adeguata, ma comunque marcava una sua presenza significativa. Gran parte delle famiglie capuane avevano abbandonato la città, sia per l’incalzare dei bombardamenti alleati, già dall’inizio di luglio, sia per la diffusione della notizia, sempre più insistente, di un imminente attacco aereo che aveva come obiettivi il Pirotecnico, il campo d’aviazione, le Caserme, i ponti sul Volturno. I rappresentanti dell’opposizione avevano un motivo in più per sfollare, avendo constatato in quella fase un inasprimento della repressione dei tedeschi nei loro confronti. Margherita Troili nel suo libro di memorie racconta le brutali incursioni dei tedeschi nella sua casa, a caccia degli esponenti antifascisti di cui avevano perfino le foto. Per loro lo sfollamento significava comunque doversi continuamente spostare nelle campagne tra Villa Volturno (come allora si chiamava il comune che accorpava Bellona e Vitulazio) e Teano ed era soprattutto in quelle realtà che potevano svolgere la propria azione politica.

Arriviamo così all’annuncio della firma dell’armistizio con gli alleati da parte del Generale Badoglio. La radio lo trasmise alle 19.42 dell’8 settembre. Anche a Capua, come nel resto del Paese, i cittadini rimasti in città si riversarono nelle strade, si abbracciavano, festeggiavano quella che credevano fosse la fine della guerra. Purtroppo come sappiamo il peggio doveva ancora arrivare. Badoglio aveva reso noto l’accordo firmato già da giorni, solo dopo forti pressioni e severi avvertimenti degli americani, indispettiti dall’atteggiamento dilatorio delle autorità italiane. Nessuna chiara direttiva fu data al nostro esercito lasciato allo sbando. Nei giorni che vanno dalla caduta del fascismo all’armistizio, invece, la Germania -a conoscenza delle trattative in corso tra Badoglio e gli alleati, grazie al lavoro dei suoi efficienti servizi segreti- si era preparata ad invadere ed occupare l’Italia.

E così il territorio dell’ex provincia di Terra di Lavoro si ritrovò tra due fuochi: i bombardamenti degli alleati da un lato e l’occupazione dei tedeschi dall’altro. Il piano predisposto dal feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle armate della Germania per il Sud Italia, prevedeva la costruzione di due linee di difesa per contenere l’avanzata degli alleati: la linea Reinhardt con centro Mignano Montelungo; la linea Gustav con centro Montecassino. Serviva tempo per costruire le fortificazioni e far giungere i rinforzi. La decima armata, presente sulla linea del Volturno, ebbe l’ordine di resistere almeno fino al 15 ottobre, autorizzata perciò ad applicare le regole di ingaggio militare di impostazione stragista elaborate per la guerra contro l’Unione Sovietica, al fine di punire “il tradimento” degli italiani e guadagnare tempo anche mediante l’uso del terrore.

A quel punto era chiaro che ancora una volta la linea del Volturno era destinata a divenire teatro di una battaglia durissima e spietata che effettivamente è stata una delle più tragiche che la storia ricordi. Oggi noi sappiamo dal libro di Morris (dal significativo titolo “la guerra inutile”) che anche nelle nostre zone si sarebbe potuto fare qualcosa di più per proteggere la popolazione civile, se il governo Badoglio dopo la destituzione di Mussolini, non si fosse preoccupato unicamente delle sorti del Re e della Monarchia. Infatti alla mancanza di ordini precisi all’Esercito italiano si aggiunsero le richieste agli alleati di modifica dei piani di guerra. Il generale Clark, comandante delle truppe americane nella Campagna d’Italia e principale collaboratore del generale Eisenhover, comandante in capo delle forze alleate, aveva infatti predisposto ed ottenuto l’approvazione dell’operazione “Giant 1” consistente nel lancio dell’82° Divisione aerotrasportata nella piana di Capua. Il generale la considerava “la chiave del piano di battaglia per Salerno”. Come scrive Morris “Clark voleva che la divisione venisse lanciata per occupare i ponti sul Volturno, impedendo così che i tedeschi inviassero rinforzi a Sud …Clark” scrive ancora Morris “aveva faticato non poco a convincere Ridgway, comandante dell’82°, che il piano era realizzabile …, e Clark la spuntò”. Purtroppo su richiesta del governo italiano, nel quadro delle trattative per l’armistizio, gli alleati cambiarono il piano con l’operazione “Giant 2” accettando di lanciare l’82° divisione autotrasportata nei pressi di Roma per proteggere la fuga del Re a Brindisi.

