Giornata amara per la sinistra. Insieme ancora non c’è

E’ saltato l’incontro previsto oggi tra Giuliano Pisapia e Roberto Speranza. La ragione è spiegata da una nota ufficiale di campo Progressista, di cui è utile riportare alcuni passaggi: “C’è bisogno di una nuova soggettività politica come già richiamato nella piazza del primo luglio, e non di una semplice federazione, nella quale una sinistra di governo si riconosca pienamente con il contributo delle tradizioni politiche, civiche e sociali, ambientaliste e del cattolicesimo democratico … Non c’è spazio per una politica costruita con la testa rivolta all’indietro … Campo Progressista è un nuovo soggetto politico di centrosinistra, alternativo al Pd e antagonista ai populismi e le destre, autonomo e indipendente, in netta discontinuità con il passato, aperto e inclusivo … le condizioni positive, allo stato, non sono pienamente realizzate, vanno costruite con un progetto e un programma comune, per i quali continueremo con entusiasmo il nostro impegno». Cosa c’è dietro quel passaggio sulle “condizioni allo stato non pienamente realizzate”? Malumori serpeggiavano da giorni e sono esplosi dopo la partecipazione di Pisapia alla festa del PD. Le polemiche sull’abbraccio alla Boschi mal celavano la ragione vera delle divergenze sorte dopo la manifestazione di Roma del 1° luglio. Lo scontro non è sulla necessità di costruire un soggetto politico alternativo al PD quanto sui rapporti che questo nuovo soggetto politico deve avere con il PD. Io trovo francamente inconcepibile che ci si divida sulla scelta degli interlocutori futuri prima ancora di definire un profilo politico e programmatico chiaro della forza che si vuole costruire. A meno che dietro non ci sia dell’altro. Dico con chiarezza la mia opinione. Erano evidenti fin dall’inizio le divisioni politiche inconciliabili tra le diverse anime impegnate in questo tentativo: da un lato Sinistra Italiana e Alleanza popolare, che escludono categoricamente ogni alleanza con il PD, dall’altro MDP e campo progressista che hanno una idea diversa. Si tratta di una divisione non banale che richiama a sua volta altre antiche questioni irrisolte: la prospettiva europea, il profilo di governo o di opposizione della nuova formazione, la politica delle alleanze sociali ecc.  Si ripropone in sostanza il conflitto tra sinistra radicale e sinistra riformista. Un conflitto che certo non può trovare una sintesi in tempi stretti, per intenderci prima delle prossime elezioni politiche. Buon senso avrebbe dovuto imporre fin dall’inizio una scelta  coerente dei compagni di viaggio. Purtroppo è prevalsa la tattica, almeno da parte di alcune componenti di quella che potremmo definire area riformista. Le elezioni sono vicine ed è forte la tentazione di dar vita ad un cartello elettorale fondato, più che sulla chiarezza programmatica, su un interesse occasionale: raggiungere una percentuale utile a garantirsi un certo numero di seggi. Una forza che non ha una precisa identità politica e programmatica può esercitare un richiamo solo se si costruisce un nemico.Se non si riesce a stare insieme “per” ci si può sempre unire “contro”.  Per cui non basta criticare la politica del PD e dire che una alleanza si può fare a determinate condizioni. Bisogna considerarlo un nemico, anche più dei populisti e delle destre. Almeno fino alla fine della campagna elettorale. Poi si vedrà. Una storia in parte già vista con le vecchie coalizioni di centrosinistra.  E’ stato certamente un errore pensare di riuscire a gestire in qualche modo questa contraddizione iniziale. I nodi politici prima o poi vengono al pettine. Se ho ben compreso il nocciolo della questione, Pisapia bene ha fatto a dire che le condizioni per andare avanti non sono ancora realizzate e che occorre costruirle partendo da un programma comune. Di fronte ad un passaggio epocale come quello che viviamo, una sinistra che -invece di ripartire con umiltà da una riconsiderazione critica della sua storia e dalla ricerca di un nuovo orizzonte politico e programmatico all’altezza dei cambiamenti in atto-  continua a rimanere schiacciata sul puro tatticismo, non parla a nessuno e non ha molta strada da fare. La mia amarezza è oggi doppia. Da un lato perché si allontana la prospettiva di cominciare a costruire qualcosa in grado di rialzare la sinistra dalla condizione di marginalità nella quale versa da tempo. Dall’altro perché non possiamo fare a meno di porci una domanda:  cosa rimane della grande tradizione riformista della sinistra italiana?

 

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