Perché nervosismo e incertezza dominano i mercati nonostante i buoni dati economici?

Lo storno di agosto sui mercati finanziari si poteva capire. Gli indici venivano da una crescita ininterrotta che durava dall’autunno del 2016. Le tensioni con i nord coreani e il dibattito aperto sulle intenzioni delle banche centrali, in ordine alla reale portata del cambio di passo delle politiche monetarie, offrivano indubbiamente il pretesto agli operatori per prendere profitto, portare a casa i guadagni e preparare il terreno per nuovi slanci alla ripresa. Chi conosce il mercato sa che questo fa parte delle regole del gioco, anche se non scritte. E’ più difficile, però, spiegarsi le ragioni del nervosismo e dell’incertezza dei mercati finanziari in questo inizio di settembre. Due fattori segnalati dall’andamento del prezzo dell’oro – considerato bene rifugio da sempre è arrivato in mattinata a lambire il massimo da un anno – e dalla volatilità che continua sul mercato obbligazionario, con il tasso del decennale USA sceso al minimo da novembre annullando i rialzi seguiti alla vittoria di Trump. Difficile perché a fine agosto erano arrivate anche le rassicurazioni del Fondo Monetario Internazionale sulla crescita delle previsioni del PIL mondiale per il 2017 e il 2018. Poi sono giunte conferme anche dai dati economici degli ultimi giorni. Negli Stati Uniti le stime per la crescita del PIL raggiungono il livello più alto da nove trimestri, aumentano i prezzi degli immobili e i posti di lavoro, destinati ad avere un impatto positivo anche sui consumi, mentre continuano ad essere positive le previsioni dei responsabili agli acquisti del settore industriale. Anche l’Europa si avvia verso una crescita superiore alle previsioni, con un ruolo importante giocato dai consumi interni. La Cina sta tenendo più che bene le previsioni, che fino a qualche anno fa erano giudicate ottimistiche e suscitavano serie preoccupazioni tra diversi operatori. E’ vero che la crescita continua ad essere legata soprattutto alle politiche espansive delle banche centrali e ciò la rende fragile, in assenza di politiche fiscali. Ma questo può avere conseguenze nel medio termine. Gli indici di borsa si sa tendono invece ad anticipare i tempi di sei/dodici mesi al massimo, non si muovono valutando il momento, ma neppure sulla base di previsioni di lunghissimo periodo. E l’orizzonte ad un anno non desta più le preoccupazioni che nell’estate del 2015 riportarono i mercati sulle montagne russe, con un livello di volatilità che in genere si registra nei periodi di grave crisi. Torna allora la domanda: perché è l’incertezza il segno prevalente di questo autunno dei mercati? Certo le tensioni con la Corea del Nord sono ai massimi. Ma nessuno crede che la situazione possa davvero sfuggire di mano in un’area nella quale vi sono interessi così vitali anche per la Cina e la Russia. L’Isis d’altro canto sta subendo sconfitte pesanti e – tenendo conto che tensioni geopolitiche pronte ad esplodere sono un dato strutturale – non si vedono al momento delle emergenze reali. In questo mese si scopriranno le carte delle banche centrali. E’ certo un motivo di cautela. Ma nessuno crede davvero che possa cambiare l’atteggiamento accomodante mantenuto dall’inizio della crisi. La Fed inizierà certamente a ridurre gradualmente il suo bilancio ed anche la BCE dovrà cominciare a delineare una uscita dal QE. Tuttavia entrambe si muoveranno con estrema cautela, calibrando ogni mossa all’andamento dell’economia reale ed evitando di assumere decisioni in grado di danneggiare una ripresa che si consolida ma che non è tale da far dormire sonni tranquilli. Al di là della propaganda tutti sanno che se è scongiurato al momento il rischio di una nuova recessione, nessuna delle ragioni che hanno portato il mondo sull’orlo di un disastro finanziario ed economico senza precedenti è stata affrontata e risolta.  E’ anche da escludere che possano pesare più di tanto i danni prodotti dall’Uragano Harvey in Texas e le preoccupazioni del nuovo potente uragano che  si prepara a colpire la Florida. Certo quel che sta avvenendo su questo fronte segnala la gravità dei cambiamenti climatici in atto, ma anche questa per i mercati è una preoccupazione di più lungo periodo. Gli USA sono abituati a gestire da sempre fenomeni estremi che causano danni gravi ma impongono anche ricostruzioni capaci di contribuire alla ripresa. A meno che non si pensi che la ragione cruciale di questa incertezza non sia legata proprio alla politica e alle preoccupazioni sulle capacità del presidente Trump non solo di mantenere le promesse (sul grande taglio delle tasse e sul piano faraonico di investimenti in infrastrutture) ma anche di garantire un minimo di stabilità. Non c’è solo il Russiagate sullo sfondo. Suscita preoccupazione il fatto che in questi giorni le tensioni politiche tra Presidente e Congresso riguardano il tetto del debito USA, nonostante Trump, a differenza di Obama. dovrebbe poter contare sulla maggioranza del suo partito sia alla Camera che al Senato. Insomma a me pare sempre più chiaro che i mercati in questi ultimi mesi del 2017 guarderanno soprattutto agli sviluppi della situazione politica negli Stati Uniti. Sviluppi decisivi per capire con quale segno chiuderà il 2017 per i mercati finanziari.

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