Come vedremo la sera dell’otto settembre bastarono poche ore perché i capuani si rendessero conto che non era assolutamente il caso di festeggiare.

Consentitemi a questo punto, a proposito di corsi e ricorsi storici, di fare una considerazione suggerita anche dalle ricerche che sto facendo sugli avvenimenti dell’otto settembre a Gaeta.  Ancora una volta le due piazzeforti storiche, o se volete le due porte del vecchio regno del Sud: quella sul mare, Gaeta e quella sulla pianura, Capua, si trovarono immediatamente al centro della battaglia. Alle 2,30 della notte tra l’otto e il 9 di settembre del ’43 a Gaeta -nel cui porto erano ormeggiate la nave officina della marina italiana Quarnaro, le corvette “Gru”, “Gabbiano” e “Pellicano, il sommergibile “Axun”, la nave ospedale “Toscana” e alcune motosiluranti -diventò il teatro di uno scontro armato tra i nostri marinai e i tedeschi. In pratica il primo atto di resistenza dopo l’otto settembre, anche questo ingiustamente sottovalutato. La mattina arrivò il bombardamento terribile in una Capua che si era svegliata tranquilla, con i primi sfollati che cominciavano a rientrare, convinti che la guerra fosse finita.

 Come è stato ricordato, nella recente cerimonia organizzata dall’amministrazione, il bombardamento distrusse il 75% del nostro patrimonio edilizio e provocò ben mille morti. Uno dei prezzi più alti che siano stati pagati da una città italiana nel corso della seconda guerra mondiale (altro evento ampiamente sottovalutato).

Ma i capuani non dovettero fare i conti solo con le sofferenze e i lutti prodotti da quel terribile bombardamento. Ben presto conobbero le atrocità di cui i tedeschi si macchiarono nel corso di numerosi rastrellamenti, finalizzati a recuperare braccia da utilizzare nella costruzione delle fortificazioni lungo le linee di difesa; a razziare animali e viveri per sfamare l’esercito; a catturare uomini, da caricare sui camion militari o su carri bestiame dei treni, per poi inviarli nel campo di smistamento di Dachau, vicino Monaco di Baviera, dove venivano forzatamente utilizzati negli stabilimenti della BMW.

Subito dopo il bombardamento del 9 settembre il reparto tedesco, acquartierato in via Duomo, abbandonò la città distrutta e si schierò sulla riva destra del Volturno. Ogni giorno con i <lontri>, sequestrati ai  nostri pescatori, i soldati tedeschi, accompagnati da un collaborazionista, attraversavano il Volturno, all’altezza di via Pomerio e procedevano ai rastrellamenti degli uomini, ai saccheggi nelle caserme, nelle abitazioni abbandonate, nelle campagne. Per chi opponeva anche solo un minimo di resistenza arrivava la fucilazione. Ben 32 furono i trucidati: Vincenzo Bellone, Salvatore Buonagurio, Alberto Catone, Carmine Di Maio, Biagio Di Rienzo, Nicola Di Benedetto, Michele Di Palma, otto militari ignoti, Antonio Iovanelli, Mariano Lombardi, Wolden Manchestù, Gaetano Mariano, Anna Maria Monaco, Pasquale Palazzo, Antimo Paternuosto, Emilio Paternuosto, Giuseppe Paternuosto, Luigi Polito, Giovanni Ragozzino, Ottavio Rigoni, Carlo Santagta, Pasquale Taddeo, Leonardo Zaccariello, Francesco Zarrillo, Anna Zuppa. Tutte uccisioni efferate. Forse l’azione più gratuita e disumana toccò a Mariano Lombardi, cognato del generale Nobile, esploratore negli anni 20 del Polo Nord con i dirigibili Norge e Italia. Fu abbattuto a colpi di mitra solo perché zoppicava e per questo si attardava ad eseguire l’intimazione ad abbandonare le grotte di Santa Caterina, dove si era rifugiata una parte della popolazione scampata al bombardamento.  Un grande atto di dignità e di coraggio va segnalato: quello dell’impiegato comunale Ermelindo Pesce che si rifiutò di consegnare ai tedeschi le liste di leva, per non facilitare le retate dei giovani che non si erano presentati all’appello. Fu arrestato e portato al campo di concentramento di Sparanise. Sapremo presto il seguito della sua storia, ripresa, attraverso ricerche condotte presso l’Archivio Centrale di Stato, in un libro del professore Cerchia, dell’Università del Molise, dato alla stampa proprio in questi giorni.

