Sta per finire l’era dei partiti personali?

La domanda che alcuni di noi si pongono da tempo, comincia a intravedere  una risposta. Almeno a giudicare da quel che scrivono illustri sociologi e opinionisti. Da ultimo Ilvio Diamanti (stamane su Repubblica in un articolo intitolato “ora avanza il partito impersonale”) sostiene che “è finito il tempo della democrazia del leader”, rubando il titolo di un libro recente di Mauro Calise. Cita sondaggi di opinione ed elenca le delusioni suscitate prima da Berlusconi e ora da Renzi. Poi avverte: “più che a un ritorno dei partiti assistiamo a un declino del partito del capo”. E’ proprio così? Per ragionare sulla domanda eviterei una lettura solo italiana del fenomeno. Se guardiamo al contesto occidentale accanto ad alcune conferme al ragionamento di Diamanti, possiamo scorgere numerose smentite. I conti non tornano, ad esempio, se pensiamo alla vittoria di Trump che si è affermato avendo contro il vertice del suo partito. E neppure nel caso di Macron, che ha fermato l’ondata populista spazzando via, al tempo stesso, il vecchio sistema dei partiti francesi e conquistando la maggioranza in parlamento con un partito formato come d’incanto in pochi mesi intorno alla sua figura. A favore della tesi di Diamanti c’è invece l’altissimo livello di astensionismo abbastanza generalizzato, che ha toccato un punto limite proprio al secondo turno delle elezioni francesi. Insomma la crisi dei pariti personali c è, anche se al momento si manifesta nella spasmodica ricerca, da parte di un elettorato sempre più esiguo, quello ancora disposto a recarsi alle urne, di nuovi leader destinati a durare lo spazio di un mattino (è il caso di Renzi, ma anche della caduta di credibilità che i sondaggi attribuiscono sia a Trump che a Macron). Di certo la crisi del leader non produce una richiesta di partiti veri. Anche perché ricostruirli, dopo decenni di ubriacatura neoliberista, non è  semplice. Io preferisco orientarmi, più che inseguendo sondaggi e umori del momento, utilizzando vecchie ma sempre valide categorie politiche. Mi riferisco, da vetero marxista, come mi definì un amico che stimo, a quella del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Il buon Marx, a cui tutti oggi riconoscono di essere stato il primo a comprendere la tendenza strutturale del capitalismo a produrre crisi continue, sosteneva che il modo di produzione della vita materiale condiziona sempre il processo generale di vita sociale, politica e istituzionale. Non mi sfugge il dibattito molto ampio e contrastato su questa categoria interpretativa e le giuste sottolineature sull’importanza delle ideologie e delle religioni. Lo stesso Marx avvertiva che il rapporto non era automatico ma dialettico. Tuttavia, a ben vedere, nei tempi lunghi è sempre la struttura a prevalere su tutto ciò che non attiene ai rapporti economici. Fu la crisi del liberismo a imporre, dopo la seconda guerra mondiale, la creazione di organismi internazionali di regolazione dell’economia globale, dello stato sociale,  fondato su un ruolo di regolazione forte da parte degli Stati nazione, sulla nascita dei partiti di massa e del potere dei sindacati. Poi con la crisi degli anni 70, dovuta al mancato adeguamento della sovrastruttura ai mutamenti giganteschi intervenuti nella struttura economica (l’innovazione dell’informatica e l’interdipendenza globale) ci si illuse di poter trasferire la gestione dei rischi sistemici alla finanza deregolamentata.  Gli stati furono visti come lacci e lacciuoli che frenavano le potenzialità di sviluppo, i partiti e i sindacati come arnesi del passato da liquidare in nome di un mercato capace di autoregolarsi con il solo aiuto della finanza che si annetteva il potere esclusivo di coniare moneta. Di qui la crisi degli stati nazionali, ridotti ad un ruolo di amministrazione più che di governo dell’economia, la nascita dei partiti personali, la riduzione del potere dei sindacati. Non è stato un processo automatico e lineare. In Italia è passato dopo anni, attraverso tangentopoli che apri’ la strada al partito azienda di Berlusconi (almeno in ciò siamo stati antesignani). La nuova sovrastruttura funzionò fino a quando l’economia di carta non ha mangiato quella reale (la crisi del 2008), determinando il grande caos nel quale siamo.  Ora tutti riscoprono l’importanza della regolazione statale e di una politica all’altezza della fase, capace di visione e di respiro lungo. Ma per questo non bastano i personalismi. Servono nuove istituzioni di livello almeno continentale e nuovi organismi intermedi capaci di costruire pensieri condivisi, progetti comuni, classi dirigenti in grado di reggere l’impresa epocale. Per questo ritengo che l’ipotesi di Diamanti sia fondata.  La struttura economica globale è cambiata radicalmente e continuerà a cambiare (con l’avvento delle macchine intelligenti), ha bisogno, per non implodere, di ben altra sovrastruttura. Il processo non sarà automatico, ne breve, ne lineare. Passerà attraverso un rapporto dialettico con quel che resiste del vecchio mondo, momenti traumatici, rotture. Tuttavia il cammino è già segnato. A meno che non si ritienga che l’esperienza umana stia per giungere al capolinea.

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