Ma davvero ci stiamo lasciando la Grande Crisi alle nostre spalle? 

Due eventi di rilievo hanno contrassegnato gli ultimi due giorni lavorativi di questa settimana. Giovedì l’Ocse, istituto che riunisce le 35 maggiori economie del mondo, ha certifiato come per la prima volta dal 2007 le prime 47 economie del pianeta crescono simultaneamente. Una circostanza che si è verificata raramente negli ultimi 50 anni. Un dato che segue di pochi giorni la revisione al rialzo del PIL globale operata dal Fondo Monetario Internazionale. Molti giornali e commentatori hanno concluso che ormai ci stiamo lasciando alle spalle la Grande Crisi del 2007/2008. Venerdì è stata poi la volta del raduno dei banchieri centrali a Jackson Hole, dove erano attesi gli interventi di Draghi e della Yellen. Entrambi hanno dichiarato che la ripresa mondiale si sta consolidando ma hanno anche messo in guardia dai rischi sempre in agguato. Draghi ha incentrato il suo intervento sui rischi del protezionsimo per la tenuta del commercio globale. La Yellen su quelli legati allo smantellamento delle regole varate da Obama per impedire il riproporsi di quella speculazione finanziaria che ha avuto il ruolo di detentore della crisi. Due rilievi che dimostrano come la ripresa in realtà sia ancora fragile. Non solo perché si regge esclusivamente sulla straordinaria immissione di liquidità nel sistema, in mancanza di adeguate politiche fiscali, come più volte argomentato su questo blog. Le preoccupazioni dei due governatori in realtà ci ricordano che nessuna delle cause che hanno generato la peggiore crisi dai tempi della seconda guerra mondialé è stata affrontata e risolta. Il tema del protezionismo,  infatti, richiama quello della inadeguatezza della governance globale, da cui scaturiscono i pericoli di una guerra commerciale dagli esiti nefasti. Quello della deregolamentazione della finanza, invece, ricorda a tutti che la finanziarizzazione dell’economia è alla base della bancarotta del sistema finanziario internazionale del 2007, puntellata fin qui dalla crescita abnorme dei bilanci delle banche centrali. Nessuno, però,  ha ricordato la terza causa della crisi globale che è la conseguenza delle prime due: il livello pauroso delle disuguaglianze sociali che hanno devastato e impoverito le classi medie dei paesi occidentali e provocato la caduta verticale dei consumi. Ovviamente non è  compito dei banchieri centrali affrontare questo nodo. I dati, dunque, ci dicono che il rischio di un nuovo 2008 paventato ad agosto 2015 è  stato scongiurato, per ora. Ma che la crisi sia ancora tutta davanti a noi è dimostrato dal livello intollerabile della poverta e della precarietà, fonte di tensioni sociali e politiche dalle conseguenze che è un eufemismo definire preoccupanti, come dimostra il fatto che protezionismo e deregolamentazione delle già pallide regole della finanza stanno dentro il programma del presidente della principale potenza economica e militare. Per confutare la tesi che la crisi è tutt’altro che alle nostre spalle, dunque, non servono dati. Basta guardarsi intorno.

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