Di fronte a queste atrocità, a Capua, come nel resto di Terra di Lavoro, possiamo affermare vi sia stata una resistenza organizzata di massa? La rapidità degli eventi non poteva certo consentire una preparazione militare come quella che si riscontrò più tardi nel Nord. Ma non dimentichiamo che il Nord si liberò a distanza di un anno e mezzo rispetto al Sud e nei primi mesi dell’occupazione tedesca, in quelle regioni, si registrò solo una attività di organizzazione delle formazioni partigiane con azioni rapide, condotte esclusivamente per procurarsi le armi e cominciare ad addestrare gli uomini. Una vera guerra partigiana prese forza solo dopo gli scioperi nelle grandi fabbriche del Nord della primavera del 1944. A Capua inoltre la gravità dei danni del bombardamento ed il gran numero di vittime aveva prodotto nella popolazione un forte shock. Tuttavia una reazione significativa vi fu. Certo una resistenza spontanea, una sorta di ribellione ai soprusi e alle prepotenze. Ma la spontaneità dell’azione, nella situazione data, non ne attenuava la portata ed il significato rispetto agli episodi di resistenza organizzata che si registrarono successivamente in altre parti del Paese. Il bisogno di difendersi fece nascere i primi gruppi armati di militari e civili. L’azione svolta dai gruppi di opposizione nel corso del ventennio ebbe il suo peso.  La scintilla che face scoppiare la guerriglia arrivò il cinque ottobre. I soldati tedeschi armati anche di mitragliatrici, bombe a mano e lanciafiamme cominciarono a bruciare alcune case in via Gran Priorato di Malta e in via Roma. Amedeo Lepre strisciando sulle macerie di via Principi dei Normanni aprì il fuoco sui tedeschi che per ritorsione presero in ostaggio due fanciulle. A quel punto partì la reazione degli altri uomini, che da giorni si stavano preparando alla battaglia, e dei parenti delle due sequestrate.  I tedeschi furono costretti a fuggire e a lasciarle andar via. Il Tenente Giuseppe Guida del Pirotecnico e il maresciallo dei Carabinieri Giovanni Tescione dissotterrarono le armi da guerra, che avevano precedentemente nascosto, e armarono altri uomini. Formarono una squadra con il tenente Pasquale Riccio, il carrista Pietro Orsi, i sergenti Franco Epifania, Antonio Feola, Mario Lucchese e Franco Vinciguerra. Ai militari pian piano si unirono civili che in qualche modo li coadiuvarono: Vincenzo Faenza, lo stesso Amedeo Lepre, Armando Barone, Vittorio D’Angelo, Antonio Riccio, Alfredo Di Benedetto, Pasquale Merola, Filippo Manfredini, Vincenzo Paggiarino, Luigi Garbini, Luigi Amato, Umberto Onza, Michele Accarino, Antonio Faenza, Antimo Bellone, Francesco Ricciardi, Vittorio Russo, Vincenzo Mauro, Francesco Dores. Alfredo Di Benedetto eseguì una decisione che era stata presa durante una riunione tenuta in una Chiesa, per discutere un piano di difesa dalle prepotenze dei nazisti che ormai si ripetevano da giorni. Con un colpo di fucile uccise un collaborazionista, che a Capua chiamavano “o pazzo”. Armato fino ai denti, con nastri di munizioni che fasciavano tutto il corpo, guidava ogni giorno i soldati tedeschi indicando loro i palazzi nei quali procedere a rastrellamenti e razzie. Gli scontri più cruenti si svolsero sul Volturno all’altezza della stazione della Ferrovia Alifana, mentre i tedeschi attraversavano il fiume. Qui il carrista Pietro Orsi si lanciò verso la parte bassa del fiume e aprì per primo il fuoco. Negli scontri che si svilupparono rimasero uccisi due tedeschi, ne furono feriti altri due e ciò provocò la fuga degli altri soldati. Ne nacque un conflitto a fuoco tra le due rive del fiume. Un soldato eritreo rimase ucciso, mentre il tenente Guida fu ferito e condotto all’Ospedale di S. Maria. Poi gli scontri si spostarono anche in altre parti della città. Amedeo Lepre catturò quattro tedeschi che si erano dati alla fuga nei fossati di Porta Napoli, a riprova che ormai anche nelle file del nemico crescevano la stanchezza e lo scoramento.

