Crescita del PIL dell’Italia oltre le previsioni. Ma senza politiche fiscali l’occupazione non riceverà la spinta necessaria

Una buona notizia stamane è arrivata. Il PIL del secondo trimestre dell’anno è cresciuto in Italia dello 0.4% e su base annua dell’1,5. Questo dice la stima preliminare dell’Istat. Una crescita dell’ 1,4 nel 2017 a questo punto non è impossibile. Se si tiene conto che la previsione su cui è stato predisposto il bilancio di previsione è dell’1,1%, a fine anno il governo potrebbe disporre di un po’ di miliardi di euro in più per la manovra 2018. Le buone notizie però si fermano qui. Permane infatti un gap tra l’Italia e il resto dell’Europa. Inoltre bisogna considerare che, se i buoni dati degli ultimi trimestri archiviano le preoccupazioni di una deflazione in Europa, che a fine 2014 spinsero Mario Draghi a varare un programma di acquisto di titoli obbligazionari di dimensioni mai viste, la crescita europea, che si sta avvicinando al 2% , è tutta legata alla sola politica monetaria. Questo ci dice una cosa molto precisa: in assenza di politiche fiscali, e cioè di politiche di incremento degli investimenti pubblici, quel livello non potrà essere superato. L’esperienza degli Stati Uniti, nei quali la FED avviò il piano di acquisto titoli già nel 2009,  consentendo agli USA di uscire per primi dalla grande recessione del 2008, lo dimostra inequivocabilmente. Dunque non si vedono al momento all’orizzonte in Italia ed in Europa politiche in grado di incidere significativamente sul livello ancora troppo alto della disoccupazione e dei salari. Se la crescita continuerà ad essere basata esclusivamente sulla politica monetaria espansiva non solo bisogna interrogarsi sulla sua possibile durata ma bisogna avere consapevolezza che essa non sarà in grado di creare lavoro in modo sufficiente, né di consentire un alleggerimento della tassazione sui redditi bassi. Rimarrà  perciò una crescita bassa perché non potranno ripartire i consumi con il giusto ritmo; e iniqua, perché accentuerà il divario tra ricchi e poveri, tra capitale e lavoro. Dobbiamo perciò sperare che il governo sappia sfruttare per il 2018 le maggiori risorse disponibili per varare le riforme necessarie a ridurre il divario che ci separa dal resto dell Europa. Ma occorre sperare altresi che la politica italiana nel suo complesso si ponga con serietà il problema di una iniziativa europea in grado di cambiare l’attuale politica di bilancio anticiclica della UE, tutta incentrata sui tetti alla spesa e al debito. Bisogna dirlo con chiarezza: i margini a disposizione dei governi nazionali per incidere sulla crescita sono assolutamente marginali. Ecco perché la vera partita si giocherà dopo le elezioni politiche di settembre in Germania. A quel punto o si determineranno le condizioni per varare un grande piano europeo di investimenti in infrastrutture e ricerca, oppure gli attuali livelli di crescita non reggeranno a lungo e il rischio che la situazione possa scappare di mano si riproporrà.

Un commento

  1. L’unione Europea e’ un unione monetaria. Niente di piu’ ma soprattutto, niente di meno. Un unione monetaria, comunque, alquanto anomala dato che non esiste una banca federale e l’economia intera e’ fondamentalmente basata e centrata su quella di una sola nazione, la Germania. Credo che questi siano fatti che lasciano poca altra interpretazione. Insomma, in pratica, l’Europa stabilisce regole sulla base delle quali permette, facilita, lo sviluppo di una specifica nazione trainante, la Germania appunto, ed offrire cosi’ alle altre nazioni la possibilita’ di sfruttare la scia di inerzia prodotta dal suo cammino. Giusto o sbagliato poco importa. E’ un modello che tutto sommato ha un senso. Quindi, con queste regole, spetta alle altre nazioni, Italia inclusa, mettersi dietro il sistema trainante e proseguire verso un futuro che comunque e’ in commune. L’Italia, con il suo “zero,qualcosa” e’ il fanalino di coda, dietro tutti, lenta piu’ di tutti. Renzi esulta… e quando mai no. Se riuscisse a vedere un po’ oltre del suo ego, s’accorgerebbe che la “sua” crescita e’ in realta’ un decrescita’, cioe’: L’italia cresce dello 0,4% (in termini tendenziali dell’1,5%) ma gli USA dello 0.6% (2.1%), Francia dello 0.5% (1,85), UK 0.3% (1.7%). Quindi, tutti crescono, ma l’Italia cresce meno degli altri.
    Ad ogni modo, una crescita’ e’ sempre una crescita, nonostante siamo I nani delle potenze economiche. Quindi una mini-esultazione ci starebbe bene, tanto da poter persino fare progetti. Per esempio Gentiloni dice che si potrebbe pensare ad investire nel lavoro… Gentiloni chi? Guarda caso, celebriamo la crescita proprio in campagna elettorale. Insomma, quanto credete che durera’ questa crescita-decrescita? Chi dovrebbe farle queste riforme nel frattempo? Con quali strumenti, il jobs act? O forse I problemi dell’Italia si concentrano ancora una volta tutti intorno a questi nanerottoli della politica… Forse Berlusconi, lui sara’ il nuovo uomo del future. Magari forse riusciamo prima a “costruire” una legge elettorale e magari riuscire ad averle dell elezioni nazionali? O forse ad aggiustare le leggi sulle pensioni? Scuola? Entrata nel lavoro? Ditemi, come possiamo pensare di sfruttare questa scia, questo traino verso la crescita (non spinta) se mancano proprio questi cardini nella nostra societa’? La crescita’ rimarra’ bassa ma per il semplice fatto che non sappiamo/possiamo fare altro che stare nella coda della scia di questo barcone chiamato Europa pilotato dalla Germania. E stando indietro, cosi’ lontano dalla prua, non si riesce a vedere dove stiamo andando…

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