Dal summit sui migranti piccolo segnale di speranza per l’Europa

Un piccolo segnale di speranza c’è e sarebbe sbagliato non coglierlo. È venuto dal summit di Francia,  Germania, Italia e Spagna sui migranti, nonostante l’inadeguatezza delle prime decisioni. Quattro paesi cruciali dell’Europa prendono finalmente atto che per affrontare l’emergenza migranti non basta un accordo sull’accoglienza ma bisogna provere a governare i flussi e agire sulle ragioni che hanno trasformato un fenomeno strutturale, non nato certo oggi, in una emergenza. Per farlo è necessaria una strategia comune di grande respiro capace di incidere sulle ragioni e sui luoghi nei quali l’emergenza nasce. Prendere atto di ciò non è certo la soluzione ma è la precondizione affinché ad una soluzione si possa arrivare. Il fenomeno delle grandi migrazioni ha, infatti, ragioni inerne all’Europa e ragioni esterne. L’Europa ha un bisogno vitale di consistenti flussi migratori in entrata per mantenere il suo potenziale produttivo e il suo stato sociale, entrambi compromessi dal processo di invecchiamento della popolazione. È la ragione che ha reso gran parte del nostro continente già da tempo multietnico. Basta passeggiare per le strade di Londra, di Parigi, di Monaco, di Francoforte, di Madrid o di Berlino per rendersene conto. L’Italia segue a ruota perché fin qui è stata più un paese di passaggio che di destinazione, anche se, come ricordato dal presidente dell’INPS,  grazie ai migranti è riuscita ad evitare la caduta del suo sistema previdenziale. Le ragioni esterne, invece, si chiamano guerra e fame che affliggono la sponda sud del Mediterraneo. Le guerre in quei luoghi ci sono sempre state ma, non c’è  dubbio,  si sono estese e ulteriormente imbarbarite a causa di erroti e assenza di adeguata strategia politica dell’Occidente (dall’Iraq in poi). Anche la fame è un fenomeno strutturale dei luoghi ma si è accentuata a causa dell’estendersi delle guerre e dei primi effetti dei cambiamenti climatici. Anzi relativamente a questi ultimi siamo appena agli inizi, se è vero che, in assenza di drastici interventi, da qui a fine secolo in Africa la temperatura si alzerà di cinque gradi, rendendo inabitabile i 2/3 del territorio e producendo progressivamente una migrazione di 250 milioni di persone. Pensare perciò di governare il fenomeno limitandosi a governare i flussi ( cosa pure essenziale) è una pura illusione. Servono politiche comuni rivolte all!interno dell’Europa (accoglienza ma anche riconversione ecologica dell’economia) e verso l’area del Mediterraneo, dove serve una politica estera europea che si ponga il problema della stabilizzazione politica e dello sviluppo sostenibile dell’area del Mediterraneo e dell’Africa. È evidente che una strategia di questo respiro presuppone che si proceda verso una Europa che non sia solo moneta e mercato. Ecco perché credo che, se le quattro principali economie del continente decidono di muovere i primi passi in tal senso, senza aspettare i consensi di tutti gli altri, comincia a prendere forma quell’Europa a due velocità  che oggi è l’unica strada per evitare la disgregazione di quel poco di Europa che c’è, per inseguire un folle ritorno alla sovranità delle nazioni che segnerebbe la fine di ogni possibilità di poter governare alcunché e non solo le emergenze. Con quali conseguenze è facile immaginare.

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