 L’azione di Carlo Santagata non fu, dunque, un episodio isolato, frutto della testa calda di un giovane. Certo la causa scatenante è nota e a noi -non dimentichiamolo mai questo dato- è giunta dalla confessione degli stessi tedeschi che lo seviziarono e lo uccisero. Questo il loro racconto raccolto poi dagli inglesi: il 5 ottobre Carlo fu fermato al posto di blocco istituito dai nazisti in località “Pagliariello”, all’incrocio della nazionale Appia con Via Grotte San Lazzaro, per contrastare l’ingresso in città degli inglesi in avanzata da Sud. I soldati lo derubarono di tutto ciò che aveva con se, compresi alcuni pezzi di pane che si era procurato per la sua famiglia. Da ciò che altri testimoni dichiararono sappiamo che a quel punto Carlo si recò in località Macello, dove teneva nascosti un fucile e un tascapane pieno di bombe a mano. Già il fatto che un giovane, nascondesse delle armi dovrebbe pur dire qualcosa. Inoltre, come poi dimostrò, Carlo quelle armi sapeva usarle bene dal momento che era stato una mascotte di un reparto di alpini guastatori. Ritornò al posto di blocco e ingaggiò, da solo, una battaglia con i soldati causando al nemico gravi danni. Poi ferito e catturato fu impiccato ad un albero. Il suo fu un atto consapevole di chi, evidentemente, aveva già deciso di partecipare alla battaglia alla quale da giorni ci si stava preparando. L’idea che io ho maturato è che Carlo fosse intenzionato ad unirsi agli altri capuani che combattevano in diversi punti della città, dopo aver portato quel pane alla sua famiglia. La ricerca del cibo in giorni nei quali si pativa la fame, era una necessità per tutti. Lo stesso carrista Pietro Orsi si unì agli insorti proprio mentre era alla ricerca di cibo per la sua famiglia. L’episodio del fermo al posto di blocco fu, dunque, solo la scintilla che spinse Carlo Santagata ad agire impulsivamente, commettendo certo una imprudenza, che in ogni caso assume il valore di un atto di grande eroismo di cui Capua deve essergli grata in eterno, perché grazie anche al suo gesto oggi possiamo dire che i capuani seppero conquistare la loro liberazione.

Come si scoprì ciò che gli era accaduto? E’ fondamentale ricordarlo perché chiarisce il legame che c’è tra la sua uccisione e la liberazione della città avvenuta il giorno dopo: il 6 ottobre.

Bersagliere Alessandro De Rosa Quella mattina il tenente dei bersaglieri Alessandro De Rosa, che dopo il dissolvimento dell’esercito aveva raggiunto la sua famiglia sfollata a Macerata Campania, rientrava in città per recuperare degli oggetti nella sua casa di via Roma. Giunto nei pressi del “Pagliariello” intravide il corpo del giovane ancora penzolante. Durante il percorso incontrò alcuni concittadini che lo informarono di quanto era accaduto, dei combattimenti in corso in diversi punti della città e soprattutto dello scontro in atto tra il reparto dei tedeschi, contro cui aveva combattuto Carlo Santagata, e gli inglesi che, fermi all’altezza del rione che oggi porta il nome di Carlo, non riuscivano ad aprirsi la strada per entrare in Capua. Comprese immediatamente che i nazisti, ormai in difficoltà, anche per le perdita già subite, potevano essere affrontati e costretti alla resa. Così decise di passare all’azione. Si procurò delle armi insieme a Carmine Caputo, a Raffaele Belli -che era stato un suo dipendente, quale aggregato al reparto di bersaglieri da lui comandato-, a Gennaro Martino e Ciro Grimaldi.  Scelta una posizione strategica, a circa 200 metri dal reparto dei tedeschi, cominciò a sparare con un fucile mitragliatore. I tedeschi si arresero. A quel punto gli inglesi entrarono in città, presero in consegna i soldati catturati dai capuani, videro il corpo di Carlo, ne chiesero conto ai tedeschi che confessarono quanto era accaduto il giorno precedente: lo scontro con il giovane, le perdite subite, la cattura avvenuta grazie all’inceppamento del suo fucile, le sevizie e poi l’impiccagione. Il suo sacrificio non era stato inutile. Anche Capua si era liberata grazie alla ribellione dei suoi cittadini. Lo stesso era avvento il giorno prima a Santa Maria Capua Vetere, dove vi era stata una vera e propria insurrezione di massa, cominciata la mattina con una grande folla di militari e di civili che irruppero nella caserma dei carabinieri, dove i tedeschi avevano fatto accumulate le armi presenti nelle caserme, e al grido di “viva i carabinieri” se ne impossessarono riuscendo a liberare la città dopo una dura battaglia.

 Ciò che era accaduto a Capua d’altronde si stava verificando in tutto il territorio circostante, anche sotto l’impulso delle 5 giornate di Napoli, liberatasi il 1° ottobre.  Intanto nelle colline da Bellona a Caserta, l’afflusso di militari sbandati, aveva pian piano portato alla creazione di gruppi armati composti da militari e civili antifascisti. Alcuni capuani erano presenti anche in queste formazioni improvvisate che operavano in quelle zone, nelle quali nei giorni successivi si verificarono centinaia di scontri e di episodi di ribellione e di resistenza e purtroppo anche gli eccidi più noti ed efferati di Bellona e di Caiazzo. Uno di questi gruppi era capeggiato da Beniamino Ferrone, nipote di Alberto Iannone.

beniamino 002 Beniamino, conosciuto animatore sportivo di Capua, tanto da essere ricordato con l’intitolazione della società pugilistica cittadina di cui era stato fondatore, appena ritornato dal fronte siciliano dopo l’armistizio, aveva deciso di combattere da partigiano, continuando ad indossare la divisa di ufficiale dei Bersaglieri. Egli operava tra Bellona e Castel Morrone, aveva sostenuto diversi scontri con i tedeschi quando cadde in una imboscata tesa nella casa di campagna dei De Carolis, dove si trovava in compagnia della poetessa capuana Maria Antonietta De Carolis, vedova del generale Giovanni Marciani e sorella del generale Ugo De Carolis (da non confondere con l’omonimo colonnello dei carabinieri medaglia d’oro e martire delle fosse ardeatine). Alberto Iannonne aveva consigliato al nipote di usare come copertura la casa di Maria Antonietta che era a lui legata. Alberto pensava che, essendo la De Carolis sorella di un decorato con medaglia d’oro al valor militare, morto in combattimento sul fronte russo, poteva essere quello un luogo sicuro dove trovare aiuto senza destare sospetti. Invece in quella casa trovarono la morte il 13 ottobre Maria Antonietta, il cognato e i due fratelli Di Somma, mentre Beniamino rimase gravemente ferito e morì poco tempo dopo, per la cancrena che quelle ferite gli provocarono. Un episodio ancora tutto da chiarire anche a causa dei depistaggi che il potestà di Villa Volturno operava per coprire le responsabilità dei tedeschi. Era già accaduto anche con i 54 martiri di Bellona, alla cui fucilazione il Potestà assistette tenendo poi nascosta per diversi mesi la loro sorte e il luogo dove i tedeschi avevano scavato la fossa comune. Era il modo in cui si operava quella rimozione che aveva l’obiettivo di evitare che la consapevolezza piena di quanto era accaduto divenisse il fondamento di una svolta politica e sociale. Sono tante le storie narrate nelle memorie di Rosolino Chillemi e della professoressa Cappuccio, nei libri scritti da Margherita Troili, da Carlo De Vivo e da Giuseppe Capobianco. Scritti dai quali si evince come Capua abbia pagato un prezzo elevatissimo alla conquista della liberta e alla liberazione dell’Italia, come d’altronde si può dire dell’intero territorio dell’attuale provincia di Caserta.  Il prospetto dei morti e dispersi per causa di guerra nella nostra provincia tratto dall’ISTAT indica 3921 vittime, di cui 1157 pre-armistizio e 2774 post-armistizio. Di queste 1178 erano i militari e 2753 i civili. Ancora indica in 5470 unità il numero di casertani caduti nei vari fronti di guerra tra il 1943 ed il 1945, in 1600 unità i morti per cause conseguenti alla guerra e in 887 il totale dei trucidati accertati. Di fronte a questi dati e alle devastazioni subite dal patrimonio storico e produttivo non si può non rilevare l’enorme scarto che c’è tra la gravità del prezzo da noi pagato e la scarsa consapevolezza dell’importanza e del significato di questi eventi nell’opinione pubblica e nel sistema politico ed istituzionale. Certo questa sottovalutazione può avere diverse cause: certamente la volontà di rimuovere anche psicologicamente le sofferenze patite; ma anche l’attività di depistaggio di forze retrive interessate a perpetuare, anche nel nuovo stato che cominciava a prendere corpo, quegli assetti di potere che, a differenza di ciò che si era verificato nel resto d’Europa, erano riusciti a sopravvivere al Risorgimento, ai governi della destra e della sinistra storica nei primi decenni post unitari, allo stesso fascismo e ora si apprestavano, in modo gattopardesco, a sopravvivere anche al nuovo stato repubblicano. Parlo del latifondo agrario e di un certo notabilato professionale. Ma non poco ha pesato anche una vulgata che per troppo tempo ha rappresentato, senza essere adeguatamente contrastata, la guerra di liberazione dell’Italia come la conseguenza di un paese spaccato in due, con “il vento del Nord” frutto di una resistenza consapevole da una parte, dall’altro un Sud immobile, incapace di fare lo stesso. Una rappresentazione semplicistica e superficiale che non considera le diverse condizioni che lo sbarco in Sicilia e poi a Salerno e la controffensiva dei tedeschi avevano determinato tra il Sud ed il resto del Paese e di come il fattore tempo abbia influito sulle diverse modalità di svolgimento della guerra di liberazione tra le diverse regioni d’Italia. Uno schema superficiale superato delle nuove ricerche che hanno messo in risalto come, senza le rivolte certo spontanee del Sud, non si può comprendere il livello raggiunto successivamente dal movimento partigiano al Nord. Per questo dobbiamo esprimere gratitudine all’indimenticabile Giuseppe Capobianco che con la sua ricerca storica e la sua tenacia consentì, non solo la ricostruzione puntigliosa dei numerosi eccidi compiuti dai tedeschi durante la loro occupazione, ma anche l’individuazione e la condanna del boia della famiglia Albanese trucidata sul Monte Carmignano a Caiazzo il 13 ottobre del 1943: 22 civili uccisi tra cui 4 uomini, 7 donne, 11 bambini d’età compresa tra i 3 e i 16 anni. A queste 22 vittime bisogna aggiungere il bambino non nato che portava in grembo una delle sette donne trucidate. Un eccidio commesso su ordine del sottotenente Emden, rimasto impunito per anni, nonostante l’esistenza di documenti, che ne indicavano con chiarezza la responsabilità, tenuti nascosti nell’armadio della vergogna.

E’ compito nostro recuperare e colmare questo divario diffondendo la consapevolezza e la memoria di quanto è accaduto. E credo che il momento sia propizio perché protagonista di questo recupero della memoria sia una città come la nostra, che ha versato tanto sangue e subito danni irrecuperabili al suo straordinario patrimonio storico e architettonico.

Sono convinto che anche grazie alla sensibilità che ho avvertito in tutti i discorsi del nostro Sindaco nei confronti della storia di Capua, intesa come principale risorsa per il suo riscatto, si possa finalmente dare una svolta anche su questo fronte. La proposta che voglio sottoporre alla attenzione di voi tutti è di promuovere due iniziative. La prima rivolta alle scuole per raccogliere testimonianze di cittadini che hanno vissuto quegli eventi e possono ancora consentirci di ricostruire tanti episodi ancora sconosciuti di quei tragici giorni. La seconda, rivolta a tutte le istituzioni, dal Comune, alla Chiesa, alle associazioni sociali e culturali, per realizzare un museo multimediale della memoria del bombardamento del 9 settembre fino alla liberazione del 6 ottobre, attraverso l’utilizzazione di luoghi simbolici, come è avvenuto in altre città. Un idea che si è accesa ripensando a quando visitai Norimberga. Una città che fu rasa al suolo e che oggi riesce a dare a tutti i suoi visitatori la consapevolezza del dramma vissuto, attraverso una mostra permanente allestita nella grande cattedrale cittadina. Penso dunque ad una sorta di museo multimediale diffuso da realizzare in luoghi simbolici che certo a Capua non mancano.

Sarebbe un modo per restituire qualcosa alle troppe vittime che hanno subito una doppia ingiustizia: quella di aver pagato con la propria vita il prezzo della nostra libertà, senza che il loro sacrificio divenisse consapevolezza diffusa, memoria collettiva che si tramanda tra generazioni per difendere e alimentare le radici della nostra civiltà, della nostra democrazia e del nostro progresso civile.

E’ una esigenza tanto più avvertita in un momento nel quale una crisi che ci ricorda molto, per la gravità delle sue conseguenze e le tendenze retrive che alimenta, quella che provocò le due guerre mondiali all’inizio del secolo scorso. Come sappiamo chi non cura la memoria e non conosce la storia è costretto a ripeterla.

Mantenere vivi i ricordi di quegli eventi, promuovere la consapevolezza dei valori e dei significati che essi ci consegnano, certo non basta a trovare tutte le risposte ai grandi problemi del nostro tempo. Ma è esercizio utilissimo per non ripetere gli errori del passato, per individuare i pericoli e le strade che non bisogna ripercorrere, per capire e vivere con maggiore consapevolezza il presente.

E’ nostro dovere, dunque, non solo commemorare ma agire concretamente per restituire giustizia a chi ha versato il proprio sangue per la nostra libertà, per salvaguardare i valori che garantiscono ancora oggi a tutti noi quella pace e quel benessere che non dobbiamo mai dare per scontati.

Ricordando che la libertà è come l’aria, dal momento che ci si accorge della sua necessità solo quando comincia a mancare, sarebbe davvero bello e importante concludere questa giornata con un impegno a riflettere tutti insieme, cittadini, associazioni e istituzioni, sulle iniziative più opportune per costruire nella nostra città quei luoghi della memoria necessari a rinnovare una intesa tra tutte le generazioni,  che,  per dirla con le bellissime parole della poesia di Piero Calamandrei, è quel Patto giurato tra uomini liberi

Morti e vivi collo stesso impegno

Popolo serrato intorno al monumento

Che si chiama

Ora e sempre

RESISTENZA.

Capua 5 ottobre 2016                                           Adolfo Villani

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